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Qui solo il peggio del populismo

Nel bagaglio dei gialloverdi manca quel decisionismo che piace al popolo

6 Giugno 2018 alle 06:17

Qui solo il peggio del populismo

Foto LaPresse

Secondo un rapporto di Bloomberg Economics, nei paesi del G20 (più la Spagna) il 41 per cento del pil è rappresentato da partiti populisti, rispetto al 4 del 2007. Nello stesso periodo i partiti democratici tradizionali sono scesi dal rappresentare l’83 per cento della ricchezza al 32. Le percentuali sono date dagli elettori moltiplicati per il pil pro capite; escludendo autocrazie come Russia, Cina, Arabia Saudita, Turchia dove nulla è cambiato, a fare la differenza sono le vittorie dei repubblicani americani versione Donald Trump, e dei grillini e leghisti italiani di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Bloomberg, che i nuovi padroni politici dell’Italia certo considerano espressione di poteri forti, coglie però un aspetto positivo: “L’efficacia e la rapidità dell’azione di governo”. Cioè il decisionismo. Questo forse si può dire, nel bene e nel male, di Trump. Non certo dei primi atti del tandem Salvini-Di Maio. Atti che già smentiscono la propaganda che li ha portati alla vittoria e il famoso “contratto per il cambiamento”.

 

Le retromarce più vistose riguardano la Lega, che ha ottenuto la leadership dell’ex centrodestra con tre promesse: il rimpatrio immediato di 500 mila clandestini e lo stop agli sbarchi; la flat tax (che flat non è) con due aliquote al 15 e 20 per cento; lo smantellamento della legge Fornero per andare tutti in pensione prima. Nonché, come i 5 stelle, cambiando tutto ciò che era stato fatto prima. Appena arrivato al Viminale, Salvini ha dato atto del buon lavoro del predecessore Marco Minniti: in effetti sarà difficile ottenere un’ulteriore riduzione dell’80 per cento degli sbarchi. E si è accorto che rimandare a casa gli irregolari comporta una complessa opera diplomatica e fondi adeguati: intanto ha litigato con la Tunisia, unico paese ad avere un accordo di rimpatrio. La riduzione delle tasse è stata già ridimensionata alle sole imprese per l’anno prossimo; per i cittadini se ne riparlerà tra due anni, in modo graduale e dopo la “pace fiscale”, cioè un maxicondono. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che populista non è, aveva suggerito di lasciar scattare gli aumenti Iva, magari modificandone le aliquote, e spostare il prelievo dalle imposte dirette, largamente evase, alle indirette. Inizialmente i consumi ne avrebbero sofferto, ma la ricetta aveva un senso. Invece, flat tax rinviata e solite manovre di per non bucare il deficit pubblico. Ancora più clamorosa è la marcia indietro sulla legge Fornero, che pur con i suoi difetti ha evitato il default della previdenza e del debito. Salvini, cavalcando la retorica dei 67 anni si era guardato bene dal considerare che l’età effettiva di pensionamento è di 62. Ora l’ultima ipotesi di modifica riguarda quota 100, cioè almeno 64 anni di età e 36 di contributi. Insomma, lo “stop Fornero” potrebbe mandare in pensione due anni più tardi. Poi ci sono le infrastrutture, sulle quali assieme all’integrazione in Europa e nell’euro si è basato il buongoverno dei leghisti non salviniani come Roberto Maroni, Luca Zaia, il sindaco di Genova, Marco Bucci, e del centrodestra alla Giovanni Toti: la promessa di non lasciare il ministero in mano a un grillino pronto ad accogliere le istanze No Tav e No Tap, è durata lo spazio di una settimana. Ovviamente anche i 5 stelle sono scesi dal pero delle promesse mirabolanti: il reddito di cittadinanza è per ora (fortunatamente) ridimensionato a un potenziamento dei centri per l’impiego, con 50 mila assunzioni pubbliche a un costo già lievitato dai due miliardi previsti. Ma essendo i grillini inaffidabili per definizione, e con i loro 40 mila attivisti governati dagli algoritmi della Casaleggio Srl, la sorpresa è minore (a Roma si è perso il conto del via vai di assessori, i successi del Campidoglio sono sotto gli occhi di tutti). Il vero patatrac lo rischia Salvini. Dal “non vedo l’ora di andare in ufficio e cambiare tutto” a “si fa quel che si può e non tutto era da buttare”: qualcuno potrebbe chiamarla una truffa.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    06 Giugno 2018 - 11:11

    Non so che conti fate voi, ma nel mio caso l'INPS mi dice che con la maledetta legge Fornero dovrei andare in pensione a 68 anni o a 66 con penalizzazioni, per cui 64 è un miglioramento o no? E ho pure riscattato gli anni di studio...

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  • giantrombetta

    06 Giugno 2018 - 09:09

    Scusate, e’ una vergognosa fake la notizia che Davigo e Di Matteo saranno i consulenti del neo ministro della giustizia?

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