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La Terza Repubblica inizia tra il ciuffo di Conte e il piedino di Renzi

Una giornata al Senato per provare a capire com'è nata (se è nata) la Terza Repubblica

6 Giugno 2018 alle 06:06

La Terza Repubblica inizia tra il ciuffo di Conte e il piedino di Renzi

Foto LaPresse

Roma. Follow the hair. La Terza repubblica comincia col ciuffo del premier Conte, ciuffo sfolgorante che garrisce nel giorno della fiducia al Senato. Alle dodici, il professore di Volturara Appula, voce rauca ed erre da chansonnier, un po’ protagonista del Novecento, un po’ Califano, si lancia in ampi gesti, reiterazioni, coloriture da baritono. Anche vasto uso di citazione straniera (dice: Ulrich Bech, James Hillmann) con accenti un po’ affettati (Hillmann è “hlmmnn”).

 

“Guarda che bravura”, fa un signore sprofondato nel salone che collega la buvette all’aula, e dove si bivacca: ha un libro in mano; “Vita quotidiana dei vichinghi”. Un antropologo sceso a Roma per studiare questi nuovi potenti? “Mi chiamo Consolo, ero il candidato Cinque stelle opposto alla Bonino nel collegio Roma 1”, dice l’affabile signore, che è docente, alla Sapienza, di Procedura civile. “Senta quest’oratoria, si vede che è frutto delle tante ore di lezione, e di camera di consiglio”, si bea il professor Consolo, del suo collega e amico premier; “senta la parlantina, guardi la prossemica. Ah, io ne ho visti tanti, di studenti di diritto, e i più bravi erano proprio del sud”.

 

Interventi sparsi, vagando tra i busti di Garibaldi e i baffoni dei Savoia re-cacciatori: la neo senatrice Daisy Pirovano, della Lega, dice che “con questo governo finalmente possiamo andare in giro nei bar e guardare la gente negli occhi!”. Al bar, allora, perché no. Cioè alla buvette del Senato. Dei nerboruti operai della cooperativa Smeraldo srl, tutti tatuati, si affacciano nel backstage del bar, sbirciano sui monitor che rimandano il dibattito. “Aho, mica male sta Daisy”, fa un parlamentare di lungo corso. Entra Luigi Di Maio, molto omaggiato, fa lo scontrino e se magna un toast appoggiato alla vetrinetta dei piatti pronti (lo chef oggi consiglia: un merluzzo dall’aria post-nucleare; rustici brutalisti; patate e fagiolini collassati, cotolette di tacchino perfettamente tonde forse rispondenti all’economia circolare molto evocata nel programma M5s e dal neo premier Conte poco prima). Sono le luisone dell’epoca grillina. Appoggiato alla vetrinetta anche l’ex vicedirettore di Repubblica e senatore del Pd Tommaso Cerno beve un bicchiere di vino rosso (o forse è Coca-Cola), e parla fitto con la senatrice Barbara Turco. “Matteo sta scrivendo il discorso”, le sussurra.

 

Matteo (Renzi) appare invece nello stanzone dei passi perduti: entra proprio lui, che questo Senato lo voleva abolire. Ma non era in giro per il mondo? Sotto la cassa della buvette è appeso un’enorme natura morta di micidiale iperrealismo (“il ritorno di Ulisse” del maestro Luciano Ventrone, 2002). Renzi-Ulisse è in blu opaco, uno statement anche politico in epoca di completi lucidini; opaco anche l’ex tesoriere Francesco Bonifazi: hanno l’aria eccitata da gita scolastica. Bonifazi mastica una gomma americana. Renzi parla della Cina, batte il piedino, dice “Canada! L’unico posto dove non sono stato da premier è il Canada”. Tocca il pancione a una giornalista incinta, saltella di nuovo. “Che ha detto Monti? Che arriverà la Trojka?” (il senatore di Scelta Civica ha appena fatto un intervento che ha gelato tutti, agitando lo spauracchio del tracollo finanziario). “Siamo tutti figli di trojka, ah ah”, scherza. Poi dice che nel discorso che farà più tardi può fare solo una battuta. Non di più (speriamo non sia questa). Blu opaco anche per Pier Ferdinando Casini, che misura il salone quasi danzando: oltre che opaco è anche brizzolato: rivendicazione di alterità nella legislatura Clarendon, dei completi e dei capelli luccicanti (corvino di Majo, pompeiano Conte. Da un corridoio arrivano le chiome castane di Toninelli, “abbiamo tanto da fare, scusatemi”). Stile Boggi-Tecnocasa per tutti. Renzi poi fa un discorso abbastanza da statista, anche se il confronto lo avvantaggia, diciamo. Parla Liliana Segre, senatrice a vita, che ricorda l’Olocausto e riporta l’atmosfera colorata da primo giorno di scuola a un bianco e nero poco da ridere. La presidente Casellati le dice: “grazie per la lezione di vita!”, agitando la pettinatura da Melania Trump. E si ritorna al technicolor.

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