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Il centrodestra del Cav. può vincere, ma con Salvini non può governare

La visione dell’Euro, la legge Fornero, il rapporto con l’Europa, la riforma del lavoro, l’immigrazione, la globalizzazione, la Brexit e la Merkel, il rapporto deficit-pil, le missioni militari all’estero. Dieci buone ragioni per dire che la coalizione di centrodestra non esiste

5 Febbraio 2018 alle 08:37

Il centrodestra del Cav. può vincere, ma con Salvini non può governare

Foto LaPresse

A un mese esatto ormai dalla fine della campagna elettorale il centrodestra ha un problema che neppure il centrodestra può ammettere a se stesso: i sondaggi del centrodestra, da tempo, non salgono più. E non lo dicono solo gli avversari del centrodestra. Lo dicono anche alcuni pezzi da novanta dello stesso centrodestra. L’efficientissimo staff di Renato Brunetta, per esempio, da mesi offre ogni giorno ai giornalisti un resoconto dettagliato dei sondaggi sul centrodestra, pubblicati poi sulla piattaforma “freenewsonline”. Vi offriamo una piccola carrellata utile. 19 dicembre 2017: “Speciale sondaggio Euromedia. Il centrodestra unito oltre il 40 per cento”. Caspita. 27 dicembre 2017: “Secondo tutti i sondaggi il centrodestra unito vince e si conferma in netto vantaggio sulle altre forze politiche”. Quanto? “Stabilmente al di sopra del 36 per cento”. 4 gennaio 2018: “Speciale media sondaggi: il centrodestra quasi al 37 per cento”. Da 40 a oltre il 36 a quasi il 37. Ok. 6 gennaio: “Speciale media sondaggi. Il centrodestra quasi al 37 per cento e cresce di oltre sette punti rispetto a gennaio 2017”. Più sette, rispetto non a un mese prima ma a un anno prima. Ok. 12 gennaio: “Speciale media sondaggi. Il centrodestra unito in costante crescita, quasi al 38 per cento”. 16 gennaio: “Il centrodestra unito in costante crescita al 38 per cento”. 29 gennaio: “Il centrodestra unito in costante crescita: al 38,7 per cento”. Quindi: 19 dicembre: oltre il 40 per cento. 29 gennaio: crescita costante al 38 per cento.

 

Fidarsi dei sondaggi, di questi tempi, non è mai una scelta saggia e da anni tutti sappiamo che come insegna Silvio Berlusconi i sondaggi si riescono a cambiare di solito nelle ultime due settimane della campagna elettorale. Eppure l’impressione è che stavolta i sondaggisti potrebbero aver ragione nel fotografare una difficoltà del centrodestra a recuperare consensi e potrebbero aver ragione per una questione semplice: la coalizione del centrodestra semplicemente non esiste. E ci permettiamo anche di aggiungere: per fortuna.

 

Ci sono almeno dieci ragioni per cui, per fortuna, il centrodestra non esiste. E quelle ragioni sono collegate ad alcuni punti del non programma del centrodestra che ogni volta che vengono affrontati fanno esplodere il centrodestra come un petardo. La visione dell’Euro. La legge Fornero. Il rapporto con l’Europa. La riforma del lavoro. L’immigrazione. La globalizzazione. La Brexit. La Merkel. Il rapporto deficit-pil. Le missioni internazionali dei nostri militari.

 

Sul primo punto la questione è chiara: Forza Italia sostiene che l’Italia abbia commesso un errore ad accettare questo tasso di cambio sull’Euro ma riconosce che uscire oggi dall’Euro sarebbe una boiata (al massimo, dice Berlusconi con un sorriso, pensiamo a una doppia moneta); mentre il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, dice che l’Euro è un errore e che se la Lega dovesse arrivare al governo il referendum per uscire dall’Euro sarebbe giusto.

