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Nella Brescia dove il Pd vince e convince. Parla il sindaco Del Bono

Il Partito democratico ha vinto “perché non siamo stati arroganti”, spiega, “ma anche perché non siamo stati buonisti e abbiamo preso decisioni: integrazione, sì, ma con rigore"

12 Giugno 2018 alle 10:50

Nella Brescia dove il Pd vince e convince. Parla il sindaco Del Bono

Foto LaPresse

Roma. Ha vinto, con il 53,9 per cento e al primo turno. Anzi ha rivinto (secondo mandato). Ma il punto è un altro. Emilio Del Bono, sindaco pd rieletto a Brescia, si trova oggi, rispetto al quadro nazionale, quasi nella posizione del panda. Ma non di miracolo si tratta e Del Bono, interpellato, ci tiene a sottolinearlo: “Non esiste una ricetta magica esportabile”, dice. “Anzi qui è successo questo: il lavoro duro di cinque anni ha dato un buon risultato. Importante è il metodo: umiltà, ascolto, essere poco salottieri, aver fatto una scommessa in positivo, che ha prodotto nei cittadini lo scatto d’orgoglio di essere bresciani”. Frugale la risposta, come frugale, dicono a Brescia, è il sindaco, già parlamentare per il Pd (derivazione Margherita) e già candidato non vincente nel 2008: un uomo politico di carriera e non d’improvvisazione, di famiglia non politica e non borghese (motivo per cui – vox populi – “non hanno avuto presa le critiche del centrodestra orientate a dipingerlo come il capo dei radical-chic”). Un uomo politico ben radicato nella tradizione della catto-sinistra bresciana (Mino Martinazzoli, Paolo Corsini) nonché in un passato oratoriale-scout per eloquio e Weltanschauung, con una punta di giansenismo nell’alimentazione: leggenda metropolitana vuole che Del Bono spesso ceni con patate lesse e verdure scipite, quasi fosse in convento, forse distratto dall’attività febbrile di contrasto-odiatori sui social network. Pare infatti che il sindaco, in questi anni, sconsigliato dagli stretti collaboratori e dalla moglie, il cui compleanno sempre ricorre nei giorni di vittoria del marito (in questo caso, domenica scorsa), si sia personalmente messo a rispondere a tutti i troll che gli capitassero a tiro. “Emilio lascia perdere, non farti il sangue amaro, sono dei minus habens, non ti curar di loro”, gli dicevano. Ma lui niente: rispondeva e rispondeva e rispondeva, tranne che durante l’unica settimana di vacanza agostana in montagna in Val Camonica, a Stadolina, frazione di Vione, luogo dove, dice un bresciano, “il sole arriva se ti va bene per cinque minuti al giorno, più o meno, tra giugno e luglio, ma ci vai lo stesso perché magari i tuoi hanno comprato casa lì negli anni Sessanta, attirati dalla vicinanza: un’oretta di strada e ti ritrovi l’aria buona”.

 

Poi ci sono i fatti: la Brescia dove i Cinque stelle vanno male (non a caso il bresciano senatore e grillino storico Vito Crimi non è stato in prima linea in città nella fase pre-amministrative) e dove Matteo Salvini ha chiuso la campagna elettorale leghista senza però riuscire a sbancare come altrove, nonostante il buon piazzamento (24 per cento), anche dovuto al drenaggio voti da Forza Italia. E il Pd-panda bresciano perché ha vinto, in una delle città del nord produttivo a più alto tasso di immigrazione? “Perché non siamo stati arroganti”, dice Del Bono, “ma anche perché non siamo stati buonisti e abbiamo preso decisioni: integrazione, sì, ma con rigore. Sì agli immigrati lavoratori, no ai delinquenti. Sì a chi prega, no ai radicalismi. Diciamo che forse siamo stati un’offerta convincente, oltre che per l’elettorato di centrosinistra, anche per chi, nel centrodestra, si sente più moderato della Lega e per chi, tra i Cinque stelle, non si trova a suo agio con l’assetto attuale di alleanze”. Fatto sta che, nel giubilo della vittoria, al solitamente controllato Del Bono (a parte qualche piccolo peccato veniale di permalosità), è potuta ben scappare la frase “con questi numeri posso fare il segretario del Pd”, anche se poi in città c’è chi fatica a indicare con certezza l’attuale corrente di appartenenza del sindaco: a un certo punto passato per renziano, era però anche tra quelli che sostenevano di aver votato Pier Luigi Bersani al primo giro di primarie – ma si sa che la verità sta sempre nel mezzo. Fuor di leggenda, Del Bono ha puntato sulla riduzione dell’indebitamento (con l’assessore tecnico al Bilancio Paolo Panteghini, anche professore) e sull’azione di manutenzione, con focus su piano urbanistico e raccolta rifiuti, evitando di toccare le tematiche etiche in una città in cui, a volte, l’elettorato non ha disdegnato le sirene teocon. Si è circondato di uomini-scudo, Del Bono, come il fedelissimo Valter Muchetti, ma in ticket con la vicesindaco Laura Castelletti, opposta per provenienza e complementare per temperamento (meno frugale). Ultimo ma non ultimo, il nuovo Palazzetto dello Sport e il doppio colpo culturale d’immagine e fortuna: l’installazione dell’artista Christo sul lago d’Iseo e le sculture di Mimmo Paladino in piazza a Brescia.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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