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Contro l’abolizione della democrazia rappresentativa

L’eversione spiegata a Lega e M5s (e Colle) con Luigi Einaudi

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

18 Maggio 2018 alle 06:23

Contro l’abolizione della democrazia rappresentativa

L'Aula del Senato (foto LaPresse)

"L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". La ragione per cui siamo arrivati al punto di dover ricordare cosa prevede l’articolo 1 della Costituzione è che nel silenzio generale – o forse peggio: in un silenzio complice – la notte del 16 maggio del 2018 verrà ricordata come la notte in cui i due più importanti partiti italiani hanno trovato un accordo non solo per provare a formare un governo ma anche per colpire al cuore, in modo esplicito e trasparente, il più importante principio che governa una democrazia liberale. Sono poche righe, a pagina 23 del contratto: “Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo”. I partiti di protesta, da anni, provano a spacciare l’abolizione dell’articolo 67 – “ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” – come se fosse un passaggio indispensabile per combattere la Repubblica dei voltagabbana.

  

Quello che però in molti si sono dimenticati di ricordare nelle ultime ore è che il meccanismo previsto dall’articolo 67 non è finalizzato a incentivare il trasformismo ma è finalizzato a garantire la libertà di una democrazia e dei suoi eletti. Senza l’articolo 67 i deputati e i senatori potrebbero essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni (violazione dell’articolo 68), non avrebbero strumenti per ribellarsi nel momento in cui l’interesse della nazione non dovesse più coincidente con quello del partito. Il divieto di vincolo di mandato venne non a caso introdotto nell’epoca post fascista, proprio per le ragioni che in Assemblea costituente vennero spiegate da un politico che, oggi, il nostro presidente della Repubblica sostiene di avere molto a cuore: Luigi Einaudi. “Credo – disse Einaudi l’11 febbraio 1946 – che tutti siano d’accordo nel ritenere che il mandato imperativo sia la morte dei Parlamenti. Il Parlamento si chiama così da parlare, e non solo perché si parla, ma anche perché si discute e si tenta di persuadere gli altri e anche perché ci sono uomini che sono volenterosi e pronti a essere persuasi, quando l’argomentazione altrui sia buona.

 

Il mandato imperativo contraddice a questa esigenza fondamentale dei Parlamenti e, quindi, è contrario a quelle che costituiscono le esigenze di una vita libera parlamentare propriamente detta”. E’ il principio chiave della democrazia rappresentativa: chi elegge, offre una delega per farsi rappresentare e una volta che si è scelto da chi farsi rappresentare chi è eletto ha la responsabilità di prendere le decisioni che ritiene giuste per tutelare gli interessi del paese. Chi ha a cuore i princìpi basilari della democrazia rappresentativa dovrebbe ricordare ogni giorno che mettere un deputato alle dipendenze di un capopartito – o, come succede nel Movimento 5 stelle, metterlo alle dipendenze del capo di una srl privata – significa non soltanto distruggere esplicitamente la democrazia per come la conosciamo oggi. Significa molto di più: creare le condizioni per non opporsi all’affermazione di un totalitarismo digitale (il passo successivo sarebbe lo stesso compiuto nel 1939 da Mussolini: abolire lo scrutinio segreto). Arrivati a questo punto non resta da chiedersi se l’einaudiano presidente della Repubblica possa accettare un contratto eversivo che scommette sulla fine della democrazia rappresentativa. Non solo sulla base di ciò che prevedono gli articoli 1, 67 e 68 della Costituzione. Ma anche sulla base di ciò che prevede l’articolo 93, in base al quale, come ha ricordato due giorni fa il deputato Riccardo Magi, il presidente del Consiglio dei ministri e i ministri, prima di assumere le funzioni, prestano giuramento nelle mani del presidente della Repubblica recitando una formula chiare. Poche parole: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”.

 

Interesse esclusivo della Nazione. Non sappiamo che effetti avranno le misure economiche promesse dalla Lega e dal M5s. Oggi sappiamo che il contratto pentalepenista punta ad aprire come una scatoletta di tonno non il Parlamento, ma la nostra democrazia. “Il mandato imperativo è la morte dei parlamentari”, diceva Einaudi. Forse, prima di accettare un piano eversivo, anche il nostro presidente avrebbe il dovere di ripartire da qui. Deputare significa delegare. E avere fiducia nella delega significa semplicemente fidarsi più della democrazia rappresentativa che di un maoismo digitale.

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Commenti all'articolo

  • Chichibio

    18 Maggio 2018 - 18:06

    Una volta sancito il mandato imperativo, tanto varrebbe eliminare le discussioni in Parlamento: ogni partito dichiarerebbe il numero dei propri parlamentari presenti e la relativa somma di voti. Vince chi, sulla carta, ne schiera di più. Come le guerre italiane rinascimentali in cui era dichiarato vincitore chi era in grado di schierare più soldati.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Maggio 2018 - 17:05

    La democrazia rappresentativa, non è un pranzo di gala. Si fonda su elementi e presupposti ineliminabili: classi politiche e dirigenti che devono apparire ed essere credibili, corrette, dare la visione che perseguono interessi comuni, oltre il propri orticelli, autorevoli, ed esercitare l’autorità esecutiva delle istituzioni. Il governare non può prescindere da quei presupposti. Nell'ambito dei quali e nel rispetto degli stessi, deve svolgersi la legittima lotta politica per la conquista e la gestione del potere di governo. Fa male constatare che l’ultimo mezzo secolo, da noi, è stato un perenne, ubiquitario e trasversale, svicolare da quei presupposti. Caro direttore, tutto si tiene e, in politica, quasi nulla accade per caso. Bisogna batterci il muso per capirlo. E, quello che si poteva tenere sotto controllo, ora è diventato un immane intreccio di interessi che offe spazio ad ogni demagogia

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  • giovanni_sandri

    18 Maggio 2018 - 15:03

    Bravissimo e chiarissimo come sempre Claudio Cerasa che costituzionalista non è ma ragiona e scrive sempre da persona libera e democratica. A proposito di costituzionalisti: bellissimo il silenzio di Gustavo Zagrebelsky che naturalmente starà meditando sugli errori di Renzi

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  • carlo schieppati

    18 Maggio 2018 - 14:02

    E pensare che tutto questo era stato descritto per filo e per segno da Ugo Intini nel 1995 con il suo LA DEMOCRAZIA VIRTUALE. In 250 pagine indicava il vero obiettivo della Grande Menzogna iniziata con Tangentopoli: l'Istituto della Rappresentanza. Purtroppo non c'è stato niente da fare: ce l'hanno fatta.

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