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La fuga dei cervelli al governo

Maurizio Crippa

Cultura, istruzione, patrimonio artistico. Le tre parole assenti, e non per caso, dal discorso di Giuseppe Conte

Quando non sento la parola cultura metto mano al Contratto, verrebbe da dire parafrasando quello. Metti mano al Contratto, e “cultura” sono una trentina di righe, un apostrofo rosa tra le parole “conflitto d’interessi” e “debito pubblico”. La Lega, la Cultura (maiuscola) nel suo Dna forse non l’ha mai avuta, ma per un MoVimento nato con l’intento di “cambiare una cultura antimeritocratica”, poche righe di contratto sono pochino. Tutto quel che si dice sta racchiuso tra una frasetta da cinegiornale, “il patrimonio culturale italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo”, e la promessa non circostanziata di “una riforma del sistema di finanziamento che rimetta al centro la qualità dei progetti artistici”. Sulla scuola, nel Contratto, altro pochino, tra “classi pollaio”, “precariato” e soldi da spendere: la scuola intesa alla vecchissima maniera sindacal-politica: Franza o Spagna, basta che se magna.

 

Pochino davvero. Ma il peggio, un peggio significativo, è che nel lungo discorso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte le parole cultura e istruzione, nonché la parola Beni culturali, non sono state nemmeno citate. Certo non si pretendeva un retore da governo dei Professori, e non ha senso il paragone con un citazionista compulsivo come Matteo Renzi, che spaziava da Machiavelli al complesso di Telemaco e invitava la Merkel sotto il David di Michelangelo. Ma l’assoluta impermeabilità verso questi temi, nel momento del debutto, da parte di un governo che vorrebbe illuminare il cambiamento e il rilancio dell’Italia è grave. La cultura, per quanto parola bistrattata dalla retorica, in un paese stratificato socialmente e storicamente dovrebbe essere al centro dell’attenzione: un collante contro lo sfascio. L’istruzione, per un governo che intende battersi contro l’esclusione sociale e per il rilancio del lavoro per i giovani, dovrebbe essere al primo posto. Altri paesi, nel momento della crisi post 2008, hanno raddoppiato l’investimento nell’istruzione proprio per recuperare competitività nel lavoro. L’Italia ha iniziato a farlo con ritardo, negli scorsi anni, ma al governo gialloverde proprio non sembra importare: basterà sistemare un po’ di precari. Infine i Beni culturali, che sono non solo patrimonio di conservazione, ma anche uno dei più importanti punti di forza economici dell’Italia. Nel Contratto, si leggono poche righe banali, “i nostri musei, i siti storici… devono tornare a essere poli di attrazione e d’interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori”. (Franceschini, se fosse Berlusconi, risponderebbe “già fatto”). Ma del potenziale del nostro patrimonio culturale e di cosa farne, ieri non si è parlato. Dimenticanze che pesano anche di più poiché i ministri “tecnici” competenti, il manager culturale Alberto Bonisoli al Mibact e il dirigente scolastico Marco Bussetti all’Istruzione ancora non hanno aperto bocca.

 

Galli della Loggia sul Corriere ha scritto una lettera aperta proprio al ministro dell’Istruzione, chiedendo la reintroduzione della predella sotto la cattedra e il restauro di altre funzioni simboliche dell’Autorità. Una richiesta come un’altra, per carità, ma rivolta a un governo che nasce sull’ideologia dell’uno-vale-uno è completamente fuori registro. Ed è un segno di quanto poco i nostri intellò abbiano capito del governo del cambiamento e della sua cultura.

 

Le poche righe dedicate alla ricerca scientifica, Conte le ha usate per elogiare i giovani ricercatori italiani che hanno meritato riconoscimenti internazionali, e le ha sprecate nella constatazione “che molti di loro, al pari di tanti colleghi… siano stati costretti ad abbandonare il nostro paese per operare in università e centri di ricerca stranieri”. Niente, nell’orizzonte di questo governo esiste solo la fuga dei cervelli. Che sembrerebbe del resto già compiuta.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"