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Ciaone al Nord, il primo governo d’Italia senza la parte produttiva d’Italia

Perché un esecutivo M5s-Pd sarebbe un inedito pericoloso

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

18 Aprile 2018 alle 06:13

Ciaone al Nord, il primo governo d’Italia senza la parte produttiva d’Italia

Panoramica e Skyline di Milano dalla Torre Branca (foto LaPresse)

Milano. Que será, será, si giochicchia con i pre-incarichi di Mattarella, ma tra le ipotesi da cubo di Rubik a disposizione quella di un governo M5s-Pd è l’unica a presentare una particolare e decisiva controindicazione. Che contiene un tasso di rischio grave per l’Italia divisa geograficamente in due partorita dal 4 marzo. La controindicazione è questa: basta guardare la mappa del voto, e si capisce che un governo M5s-Pd taglierebbe fuori dall’esecutivo il Nord. La parte produttiva ed economicamente decisiva dell’Italia. Sarebbe la prima volta, nella storia repubblicana.

 

Per i Cinque stelle l’evidenza è banale: sono un partito meridionalista, assistenzialista e statalista. Su questo hanno costruito il programma e fatto messe di voti. Niente da aggiungere, va invece preso in considerazione il Partito democratico, poiché il problema è un Pd che volesse con loro allearsi. Il segretario reggente Maurizio Martina ha enunciato tre punti programmatici sui quali il dialogo potrebbe fondarsi. Sono idee che il Pd ha nel suo armamentario da tempo, ma sono esattamente quelle più distanti dalle necessità delle aree produttive: ampliamento del Reddito di inclusione, assegno universale per le famiglie con figli, salario minimo legale.

 

Se chiedete a Piero Bassetti, padre nobile del riformismo lombardo e presidente dell’Associazione Globus et Locus cosa pensi di Milano e del Nord in generale, vi risponderà che si tratta di “una metropoli multi-localizzata di 26 milioni di abitanti”, come ha spiegato al Foglio qualche mese fa. E che “le mega-city-region come la regione metropolitana padana e subalpina sono le uniche in grado di competere con le mega cities asiatiche”. Ecco, tutto questo non avrebbe nemmeno un ministro. Ieri un lungo articolo di Roberto Rho su Repubblica raccontava il “nuovo triangolo industriale” Milano-Padova-Bologna, che ha sostituito quello Milano-Torino-Genova dell’industria pesante novecentesca e “dove si cresce a doppia cifra”. “Oltre 19 milioni di residenti in una condizione di benessere media (media, non uniforme) oltre il 40 per cento del pil nazionale”. Perfetto, tranne forse per quel “nuovo” nel titolo che nuovo non è, è un cambiamento pluridecennale ed è almeno un quinquennio che l’area geografica pedemontana ed emiliana è uscita dalla crisi del 2008. Bene, quell’area che era politicamente verde-azzurra si è tinta ora di un blu salvinano, e anche la punta che scende verso l’Emilia s’è fatta meno rossa. Domenica29 la sinistra si avvia a perdere anche il Friuli. Il Nord sarà monocolore, tranne qualche città. C’è ovviamente il caso di Milano, che conta, ma è Milano centro storico. E, soprattutto, Milano non sta a sé, è il cuore nevralgico della “mega-city-region” di Bassetti, che è tinta di blu.

 

Sul dato di fatto storico che il Nord (lombardo-veneto, soprattutto) non ha mai trasformato in reale predominio politico nazionale il suo peso economico, si sono scritti libri. Nel 2008 stravinse le elezioni un centrodestra a trazione “vento del Nord” che prometteva svolte epocali. E’ finita con un ministro dell’Economia “nordista” come Tremonti che riuscì a entrare in guerra su tutti i dossier economici e fiscali con i governatori di centrodestra di Lombardia e Veneto, e pure con i comuni dell’Anci (allora li guidava un certo Attilio Fontana da Varese). Giusto per dire che ai disastri non c’è limite e che il problema della rappresentanza formale nell’esecutivo non è garanzia di governo amico. (E qui non si vuole affermare, nemmeno un po’, che avere un ministro dell’Economia e uno dello Sviluppo salviniani sarebbe meglio).

 

Tuttavia, sarebbe la prima volta nella storia repubblicana che, per la ricerca alchemica di un governo purchessia, una intera parte del paese, la parte che conta e pesa, viene esclusa dal governo. Sarebbe un bene? Che ne direbbe l’Europa? Certo, c’è Martina, che è di Bergamo. Ma in un possibile governo M5s-Pd, quali sarebbero i programmi a sostegno dell’apertura dei mercati, del perfezionamento della flessibilità contrattuale, dell’alleggerimento fiscale o delle reti di trasporto (basti il caso del Terzo valico verso Genova, che per l’asse Nord-Europa serve come l’aria)? L’attacco epico del racconto di Rho descrive le mandrie dei Tir che solcano ogni giorno il Nordest. Numeri da capogiro solo per chi non ha consapevolezza, o per i governi che hanno a lungo intralciato e rallentato lo sviluppo delle reti trasporti da e verso l’Europa. Ma un governo tutto sbilanciato ideologicamente verso Sud, un governo dei due forni e delle Due Sicilie, farebbe meglio.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    18 Aprile 2018 - 11:11

    Quello costruito su M5s e PD sarebbe “Il primo governo d’Italia senza la parte produttiva d’Italia”. Ma, aggiungerei, sarebbe anche l’ennesimo governo (ancora più) schiacciato sull’agenda dei cosiddetti diritti-mainstream: quelli che, massimamente nella trascorsa legislatura (meditare, please) hannno asfaltato, e con inusitata violenza procedurale degna di ben altre urgenze, la residuale resistenza di masse elettorali non propriamente insignificanti, per le quali temi come: matrimonio, sessualità naturale, famiglia, fine vita e aborto in una con l’obiezione di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione and so on, non solo non valgono meno delle necessarie riforme del sistema produttivo ma innervano l’etos di una società che ha ancora molto da dire a chi, fosse pure strumentalmente e per calcolo politico, si è degnato di ascoltare, ed in qualche modo, anche di rappresentare (meditare, please).

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