cerca

Lettera a Berlusconi

Devi osare, presidente. Basta con questa Forza Italia rinunciataria e in difesa di uno status quo minoritario

26 Giugno 2018 alle 13:32

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Caro Presidente, la stampa affresca timidi progetti di rinnovamento di Forza Italia, per rilanciarla dopo il 4 marzo, quando abbiamo purtroppo calciato sopra la traversa un rigore a porta vuota, malgrado il tuo enorme, consueto sforzo di generosità, penalizzato dalla tua non candidabilità e da alcune scelte sbagliate per la verità non tue.

 

Così, ti scrivo. Sperando di incoraggiarti, e per dirti quel che penso io, ma anche molti elettori e persone che non vivono di politica. Cioè che devi osare. Gettare sul tavolo carte choc, scansare mosse ordinarie. 

 

Per citare un passaggio della tua lettera al Corriere della Sera, “premiare chi ha ben operato, cambiando chi ha mancato di farlo”, ma soprattutto “aprire Forza Italia alla società civile e alle nuove generazioni”. Obiettivo e intenzioni benedette e redditizie, che però le anticipazioni di stampa contraddicono apertamente.

 

Non è polemica, mi conosci. E’ amore per la maglia. E per te. Ma la prima, vera Forza Italia, quella veramente tua e che manca a tutti noi elettori, era un movimento di outsider, di visionari che non si vergognavano di avere rispetto zero per lo status quo, di eleggere a criterio politico concretezza e praticità; un gruppo di assoluti fan della concorrenza intesa come prateria di opportunità per tutti coloro volessero nella vita provarci, dal commerciante al piccolo imprenditore, dal libero professionista alle partite Iva, ma anche e soprattutto tutti quelli che aspirassero a essere tali per inseguire un miglioramento della propria condizione.

 

Il tutto, in uno stato che facesse meno cose di quelle che pretende di fare, che le facesse meglio di quanto non le faccia, che costasse meno a chi paga le tasse, troppe, e che rispettasse e valorizzasse – grazie a meno regole, meno violenza e asfissia burocratica, giudiziaria, fiscale – le aspirazioni di chi voleva migliorare la propria condizione, avendo finalmente voce e respirando maggiore libertà nello stato, non dallo stato.

 

Oggi Forza Italia tradisce ogni giorno quel Dna e quella grammatica. Oggi siamo un partito che si vergogna di dire che dobbiamo creare più opportunità per tutti, che dobbiamo fare più soldi; che non sa indicare come, e anzi parla troppo spesso di redistribuzione dell’esistente con toni assistenzialisti. Siamo un partito sciattamente corporativo (oltretutto inutilmente, giacché i corpi intermedi sono stati definitivamente superati, vista la parcellizzazione della società italiana), a tratti nepotista, che specie a livello locale scansa la brillantezza e la novità bollandole come una minaccia per lo status quo riservato a pochi, troppo pochi, soliti noti che impazzano da 20 anni; i quali nascondono brillantezza e novità come polvere sotto il tappeto o addirittura ne negano l’esistenza; un movimento insomma sempre più simile alle baronie universitarie che Forza Italia nacque per combattere e stracciare.

 

Siamo un movimento che difende i tassisti, anziché quelli che il taxi lo prendono (che peraltro sono molti di più), e che rischia di sembrare incapace di adeguarsi ai tempi, di cambiare con loro; che punta sulla ostinata conservazione di un ceto politico spesso poco coraggioso, inutilmente vanitoso, a volte abitato da gente che fa politica per allontanarsi dalla società anziché frequentarla, conoscerla e rappresentarne la voce, e che in molti casi non sa più cosa voglia dire lavorare, affrontare i problemi degli italiani ogni giorno e dunque risolverli. Ma un ceto politico che pensa solo alla riproduzione di se stesso e di qualche rinunciabilissimo amico è destinato alla consunzione, cioè a disonorare l’ambizione di civile e civica grandeur berlusconiana e della sua modernità.

 

E – cosa più grave, nella società della comunicazione – oltre a essere tali, lo sembriamo.

 

Se si guarda la foto del Pdl 2008 e quella di Forza Italia 2018, c’è troppa somiglianza.

 

E la nostra gente il 4 marzo ci ha comunicato che ci rivuole diversi e originali, di nuovo padroni di proposte nostre (liberalizzazioni, riforme fiscali, immigrazione controllata, opportunità per chi produce) che oggi appaiono di altri.

 

Siamo sembrati il vecchio contro il nuovo, anche se scarso e destinato a durare poco.

 

Quel popolo ci chiede di cambiare; di migliorare; di tornare noi stessi, sotto la tua guida.

 

Non possono dunque essere i protagonisti di questa involuzione di Forza Italia, gli alfieri della rivoluzione che serve a rilanciarla. Gli elettori non chiedono camomille e non capirebbero. E le migliaia di promettentissimi amministratori locali di Forza Italia, ma anche le figure emergenti di una società civile spesso migliore della politica, alcuni giovani, e tutti umiliati da coordinatori molti dei quali scaduti in ogni senso, attendono spasmodicamente un gesto choc che solo Tu puoi fare.

  

Che li convinca ad avere fiducia nel presente e nel futuro del tuo movimento.

