Le fesserie di Salvini sulla scorta di Saviano

Giuliano Ferrara

Le parole del ministro fanno del Viminale una tribunetta ducesca utile solo ad eccitare i forgotten man italiani

A un certo punto qualcuno, credo Claudio Scajola, indimenticabile ministro dell’Interno, di gran lunga superato in orrori da Salvini, ora candidato sindaco tra Oneglia e Porto Maurizio, convinse Berlusconi che bisognava togliere la scorta alla Boccassini, magistrato in Milano impegnatissima in odiosissime indagini contro il Cav., poi naturalmente finite nel ridicolo del comune senso del pudore e della “furbizia orientale” della nipote di Mubarak. Qui ci sembrò un’esagerazione molesta, e un errore, e anche un piccolo delitto. Lo dicemmo a chiare note, anche un po’ insultanti, e per tutta risposta, invece di mandarci tutti a quel paese con un ruggito, quel gran signore del presidente del Consiglio di allora rimise la scorta alla Boccassini. E fece bene.

 

Ora si tratta di Saviano. Non mi piace, è troppo scioccamente macho, oltre che banalmente e convenzionalmente de sinistra. La sa troppo lunga su tutto il correttismo del mondo, non gli va la camorra, non gli va la coca, non gli vanno gli schiavisti, e appena tocca queste corde legalitarie ho voglia di andare a Napoli dai camorristi, tirare un paio di piste, schiavizzare qualcuno e invadere la Polonia. Scrive molto male, infatti è letto parecchio e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ha anche un senso di primato da campione del mondo per via della scorta, che fu il complemento di un caso Saviano soffiato, costruito, ingigantito dai mass media. Sì, vabbè, era un ragazzotto del Manifesto, buone intenzioni, scarse attitudini politiche, furbizia occidentale, come direbbe Ilda la Rossa, ben tagliato per la promozione dell’ovvio, di quelle maggioranze che sono il coagulo di tante minoranze tranne questa. A sparlarne con molta e viva cordialità si rimediavano dei rabbuffi che lèvati, parevi un casalese. Anche così, tenendosi su un piano ritrattistico e letterario, quasi mondano. Ma il senatore D’Anna non l’hanno manco rieletto, già, aveva risollevato la questione della copiatura del compito in classe, roba forte ma di poca consistenza qui da noi in Italia, e aveva chiesto che gli si togliesse la scorta con la misura del più luccicante sberleffo.

 

Ora è il turno del senatore Salvini, per l’occasione ministro dell’Interno in gita dal solito Vespa a Sporta a sporta, la solita trasmissione cucita su misura, immagino. Gli vuole togliere la scorta. Probabilmente non sa quello che si dice o lo sa fin troppo bene. Ha deciso di usare il Viminale come una tribunetta ducesca per risollevare il morale e il consenso dei forgotten man italiani, gli eterni fascisti naturali che non sanno distinguere tra l’epica maligna del totalitarismo anni Trenta e la burlesca ideologia nazional-padana del leghismo, la prima preparata dai futuristi, questa coccolata dal passatismo delle notti al chiaro di luna senza negher. E nei dintorni di Dux siamo già alla crisi mistica, Dio lavato e stirato come le camicie. Condoni tombali, minacce, autarchia dei porti e delle frontiere, insulti a un tizio, Manu, che quando il nostro Dux si disfaceva di birra e pizze studiava da filosofo, economista, banchiere e capo di stato, con il chiacchierone che dice cornuto all’asino. Che il Signore ci conceda un Gérard Collomb come ministro dell’Interno, gente seria e preparata e con il senso dell’imparzialità e della sicurezza, e riconsegni al Front National questa pulzella scappata di casa dalla Lombardia peggiore, e rifugiata al governo della nazione.     

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.