Scrivere la storia

Massimo Adinolfi

Un’ambizione che comincia con Marx e finisce con Di Maio. Un mito, come il sovranismo, creato con i cascami di una filosofia defunta

"Graphoume istoria": Non è così che ha detto Di Maio, un paio di settimane fa? Non proprio. Nei giorni in cui la trattativa fra il capo politico del Movimento 5 stelle e il leader della Lega Matteo Salvini mettevano a punto il “contratto per il governo del cambiamento” – Di Maio chiedeva tempo, ovviamente: “Si sta scrivendo la storia”, diceva, vuoi che non lo si faccia con tutta la pazienza del caso, tutta la serietà del momento? Però non è impossibile che gli sia venuto in mente lo striscione sventolato in piazza Syntagma, ad Atene, la notte del 5 luglio 2015, quando i greci attendevano i risultati del referendum convocato nel giro di una settimana dal primo ministro, Alexis Tsipras: “Graphoume istoria”, scriviamo la storia, appunto. Con la penna del popolo, sulle schede fu scritto no, con oltre il 61 per cento dei voti, e il Memorandum inviato dalla Troika, in cui si fissavano le condizioni per ricevere assistenza finanziaria da parte dell’Unione europea, del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea, fu sonoramente respinto. Ma altro che Paolo Savona all’Economia: quel governo aveva nientepopodimeno che Yanis Varoufakis a guidare la politica economica dell’esecutivo ellenico. Uno che per cinque mesi cinque fu capace di dormire solo un paio di ore a notte, come ha poi raccontato, per sostenere lo scontro con i poteri forti dell’economia mondiale.

 

“Graphoume istoria” diceva uno striscione, il 5 luglio 2015, quando la Grecia attendeva l’esito del referendum sulle misure anti crisi

Fino, però, al 5 luglio. Il giorno dopo, Varoufakis si dimise. Nella prima intervista rilasciata in seguito alle dimissioni, una settimana dopo, Varoufakis spiegò perché: aveva un piano B. Bisognava fare tre cose: emettere Iou, cioè cambiali, da affiancare agli euro; applicare uno sconto robusto ai bond greci detenuti dalla Bce; prendere il controllo della Banca centrale di Atene, sottraendolo a quello di Francoforte. Un, due, tre: non era ancora una Grexit, ma era tutto quello che si poteva fare per minacciare la Grexit. (Ed è anche quello che oggi, da noi, i gialloverdi dicono e non dicono).

 

Tsipras, che secondo i racconti di Varoufakis aveva fin lì dato il suo assenso all’operazione, scelse però un’altra strada: “Quella stessa notte il governo decise che la volontà popolare, quel No clamoroso al Memorandum, non doveva servire per sostenere il mio piano. Il nostro primo ministro accettò la premessa che qualunque cosa fosse accaduta, qualunque cosa avesse fatto l’altra parte, noi non avremmo mai risposto sfidandoli. Questo sostanzialmente significa piegarsi, smettere di negoziare”.

 

E’ andata com’è andata. Varoufakis in giro per l’Europa a tenere conferenze su quella famosa notte in cui si scriveva la storia – preparandosi magari a un futuro da parlamentare europeo –, Tsipras al governo, a fare le riforme, a scalare la montagna di debiti del paese e ad attirarsi quote crescenti di impopolarità. Uno circonfuso di gloria per aver osato sfidare l’Europa, la finanza, i tedeschi; l’altro accusato di aver tradito gli ideali della sinistra per pavidità, per eccesso di realismo o per brama di potere. La disoccupazione è calata, il pil cresce, i mercati danno segnali di fiducia, ma è difficile che alle elezioni del 2019 i greci non presentino il conto al leader di Syriza.

 

Se davvero volessi sgombrare la mia testa da qualunque cosa altri mi ci abbiano messo dentro, alla fine mi ritroverei soltanto con la testa vuota

E Di Maio? Di Maio la storia è abituato a scriverla: non è mica la prima volta che lo fa. Perché a piazza Syntagma, la notte del 5 luglio, c’era anche lui. Insieme a Beppe Grillo e a una folta delegazione di parlamentari, a festeggiare la vittoria del popolo contro le banche, in diretta Facebook. Sembra lo sbarco sulla Luna, un piccolo passo per l’uomo (che non giganteggia in statura), un grande balzo per i popoli europei:

 

“Qui Atene. Piazza Syntagma. Puoi togliergli i soldi chiudendo le banche, fare campagna di terrore con tutte le tv che hai, puoi sguinzagliare anche Matteo Renzi che da servo delle banche prova a terrorizzare i greci con un tweet. Ma alla fine se un popolo è ridotto allo stremo, riconosce il suo aguzzino. I Greci hanno dato una lezione di politica a tutto il mondo. Da domani la Merkel e le banche europee hanno un problema grosso: un popolo che non abbassa la testa. Questo spirito è contagioso. Arriverà agli altri popoli del sud dell’Europa. In Italia dobbiamo avere il coraggio di ribellarci alle imposizioni di Bce, Fmi e Commissione europea. Dobbiamo far sparire la riforma Fornero, abbassare l’Iva e le altre tasse. Riprenderci le grandi aziende di stato. Dobbiamo tornare a essere sovrani rispedendo al mittente le politiche folli che ci hanno imposto. Mandiamo a casa Renzi e riprendiamoci l’Italia. Mandiamo a casa chi ha svenduto tutto facendoci credere che non ci fosse un’alternativa. L’alternativa c’è e si crea con un semplice voto. Utilizzando gli strumenti democratici. E’ una rivoluzione gentile”.

