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Salvini e Di Maio vogliono forse ridiscutere anche l’autonomia della Corte costituzionale?

Una frase all’interno del contratto di Governo alla quale non si è prestata adeguata attenzione merita una specifica riflessione. Boutade o intenzione seria?

17 Maggio 2018 alle 14:57

Governo Maduro

Luigi Di Maio e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Tra gli aspetti che più impressionano del contratto di Governo sottoscritto fra Lega e Movimento cinque stelle vi è anche l’intento dichiarato di ricercare "l’affermazione della prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, in analogia al modello tedesco, fermo restando il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione."

 

La frase, considerata nel suo contenuto letterale, è del tutto priva di qualsiasi utilità, poiché da sempre la Corte costituzionale italiana ha professato la prevalenza dei principi supremi dell’ordinamento nazionale (cosiddetti controlimiti) su quelli comunitari e la questione, pertanto, dovrebbe essere di necessità relegata alla stregua di uno specchietto sovranista ad uso e consumo di allodole egregiamente allevate negli ultimi anni.

 

Gli scettici (che in periodo di democrazia diretta sovrabbondano, speriamo non fra i lettori di questo giornale) possono consultare a mo' d’esempio la massima della sentenza della Corte n. 238/2014 all’interno della quale si può leggere che “In un sistema accentrato di controllo di costituzionalità, la verifica della compatibilità costituzionale (cioè della conformità ai principi irrinunciabili dell'ordinamento costituzionale) della norma internazionale da immettere ed applicare nell'ordinamento interno, così come interpretata nell'ordinamento internazionale ed avente rango costituzionale in virtù del rinvio operato dall'art. 10, comma 1, cost., spetta alla sola Corte costituzionale, con esclusione di qualsiasi altro giudice e il sindacato va condotto tenendo conto che i principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscono un limite all'ingresso delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l'ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l'art. 10, comma 1, cost. ed operano altresì quali "controlimiti" all'ingresso delle norme dell'Unione europea, oltre che come limiti all'ingresso delle norme di esecuzione dei Patti Lateranensi e del Concordato, rappresentando gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell'ordinamento costituzionale, per ciò stesso sottratti anche alla revisione costituzionale".

 

Peraltro, proprio nelle scorse settimane si è svolto un intenso braccio di ferro fra la Corte di Giustizia Europea e la nostra Consulta (caso Taricco) all’esito del quale il massimo organo di giustizia europea ha riconosciuto la prevalenza del principio di irretroattività della legge penale sancito dall’articolo 27 Cost su qualsiasi altro interesse di rilievo comunitario. Ma, evidentemente, fra un comizio e l’altro e fra spasmodiche ricerche di cravatte in tinta con la cintura e felpe di adeguata tonalità verdastra, non vi è stato il tempo di consultare qualche esperto in materie giuridiche capace di “portare a giorno” (come direbbe Totò) la conoscenza dei responsabili politici dei partiti che si accingono ad andare al Governo.

 

Non è dato comprendere, poi, come questo desiderio di prevalenza della Costituzione sul diritto comunitario possa essere praticamente e concretamente tradotto dal legislatore ordinario o costituzionale, atteso che la Consulta ha costantemente ribadito (e non potrebbe essere diversamente all’interno di un sistema costituzionale liberaldemocratico) che il controllo circa la compatibilità costituzionale di una norma europea spetta a lei sola e a nessun altro.

 

Come può, dunque, il Parlamento a guida giallo - verde assicurare la più volte richiamata supremazia costituzionale?
Forse mettendo mano all’autonomia e all’indipendenza della Corte costituzionale ?

Rocco Todero

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