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Chi è Federico D’Incà, il grillino moderato

La capacità di mediazione sembra essere la sua dote migliore. Gode di stima trasversale, nonostante l'"anatema Casalino"

25 Maggio 2018 alle 10:21

Chi è Federico D’Incà, il grillino moderato

Federico D’Incà. Foto LaPresse

Roma. Gli attivisti veneti più intransigenti gli rimproverano di “essere troppo moderato per essere un grillino”. E del resto pare fatale, la moderazione, in chi la prima esperienza politica, quando il M5s era ancora in fase di gestazione, la fece con una lista civica composta da ex Udc, nelle comunali della sua Trichiana, 5.000 abitanti tra i monti bellunesi. Ma al di là delle critiche di chi lo vorrebbe barricadero, Federico D’Incà – esperto contabile che in passato non ha disdegnato neppure lavori più umili, dal portalettere all’operaio in Sinteco – sembra fare proprio della capacità di mediazione la sua dote migliore. E non per niente sono soprattutto gli esponenti degli altri partiti a tessere le lodi del quarantaduenne deputato: dal dem Roger De Menech, bellunese come lui, a Federico Fornaro di LeU, passando per il buon Pino Pisicchio, moroteo ancora convinto, che lo definisce “il volto umano del grillismo”.

  

Semmai è nel suo, di partito, che D’Incà ha faticato un po’ a emergere. Colpa, soprattutto, di una sciagurata assemblea dei parlamentari, che lui si ritrovò a dirigere da capogruppo alla Camera e che decretò il siluramento momentaneo di Ilaria Loquenzi, grande capa dello staff di comunicazione e protetta da Gianroberto Casaleggio, il quale non a caso costrinse D’Incà a riconvocare subito la riunione e a far ripetere la votazione. E così la Loquenzi restò al suo posto, e D’Incà ritenuto responsabile del presunto colpo di mano, e perciò colpito dall’anatema di Rocco Casalino, che gli impedì qualsiasi apparizione televisiva in secula seculorum. Non ha protestato più di tanto, D’Incà, che nella fumosa galassia pentastellata risulta vicino all’ala di sinistra di Roberto Fico. Accidente che, mentre va nascendo “il governo più a destra della storia d’Italia” (cit. Domenico De Masi), non parrebbe incoraggiare le aspirazioni del mite deputato, sposato da sei anni con Laura, ricercatrice all’Università di Trento, e padre della piccola Maria Deva. Ma evidentemente D’Incà, tra i più scrupolosi lettori grillini del “Macigno” di Cottarelli e grande estimatore di Tom Nichols, ha saputo riguadagnare stima e considerazione nel M5s. Complice, dice qualcuno, anche il burrascoso addio di David Borelli, con cui D’Incà aveva avuto più di qualche incomprensione, in passato, e la conseguente ridefinizione degli equilibri e delle leadership in Veneto, che al deputato bellunese ha giovato non poco. Lo si è visto anche durante la campagna referendaria per l’autonomia regionale dello scorso autunno, quando di fatto D’Incà si è impegnato in prima linea nel diffondere il verbo del Sì. E certo, lui ha più volte ribadito che le istanze federaliste del M5s poco o nulla avevano a che spartire con la propaganda leghista, ma inevitabilmente anche quel suo intestarsi una battaglia non facile lo rende ora spendibile per incarichi di governo nell’esecutivo giallo-verde. “Da parte nostra non ci sarebbero grosse opposizioni, anzi”, ammette un deputato veneto del Carroccio, confermando che la buona fama di cui D’Incà gode in Transatlantico è davvero trasversale. E del resto pare che perfino Giancarlo Giorgetti abbia simpatia per il grillino, avendo avuto modo di conoscerlo nella commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, che il braccio destro di Salvini ha presieduto per cinque anni. “E’ certamente una risorsa”, dicono ora di D’Incà i parlamentari più vicini a Luigi Di Maio, tutti presi nell’ostentare il loro criptico riserbo in queste ore di nomine e designazioni ancora evanescenti. Tra le quali, appunto, c’è anche quella dell’operoso D’Incà, che potrebbe andare a ricoprire un incarico da sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico oppure – dipenderà dall’esito degli incastri – in quello della Pubblica amministrazione, dove andrebbe a ricevere le deleghe per la digitalizzazione. “E’ ancora presto”, s’affrettano a precisare nel M5s. Ma D’Incà, il moderato, sa aspettare.

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