 

Non so cosa si sia letto nel contratto di governo siglato da Salvini e Di Maio, ma quando uno scrive la storia a volte si ripete: quelle cose che si leggono nel contratto Di Maio in fondo le ha già scritte tre anni fa. L’unica differenza è che la notte del 5 luglio Grillo chiedeva ancora un referendum per decidere sull’euro, mentre nel contratto il referendum non c’è. (C’è tuttavia Varoufakis, sui giornali, a commentare il clamoroso “errore tattico” di Mattarella).

 

Ora, però, vogliamo dire qualcosa su questa fissa della storia che si tratterebbe di scrivere? Se siete sportivi, chissà quante volte l’avete sentita. Io, l’ultima volta, è stato quando l’Avellino è venuto a giocare a Salerno il derby infuocato contro la Salernitana, nel marzo scorso, proprio nella settimana successiva al 4 marzo. Mister Novellino chiedeva ai suoi di giocare “con il sangue”, per vendicare la sconfitta dell’andata e “scrivere tante pagine di storia”. Mal gliene incolse: un mese dopo è stato esonerato. Però quando la si usa così, la frase significa soltanto che si vuole realizzare un’impresa memorabile, degna di finire in qualche albo d’oro. Nel modo in cui l’ha usata Di Maio, c’è invece qualcosa di più: c’è la vecchia idea della rivoluzione, di una pagina nuova nella storia del mondo che per la prima volta verrebbe scritta dal popolo, finalmente padrone del proprio destino. Se infatti è il potere a scrivere la storia non è una buona cosa: perché la scrive solo per riscriverla, cioè per raccontarla a proprio uso e consumo. Oppure per mitizzarla, o almeno per abbellirla, e regalarci nei libri di storia epopee come “il Risorgimento”. Se invece la scrive il popolo, è perché è riuscito a strappare la penna dalle mani dei vincitori. Se la scrive il potere, quella pagina di storia è falsa; se la scrive il popolo, la pagina è vera.

 

Una frase che si usa quando si pensa di realizzare qualcosa di memorabile. Ma può esserci anche la vecchia idea della rivoluzione

E’ un’idea che si trova in Marx, per il quale la democrazia – intesa in senso radicale, rousseauiano, come diretta espressione della volontà popolare, senza i legacci dell’impalcatura borghese-liberale – è la solo forma politica vera, è “l’enigma risolto di tutte le costituzioni”: “Nella democrazia, la costituzione, la legge, lo Stato stesso, sono semplicemente un’autodeterminazione del popolo, un contenuto determinato del popolo, per quanto esso contenuto è costituzione politica. Del resto, s’intende da sé che tutte le forme politiche hanno per loro verità la democrazia, e quindi in quanto non sono democrazia non sono vere”. S’intende da sé fino a un certo punto: una parola di spiegazione è necessaria. Marx accoppia democrazia e verità perché pensa la democrazia come quel luogo in cui il popolo ha per intero, nelle proprie mani, il proprio destino. Non vi sono altre istanze con le quali misurarsi, non vi sono ambiti dell’esistenza che siano sottratti alla decisione politica, non c’è una vita materiale, con i suoi condizionamenti, che possa limitare l’espressione sovrana della volontà popolare. Per capirci: non c’è lo spread, non ci sono i mercati, non ci sono le banche, non c’è nemmeno la Merkel. Tutte queste cose non ci sono, ovviamente, perché è stato buttato all’aria il capitalismo. Come scriverà Marx in Per la critica dell’economia politica, la storia comincerà solo una volta che sarà superata l’ultima formazione sociale, quella borghese, con cui finisce la preistoria (dopo, però, può pure arrivare Di Maio, in combutta con Salvini).

 

Sul piano politico, c’è dunque l’idea della rivoluzione, che penetra tutti gli ambiti della realtà, dietro l’ambizione di scrivere la storia dalla parte giusta. Ma c’è pure una vecchia idea metafisica ancora operante. La parola non deve spaventare: la metafisica non è una cosa che stia nei cieli, o nei libri: è invece, molto più banalmente, quello che pensiamo quando non stiamo a pensarci su. Keynes diceva che “gli uomini pratici, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale sono spesso schiavi di qualche economista defunto”: le vecchie idee metafisiche sono le più defunte di tutte. E perciò agiscono più a lungo e ancor più in profondità.