 

Sul secondo punto stessa storia: il programma congiunto del centrodestra prevede un “azzeramento” della legge Fornero, ma Forza Italia sostiene di dover “rimediare alle ingiustizie della Fornero, senza mettere in pericolo la sostenibilità economica del sistema pensionistico”, mentre la Lega, che su questo tema ha anche raccolto le firme per un referendum, la legge Fornero, come ci ricorda ogni giorno Matteo Salvini con le sue magliette, la vuole abolire, anche a costo di dover trovare da qualche altra parte i 17 miliardi di euro che mancherebbero all’appello del bilancio italiano in caso di eliminazione della riforma delle pensioni che nel 2012 salvò l’Italia.

 

Sul terzo punto la storia non cambia. In Europa Berlusconi fa parte di un partito, il Ppe, che combatte i populisti alla Salvini e non a caso lo stesso Ppe si augura che Berlusconi vada al governo senza allearsi con i populisti (Alain Lamassoure, ex ministro dei governi Chirac e Mitterrand, eurodeputato e membro dell’ufficio di presidenza del gruppo del Ppe, ha detto al Foglio: “Berlusconi ha già governato con la Lega. Non vedo perché il Ppe dovrebbe fargli cambiare idea, in seguito, anche se nessuno, al di fuori dell’Italia, dovesse ritenerla la soluzione migliore”).

 

Sul quarto punto, sulla riforma del lavoro, il discorso è sempre lo stesso: Salvini vuole abolire il jobs act (un anno fa si indignò quando la Consulta non consentì un referendum per reintrodurre l’articolo 18) mentre Berlusconi il jobs act non lo vuole abolire ma lo vuole rafforzare. Berlusconi considera la flessibilità una risorsa, Salvini un problema.

 

Sul quinto punto, l’immigrazione, Salvini sostiene che i migranti irregolari vadano respinti in mare (stendiamo un velo pietoso sul fatto che a Macerata pochi giorni dopo le parole con cui Salvini ha scaricato sulla sinistra – colpevole secondo Salvini di aver aperto le porte a un’invasione di immigrati – la responsabilità dell’omicidio della povera Pamela, “hanno le mani sporche di sangue”, un politico leghista sabato scorso ha aperto il fuoco contro alcuni migranti), Berlusconi considera invece il fenomeno dei migranti irregolari un problema da governare senza isteria, provando a continuare la politica messa in campo negli ultimi mesi dal ministro Minniti, ovvero accordi con la Libia e scarponi in Niger per governare i flussi (la missione italiana in Niger, approvata da questo governo, è passata con i voti di Forza Italia ma senza i voti della Lega, che non ha votato a favore).

 

Sul resto le divisioni sono auto evidenti. Globalizzazione: Salvini sogna di replicare il modello Trump in Italia (dazi), Berlusconi dice di pensarla all’opposto ricordando che su questo punto lui “condivide la posizione della signora Merkel: il protezionismo di Trump non è una cosa positiva né per l’Europa e nemmeno per gli Stati Uniti”. Sulla Brexit Matteo Salvini, lo ha detto un anno fa al Financial Times, sostiene che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sia “stata una bella boccata d’ossigeno e finalmente presto ci libereremo dell’euro” (Financial Times, 13 ottobre 2016), mentre Berlusconi non ha avuto dubbi a considerare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non come l’inizio di un sogno (la dissoluzione dell’Europa) ma l’inizio di un possibile incubo (“La Brexit è stata un dolore per l’Europa”). Sulla Merkel abbiamo già detto: Salvini è convinto che l’Europa abbia un senso se fa l’opposto di quello che sostiene la signora Merkel, Berlusconi dice che per far crescere l’Europa è necessario seguire l’agenda della signora Merkel. Sul rapporto deficit-pil stessa storia: Salvini dice che superare la soglia del tre per cento nel rapporto deficit-pil è un valore non negoziabile, Berlusconi dice che superare il tre per cento è un’idea che non sta in piedi e nel corso dell’ultimo vertice al Ppe ha detto che “la nostra volontà è rispettare la regola del 3 per cento del deficit”. Potremmo andare avanti così per ore a raccontare cosa non torna nell’alleanza del centrodestra. Ma tutto questo non è per dire che il centrodestra, pur non esistendo, non può vincere le elezioni. E’ per dire qualcosa di più sottile: il centrodestra di Berlusconi può vincere le elezioni con Salvini, ma per capire che Berlusconi non può (e forse non vuole) governare con Salvini non c’è bisogno di leggere qualche retroscena. Basta molto più semplicemente seguire la logica. Il centrodestra è un algoritmo impossibile. E per governare un paese non serve l’algebra, serve un po’ di quel buon senso che manca a un signore che speriamo non arrivi a governare il paese insieme con Berlusconi.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Febbraio 2018 - 15:03