  

Non dovesse arrivare, temo decreterebbero che per loro prospettiva in Forza Italia non ve ne è più, e sceglierebbero altre strade, finora stoicamente escluse. Verrebbe così disperso ogni patrimonio di grande potenzialità, cancellato ogni accento di novità che dovrebbe invece continuamente caratterizzare la vita di Forza Italia, oggi – ripeto – rinunciataria verso la propria natura maggioritaria e rannicchiata a difesa di uno status quo minoritario, dominata da chi non ha alcuna intenzione di vincere ma anzi preferisce perdere, purché conservando il proprio posto, ed evitando quindi che Tu scelga nuovi protagonisti.

 

E mentre tu pensi a una Forza Italia scintillante e berlusconiana, del 30 per cento, alcuni dei tuoi si accontenterebbero di una dell’8, purché più comoda per loro e per chi dicono loro. Invece qui serve gente che abbia fame feroce di convincere e vincere accanto a te.

 

Sei tu che ci hai convinto prima e insegnato poi che nella vita, come nel calcio, si gioca con due punte e una mezzapunta; tu ci hai sedotto con un rapporto diretto e mai mediato, quasi luterano, tra chi ci guida, cioè tu, e gli elettori.

 

Ora noi ti chiediamo solo di essere te stesso, ancora una volta. Di osare. Di servire un colpo choc, di assoluta novità, sia pur nel solco di una grande tradizione da celebrare tutti insieme, vecchi e nuovi. Ma con i primi a dimostrarsi uomini veri, e cioè a mettersi a disposizione dei secondi, che meritano di diventare titolari e portatori di nuove idee e linguaggi aderenti ai tempi e ai bisogni che corrono, senza scimmiottare alleati urlatori e criteri di selezione clientelari del passato, volti solo a confermare per apparente altra via, chi vive di politica commerciando tessere.

 

Ti chiediamo di evitare che a gestire il rinnovamento sia chi lo ha sempre osteggiato: cioè una generazione che da te ha avuto molto, forse troppo, che ha saputo certamente anche ben fare e che tutti noi rispettiamo e ringraziamo, ma che ha fatto il suo tempo, come è fisiologico che sia.

 

Anzitutto in termini di mentalità, lontana dal Dna con cui tu, demiurgo, informasti Forza Italia. Non si può infatti pretendere di piegare il mondo degli smartphone al capriccio di qualcuno che esige di chiamare ancora il 12 della Sip per avere un numero di telefono. Lo conferma la tua esaltante vita da naturale innovatore, da portatore sano di modernità. Non fondasti Edilnord puntando su vecchi arnesi, sia pur esperti, del mondo delle costruzioni che già esisteva quando cominciasti: inventasti e imponesti un modello urbanistico nuovo. Né inventasti dal nulla Mediaset puntando sulla replica del modello Rai che rappresentava lo status quo che sfidavi e che avresti incredibilmente battuto, offrendo novità laiche e moderne, aderenti al costume e ai desideri di chi immaginavi sarebbe diventato un tuo telespettatore (cosa puntualmente accaduta); non puntasti sull’usato sicuro del calcio quando inventasti il tuo Milan; lo affidasti, tra lo scetticismo generale, a un outsider come Sacchi, e con lui conquistasti persino chi, come me, non tifava Milan, ma venne costretto agli applausi verso una formazione che trasudava talento sfacciato, classe, mentalità positiva e attori nuovi.

 

Né coinvolgesti vecchie volpi della politica politicante quando inventasti in due mesi Forza Italia, colorandola dell’unico Dna, riformista, liberale e maggioritario che abbia senso di avere, ma che oggi non ha più, e che deve tornare ad avere grazie a energie e mentalità nuove. Non ti sei poi fatto vincere dal timore del nuovo quando hai giustamente dato opportunità di governo ai Tuoi giovani che ritenevi promettenti; candidandoli, poco più che trentenni, a coordinatori regionali, parlamentari, presidenti di regione, ministri di governo.

 

Oggi sei candidabile, il che non ci ristora affatto dei troppi torti da te subiti in questi anni, a coronamento di un assedio giudiziario vergognoso, quasi omicida e squalificante anzitutto per chi lo ha praticato. Ma finalmente puoi giocare la rivincita.

 

L’Italia che ti apprezza, e che è molto più larga del deludente 14 per cento di tre mesi fa, ti chiede di giocare, e di farlo però da fuoriclasse quale tu sei; non da ordinario mediano.

 

Ti chiede insomma di fare quello che sei: il migliore di noi. Il più rivoluzionario e innovatore, anche se in doppiopetto.

 

Facciamo una grande Forza Italia, e vinciamo il Mondiale. Si può fare. Si deve fare.

 

Lo devi fare. Tu. Te lo devi.

 

Andrea Ruggieri, deputato di Forza Italia

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Gianni.Ba

    26 Giugno 2018 - 17:05

    Vorrei ricordare, con rispetto (ma con scarsa partecipazione), all'onorevole che Berlusconi è da sempre circondato da persone che continuano a dirgli e a raccontare in giro le cose che lui qui gli scrive. E penso che il problema sia proprio questo...!

    Report

    Rispondi

  • Skybolt

    26 Giugno 2018 - 16:04

    Appello che sembra un film con Clint Eastwood: "Coraggio, fatti ammazzare".

    Report

    Rispondi

Servizi