La febbre invisibile dell'Italia populista

Claudio Cerasa

Conte, i mercati e il paradosso della fiducia. Perché il nostro grado di affidabilità è legato al non rispetto del contratto

Una fiducia funziona, ed è destinata a durare, l’altra ancora non funziona, ed è destinata a preoccupare. Se l’Italia governata da Salvini, Di Maio e Conte fosse come un paziente di fronte al proprio dottore, la diagnosi che un buon medico potrebbe fare dello stato di salute del nostro paese sarebbe sintetizzata così: astenia e febbricola persistenti. I numeri incassati questa settimana in Parlamento, 171 voti al Senato su 161 necessari e 350 alla Camera su 316 necessari, ci dicono che politicamente questo governo non ha problemi di fiducia. Ma se si sposta l’attenzione su un piano parallelo a quello della politica, quello dell’economia, ci si renderà conto che l’Italia pur essendo in buone condizioni di salute da qualche tempo presenta strani sintomi: un persistente stato febbrile che ha portato la temperatura del nostro termometro a un livello di poco superiore ai 37 gradi.

  

Una febbricola con piccoli dolori e qualche malessere che è destinata a essere la condizione di salute standard di un’Italia populista intrappolata in un paradosso potenzialmente letale, in cui il grado di affidabilità è inversamente proporzionale al rispetto del contratto di governo. In altre parole: più Giuseppe Conte si impegnerà a mantenere le promesse senza coperture di Salvini e Di Maio e più sarà difficile dimostrare che il governo del cambiamento può essere sinonimo di governo del miglioramento. Per capire il paradosso della fiducia di Conte, e studiare i sintomi della febbricola, non basta osservare solo quello che ci dice ogni giorno il famoso e freddo differenziale tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi – ieri lo spread è tornato a quota 250 e ormai è un dato di fatto che il governo Di Maio-Salvini peserà sugli interessi che l’Italia pagherà sui suoi titoli di stato il doppio del governo precedente. Serve di più. Serve rendersi conto che chi deve decidere se considerare o meno il nostro paese un posto in cui vale la pena investire oggi si trova in una condizione difficile: di chi sa che la principale garanzia che può offrire il presidente del Consiglio agli investitori è evitare che gli elettori di Salvini e Di Maio si accorgano che il contratto potrebbe essere ammorbidito. E così, da qualche giorno, di fronte a una febbre latente, sottile ma evidente, il governo ha già fatto sapere che la politica sull’immigrazione non verrà toccata, che la riforma sulla scuola non verrà stravolta, che il Jobs Act non verrà smantellato, che la flat tax verrà fatta con calma, che il reddito di cittadinanza verrà concesso senza fretta, che le imprese verranno detassate in continuità con il passato e che della riforma Fornero verranno azzerati solo gli effetti deleteri. Sono messaggi in codice, che qualcuno può cogliere. Eppure più di tanto naturalmente non si può fare perché il problema del governo del cambiamento è che tutti sanno che i suoi azionisti di maggioranza sono stati votati per imporre discontinuità rispetto al passato ma allo stesso tempo almeno fuori dall’Italia tutti sanno che imporre una discontinuità eccessiva rispetto a quanto fatto negli ultimi anni può portare a peggiorare e non a migliorare le condizioni del nostro paese. Suvvia.

  

Come ci si può fidare pienamente di un paese che promette discontinuità sul rispetto dei conti pubblici? Come ci si può fidare pienamente di un paese che potrebbe portare al ministero dell’Economia sottosegretari e viceministri che dicono quello che mercoledì hanno ripetuto in Aula i deputati della Lega – “Non abbia timore, signor presidente, lei e tutto il Governo, di essere troppo critico sull’euro”, ha detto il leghista Massimo Bitonci. E come ci si può fidare pienamente di un paese dove i due principali partiti in caso di campagna elettorale potrebbero fare quello che avevano promesso nella prima bozza del contratto di governo, ovvero scommettere sull’uscita dall’euro? Per capire la natura del sentimento negativo che avvolge oggi l’Italia non è sufficiente guardare lo spread ma bisogna guardare per esempio a quello che sta succedendo con i buoni del tesoro decennali, il cui rendimento è passato dall’1,9 per cento del 10 maggio al tre per cento di ieri. E un qualsiasi operatore che conosca il mondo della finanza potrà confermarvi che da alcune settimane la curva dei rendimenti di titoli di stato si è spostata verso l'alto comprese le scadenze di breve termine e molt investitori hanno deciso di puntare su “posizioni corte”: si vendono titoli di stato non ancora posseduti perché si pensa che il loro valore scenderà. Per il premier carta carbone, la fiducia in Parlamento è solida. Fuori dal Parlamento le cose cambiano. E quando l’affidabilità di un paese è inversamente proporzionale al mantenimento delle promesse si capisce che basta una virgola, uno spiffero, una nomina sbagliata, un viceministro al posto di un altro, una frase scappata su Facebook, per portare il termometro in su e trasformare una febbricola persistente in una malattia più grave. L’Italia ha da qualche settimana l’influenza, e più che allacciare le cinture conviene spiegare perché mai come oggi conviene fare presto e coprirsi bene.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.