Sorpresa. L'incarico a Cottarelli ha riacceso sogni di governo tra Lega e M5s

Salvatore Merlo

Di Maio cambia tono e prova a rassicurare il Colle. Le due partite di Salvini. Conte ci spera. Quel filo sottile tra svolta e elezioni

Roma. A un certo punto, Carlo Cottarelli, il professore che si è messo a disposizione del presidente per formare un governo cui nessuno vuole dare la fiducia deve aver avuto l’impressione di essere la stranita pallina di una confusa partita a ping pong, un gioco pasticciato, di furbizie e omissioni. Martedì pomeriggio, al Quirinale, ha ammesso di avere difficoltà persino a trovare i ministri. Chi accetta, per puro spirito di servizio, di fare il ministro, per pochi mesi, quasi senza poteri, mentre lo spread s’impenna e la politica esagitata, con i partiti impegnati in campagna elettorale, si abbandona a pernacchie e cori da curva sud? Rischia di avere massimo trenta voti di fiducia in Senato, Cottarelli. Il suo non sarebbe nemmeno un governo di minoranza, non avrebbe la legittimità per fare niente, nemmeno nel caso – infausto – che nelle prossime settimane si abbatta una tempesta speculativa sull’Italia. Ed ecco perché Sergio Mattarella pare abbia contattato anche Matteo Salvini. Un governo serve. Intanto però, a pochi passi dall’ufficio che Cottarelli occupa al piano terra di Montecitorio, in Transatlantico, esplodono gli umori, le paure e le ambizioni dei partiti, che sembrano muoversi come se lo spread non esistesse. E allora nessuno gli voterà la fiducia, nemmeno il Pd, “astensione benevola”, annuncia Maurizio Martina, il segretario reggente. Poco più in là c’è Marco Minniti, il ministro dell’Interno, “ci sarà una reazione a questa ondata populista. E in tempi strettissimi”, promette. Ma è la Lega, è Matteo Salvini, che si muove con il passo sicuro di chi sente d’avere un sangue vincente che scorre fortunato nelle vene.

     

Alle 11 e 45 Salvini abbandona la Sala della Regina, alla Camera, dove ha arringato i suoi deputati e senatori riuniti in assemblea. Il “Capitano”, come lo chiamano i lombardi che lo conoscono da una vita, li ha caricati in vista delle elezioni imminenti, “forse il 29 luglio”. Salvini, che ha detto di voler far partire le commissioni parlamentari, si è mantenuto volutamente vaghissimo intorno ai rapporti con il resto del centrodestra. “Ma è vero che ci alleiamo con i cinque stelle?”. “Vediamo”, ha risposto, allusivo. E questo mentre Giancarlo Giorgetti, il vicesegretario, l’architetto di retrovia, gli mostrava in diretta, attraverso il cellulare, l’inquietante andamento dello spread. “Mica è colpa nostra”, ha detto Salvini. Ma Giorgetti è anche l’uomo cui sono stati spiegati bene i rischi che in queste ore corre l’Italia, priva di governo, e in caso incapace di attivare degli speciali meccanismi di difesa dalla speculazione. Martedì, per tutto il giorno, i titoli di stato italiani crollavano anche sul mercato secondario (quello dei titoli già emessi). Così i telefoni hanno preso a squillare come nitriti d’apocalisse in tutti i palazzi del potere e della politica. Si diffonde una voce: “Mattarella potrebbe incaricare Salvini o Giorgetti”. Non arrivano smentite. Il centrodestra, compresi ambienti di Forza Italia, fa sapere a Mattarella di essere disposto a tentare la strada di un governo politico. E il M5s ripropone il “governo del cambiamento”.

       

Martedì, conclusa la riunione con i parlamentari, il capo della Lega si getta dentro il palazzo dei gruppi, come in uno specchio. Lo raggiungono i vertici della Lega, alla spicciolata. E’ la prima riunione del consiglio federale leghista che si svolge a Roma. C’è anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, vestito di scuro, tono su tono, come il suo umore, lui che governa il Veneto, la regione più ricca. Ed è preoccupato, Zaia. Della situazione d’incertezza. Per tutto il giorno Salvini ha registrato i timori dei cinque stelle, che non sono più così convinti di andare a votare, annaspano, cercano di capire se si possa in qualche modo tornare indietro. “In Parlamento c’è una maggioranza. Fate partire quel governo”, dice a un certo punto Di Maio, spaventato anche dalle mosse del centrodestra, che chiede un governo politico a guida Lega. Ma i ponti li hanno incendiati loro stessi, con le accuse al Quirinale. “Si va a votare”, ripete allora Salvini, che già pregusta il sapore della Lega al 27 per cento. Ma che succede se lo spread, nel frattempo, continua a salire? Negli ultimi giorni ha avuto un’impennata persino più rapida che nel 2011. “Per questo bisogna votare subito. Anche a luglio”, cominciano a dire nella Lega quelli meno persuasi dall’ipotesi che inizia a trapelare, a farsi sempre meno evanescente: un incarico a Salvini o a Giorgetti (o Giorgetti al Mef). Possibile? “Riproviamo con il nostro governo”, è la proposta di Di Maio, mentre a Montecitorio in serata si è rivisto il prof. Giuseppe Conte. E la giostra ricomincia. Pare. Con la minaccia dello spread, e del default.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.