 

In questo caso, l’idea defunta della quale facciamo fatica a liberarci è l’idea della volontà. O perlomeno una certa idea di volontà, piena e intera, senza la quale ci pare di perdere il senso stesso della nostra libertà (e infine la nostra stessa umanità). E’ l’idea per la quale se io voglio qualcosa, sono io a volerla, punto e basta: altrimenti in qual senso posso dire di volerla? In filosofia, quest’idea di così palese buon senso è morta da un pezzo. In psicologia, l’idea è ormai ampiamente riconosciuta come implausibile. In politica, invece, la stessa idea costituisce una finzione tuttora operante.

 

Ma che cosa può voler mai dire che sono io, ed io soltanto, a volere ciò che voglio? Che nessuno può mettere nella mia testa ciò che non voglio e a cui non penso? Che posso sparecchiare la tavola degli altrui condizionamenti gettando per aria la tovaglia, e ogni volta ricominciare daccapo, come più mi aggrada? Che il mio volere si mantiene puro, incontaminato, assoluto, non gravato dal passato, indipendente da ogni altro volere? Da qualunque parte la si guardi, si capisce subito che questa idea non funziona. Perché se davvero io volessi sgombrare la mia testa da qualunque cosa altri mi ci abbiano messo dentro, alla fine mi ritroverei soltanto con una testa vuota: l’“io” che dovrebbe pronunciarsi, a quel punto, non avrebbe più nulla da dire, o volere.

 

L’idea di scrivere la storia dalla parte giusta: se la scrive il potere, quella pagina è falsa; se la scrive il popolo invece è vera

E però, per quanto fittizia, quell’idea agisce potentemente quando si tratta di pensare il modo in cui si esprime non la volontà individuale ma la volontà politica di un popolo o di una nazione. Se è sovrana, allora decide da sé. Se qualcuno le si fa a fianco e le sussurra: vedi che sei vincolata a certi rapporti internazionali, vedi che hai un debito che non ti permette di fare come ti pare e piace, vedi che devi dar conto anche ad altri poteri che sono propri ed essenziali a un ordinamento costituzionale, vedi che lo stato democratico rimane uno stato di diritto, con i suoi limiti e le sue forme, quella volontà scalcia e s’imbizzarrisce, e arriva perfino a chiedere l’impeachment (salvo rimangiarsi le parole un minuto dopo): è perché pensa che la parola sovranità indichi ancora una qualche dimensione assoluta, a cui stanno stretti gli istituti della democrazia liberale e rappresentativa. Quella volontà è democratica e sovrana – cioè vera, avrebbe detto Marx – dunque perché dovrebbe contenersi in qualche punto?

 

Marx, dicevo, e pure Gentile. Non però quello della rivoluzione gentile di cui parlava un entusiasta Di Maio a piazza Syntagma, la notte in cui scriveva la storia, ma Giovanni, il filosofo, quello che nella sua ultima grande opera, Genesi e struttura della società, scrive: “Economia è meccanismo, e politica è libertà. Ma l’appellativo può valere di monito agli economisti circa la necessità di tollerare in santa pace che gli uomini di Stato facciano talvolta una economia antieconomica, se deviazioni dalle leggi derivanti dalla finzione dell’homo oeconomicus fossero consigliate dalla situazione in cui lo stato deve agire”. Figuriamoci dunque se i mercati possono mai dire o non dire all’uomo di stato che cosa lo Stato può o non può fare. Va da sé che quando l’uomo di stato – foss’anche un Luigi Di Maio con indosso quei panni – fa un’economia antieconomica, allora scrive la storia: nei termini di Gentile, la storia, infatti, non è che l’asservimento progressivo delle mere ragioni dell’utile e dell’economico alla superiore moralità dello spirito.

 

Naturalmente, per pensarla così, ci vuole tutt’intera una filosofia. Ci vuole l’attualismo, ci vuole una metafisica del volere assoluto, ci vuole l’idea decisamente problematica che il diritto, la legge, non contano come diritto o come legge se non perché la volontà politica li vuole daccapo e sempre di nuovo. Allora sì che i conti tornano, e Di Maio può scrivere la storia: “Abbiam detto che il già voluto è contenuto del volere: contenuto inconcepibile fuori del volere stesso nella sua attualità. Il passato è contenuto del presente, cioè del presente atto spirituale, che è il volere. Come momento interno all’atto del volere (morale), il diritto rientra nella dialettica di questo”. Gentile scriveva difficile, dentro le parole del suo sistema: ma insomma si capisce: se il passato è contenuto nel presente la preistoria è finita e noi possiamo tornare a essere sovrani, come diceva Di Maio a piazza Syntagma. Perché il sovranismo questo è: un mito politico creato coi cascami di una grande filosofia defunta.