    Ultra diem. I partiti, i movimenti, le coalizioni elettorali e di governo, se vogliono avere i numeri necessari, non possono che essere “interclassisti”. Non esiste un solo specifico bacino elettorale omogeneo che possa dare i numeri necessari. L’interclassismo si tira dietro i problemi dì identità, di cultura, dei diversi sentire e interessi che vi sono collegati. Il nodo, è riuscire ad armonizzarli, a farli convivere, a compattarli significativamente in masse elettorali. Ci sono riusciti, complice la congiuntura internazionale, solo la DC e il PCI. La prima accorpando interessi diversi, il secondo mettendo insieme, a livello di massa, ideologia e tradizioni: dal battesimo al matrimonio. Dopo la caduta del Muro, non c’è riuscito più nessuno. E' prevalso il metodo, la costante, della frammentazione politica e quello, pseudo democratico, della moltiplicazione dei commensali, ciascuno col proprio seguito, alla tavola delle risorse pubbliche.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Febbraio 2018 - 14:02

    Che dire? Col sistema proporzionale e i collegi uninominali, non c’è alternativa: ciascun partito deve fidelizzare il proprio elettorato e pescare negli indecisi ribadendo le proprie posizioni. Da qui gli scontri nel cdx, ma pure nel csx. Anche se il Pd, nel csx, appare avvantaggiato nei confronti di Fi nel cdx. Ne deriva che sia il csx che il cdx devono, in campagna elettorale, dichiararsi assolutamente contrari alle larghe intese: elementare. Il Rosatellum è stato concepito, a torto o ragione, perché il governo potesse formarsi solo in Parlamento. Con le solite liturgie. Ed era chiaro che si puntasse sull'assunto che il M5S, non avrebbe potuto assemblare in Parlamento una maggioranza in cui fosse lui il partito egemone e padrone. Ogni valutazione, riflette ed evidenzia il cul de sac in cui ci siamo infilati. Comunque vada, dimentichiamoci una maggioranza di governo compatta e coesa. Ma governare con l'ingovernabilità, il metodo in vigore dal 94, non può durare. E' assiomatico.

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  • Skybolt

    05 Febbraio 2018 - 12:12

    Secondo me invece governeranno eccome. E se dovessero cadere, non sarà Salvini, ma qualcuno di Forza Italia. Tendenza Verdini.

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    05 Febbraio 2018 - 11:11

    Perché si ha così paura di un (im)possibile referendum dull'euro? I sondaggisti dicono che gli italiani sono a favore, per cui si metterebbe una pietra sopra alla questione (o qualcuno forse ha la coda di paglia). Il comportamento della Lega all'opposizione è sempre stato lineare: quello di non agevolare il governo di turno, neanche sulle missioni all'estero, anche prima di Salvini. Invece al governo la Lega ha sempre votato a favore (e poi l'utilità di quella in Niger è dubbia, anche per l'esiguo contingente inviato). Il cosiddetto "politico leghista" era tanto in sè che nelle elezioni a cui si è candidato non si è nemmeno votato (ha preso 0 preferenze). A Berlusconi piace il jobs act: è un imprenditore, non un lavoratore. Azzerare la Fornero è un dovere morale. La Brexit è un problema per noi, perché rafforza l'asse franco-tedesco, e noi siamo il pollo da spennare. Solo gli europainomani non si accorgono di quanto sia dannosa un'UE costruita come oggi, e assuefatti ne vogliono di più

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