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Governo sì, governo no. Cosa dicono (e cosa vorrebbero dire) Di Maio, Salvini e Franceschini

Redazione

Abbiamo provato a tradurre le dichiarazioni dei principali esponenti politici che nelle ultime ore si sono espressi sulla necessità di dar vita ad un esecutivo 

Sono trascorsi dieci giorni dalle elezioni del 4 marzo. Non c'è una maggioranza parlamentare chiara in grado di formare un governo. In compenso da dieci giorni gli esponenti di tutti i partiti dichiarano, ipotizzano, si esercitano su scenari più o meno realistici. Ma cosa vogliono veramente? Abbiamo provato a tradurre in maniera comprensibile a tutti le parole che i politici hanno utilizzato nelle ultime 24 ore.

 

Dario Franceschini

In un'intervista al Corriere della Sera il ministro dei Beni culturali ha ipotizzato un “governo di tutti”: “È il momento di scrivere le regole tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri. Non ho nessun titolo per impegnare il Pd mi rivolgo a Di Maio, a Salvini, a Berlusconi, a Martina e al mio stesso partito; da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso”. 

Franceschini, come scritto anche oggi sul Foglio, è colui che più di tutti sta lavorando per far nascere un governo di scopo. Con chi? Ufficialmente il suo appello si rivolge a tutti, ma è difficile che Di Maio e Salvini rispondano. Entrambi sanno che un “governo di tutti” sarebbe il modo migliore per cercare di depotenziarli. Certo, messi alle strette, anche loro alla fine potrebbero essere costretti a cedere. I più sensibili all'appello di Franceschini sono ovviamente i “moderati” del centrodestra (la cosiddetta Quarta Gamba e Forza Italia). Per ora l'ipotesi è ancora una fantasia, ma da qualche settimana, chissà. Dopodiché, una volta partito il governo, lo scenario potrebbe improvvisamente cambiare. Anche quelli nati nell'ultima legislatura, da quello guidato da Enrico Letta passando per Matteo Renzi per arrivare a Paolo Gentiloni, erano “governi di scopo”. Tra una cosa e l'altra, tutti insieme, sono durati 5 anni.

 

Luigi Di Maio

Durante la conferenza stampa presso l'Associazione Stampa Estera il candidato premier grillino ha rivolto un appello agli altri partiti: “Tutti quanti dobbiamo avere responsabilità fatevi avanti con i temi e diteci cosa volete fare per gli italiani, non per il partito”. Quindi ha aggiunto: “Non siamo disponibili a immaginare una squadra di governo diversa da quella espressa dalla volontà popolare: c'e' stata una grande investitura”.   

Tradotto: chi vuole può sostenere un governo guidato dal M5s e composto dai ministri che abbiamo indicato prima delle elezioni. L'ipotesi è, ovviamente, insostenibile per chiunque. Nessun partito accetterà mai di diventare la “stampella” di un esecutivo grillino. È la prova di quello che Piero Fassino, intervistato dal Foglio, ha definito “il bluff di Di Maio”. Il Movimento, in fondo, non ha alcuna intenzione di governare, preferisce che siano gli altri a “bruciarsi” per poi cercare di aumentare ulteriormente il proprio consenso alle prossime elezioni.

 

Matteo Salvini

Ospite dell'Associazione Stampa Estera il leader della Lega ha risposto: “Un governo Lega-M5s? Fatto escluso il Pd, tutto è possibile. Escludo che ci sia il Pd, di tutto il resto parleremo prossime settimane”. E su Di Maio ha aggiunto: “Sui nomi e sui ruoli non ci sono pregiudizi di partenza. Mi interessa il progetto: se c'è condivisione di progetto ragioniamo, non mi interessa chi vince. Abbiamo un programma e chiunque venga al governo con noi deve impegnarsi a cancellare la legge Fornero, a ridurre le tasse, a rendere l'Italia piu' federale e meno burocratica. Se ci sono altri suggerimenti a partire da questo presupposto siamo ben contenti di accoglierli”.

Salvini ha un problema: tenere unita e compatta la coalizione di centrodestra. Aprire ad un governo col M5s non è il modo migliore per raggiungere l'obiettivo. In ogni caso è chiaro che se nessuno può accettare di fare da “stampella” ad un esecutivo a guida M5s, il M5s non può accettare di fare da “stampella” ad un governo di centrodestra. Anche in questo caso, come con Di Maio, la strategia è chiara: offrire per farsi dire di no e gettare sugli altri la colpa di non voler dare un governo al paese.