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Pazzie sovraniste spiegate con l'agricoltura. Lezioni per Di Maio e Salvini

Europa, globalizzazione, immigrati. I numeri da urlo dell’agricoltura italiana dimostrano che, per l’Italia, le tesi dei populisti-sovranisti non sono solo sbagliate: sono pericolose

Claudio Cerasa

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cerasa@ilfoglio.it

12 Febbraio 2018 alle 07:46

Pazzie sovraniste spiegate con l'agricoltura. Lezioni per Di Maio e Salvini

Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono i gemelli diversi di questa campagna elettorale e per alcune ragioni che vale la pena mettere in fila sono parte di un unico e temibile progetto politico, al centro del quale vi è il concetto della chiusura. Il tema della chiusura non è un tema astratto ma riguarda alcune precise caratteristiche della nostra economia, sulle quali il leader del Movimento 5 stelle e il leader della Lega si trovano in modo naturale. Il partito dell’apertura chiede più Europa, il partito della chiusura chiede meno Europa. Il partito della chiusura chiede più protezionismo, il partito dell’apertura chiede più mercato. Il partito dell’apertura chiede meno dazi, il partito della chiusura chiede più dazi. Il partito dell’apertura chiede di rafforzare l’Euro, il partito della chiusura gioca con il referendum sull’Euro. Il partito dell’apertura chiede di avere un’immigrazione più regolata, il partito della chiusura chiede di avere meno immigrazione. Esistono molti modi per cogliere le differenze tra i teorici della chiusura e gli ambasciatori dell’apertura (uno potrebbe essere per esempio quello di rileggersi prima e dopo i pasti il formidabile discorso di Emmanuel Macron alla Sorbonne: “Oggi il nostro continente è esposto a delle idee che si presentano come capaci di risolvere i problemi rapidamente. 

  

Queste idee hanno un nome: nazionalismo, identitarismo, protezionismo, sovranismo. Queste idee molte volte hanno acceso bracieri dove l’Europa avrebbe potuto perire, ed eccole di nuovo riapparire con degli abiti nuovi proprio in questi ultimi giorni. Si dicono legittime solo perché sfruttano con cinismo la paura dei popoli”). Ma per capire in modo plastico in che senso le idee di cui sono portatori Salvini e Di Maio oltre a essere sbagliate sono anche pericolose c’è un campo che meriterebbe di essere messo a fuoco con molta attenzione. Quel campo riguarda il settore dell’agricoltura, che negli ultimi anni ha dimostrato di poter funzionare bene solo a condizione di portare avanti le tesi opposte a quelle di Salvini e di Di Maio. Per capire il perché partiamo prima con qualche dato e poi con qualche ragionamento. Nel 2017, il valore totale dei prodotti esportati dal nostro paese, ovvero l’export, ha toccato un livello importante: 450 miliardi di euro. Incremento rispetto al 2016: più 7 per cento. All’interno di questa forchetta il dato interessante è che ormai un decimo dell’export arriva dall’agricoltura. Nel 2017 la quota è stata pari a 41 miliardi. Crescita rispetto all’anno precedente: più 6 per cento. E ancora. Quasi i due terzi delle esportazioni agroalimentari dell’Italia interessano i paesi dell’Unione europea. Nel 2017, in Germania le esportazioni alimentari sono rimaste più o meno stabili (più 1 per cento), in Francia si è verificato un balzo del 7 per cento mentre in Gran Bretagna si è registrato un più 2 per cento. Gli Stati Uniti hanno registrato un incremento del 6 per cento delle esportazioni e sono oggi di gran lunga il principale mercato del nostro agroalimentare fuori dai confini dell’Unione europea (almeno fino a quando Trump non farà quello che Salvini e Di Maio vorrebbero fare in Italia: mettere i dazi, che ovviamente, dettaglio che sfugge a Di Maio e Salvini, non spetterebbe all’Italia ma spetterebbe all’Europa).

 

Accanto a questi dati ce ne sono altri poi che vale la pena memorizzare. Tranquilli, abbiamo quasi finito. Il primo dato riguarda i giovani, e l’Italia da qualche anno può vantare un record non male: il nostro paese ha 53.475 imprese agricole condotte da under 35 – più 9 per cento rispetto al 2016 – e in Europa nessun paese ha un numero tale di imprese guidate da giovani. Ripetete con noi: nessuno. Il secondo dato riguarda invece la composizione della forza lavoro di questo settore e anche qui il dato è interessante. In agricoltura trovano occupazione regolarmente 345 mila stranieri provenienti da 157 paesi diversi che oggi rappresentano un quarto del totale del lavoro necessario nelle campagne italiane. I distretti agricoli dove i lavoratori immigrati, secondo uno studio di Coldiretti, sono “una componente bene integrata nel tessuto economico e sociale”, “contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del paese”, “rappresentano una componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy” e la loro presenza, scrive ancora Coldiretti, è fondamentale per esempio nel caso della raccolta delle fragole nel Veronese, della preparazione delle barbatelle in Friuli, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia Romagna, dell’uva in Piemonte fino agli allevamenti da latte in Lombardia.

 

Questi dati, come è evidente, ci aiutano a riflettere su molte cose ma ci aiutano in particolare a mettere a fuoco alcuni concetti che evidentemente sfuggono alla grammatica dei Salvini e dei Di Maio. Proviamo a essere semplici e a utilizzare il minor numero possibile di congiuntivi.

 

Domanda numero uno: se l’Europa fosse meno integrata, meno aperta, più chiusa, oggi l’export italiano andrebbe meglio o peggio? Risposta esatta. Domanda numero due: se ci fosse più protezionismo, se ci fossero più dazi, se ci fosse una moneta per ogni stato, l’export italiano, che oggi vola anche grazie all’assenza di barriere, andrebbe meglio o peggio, in presenza di nuove barriere? Anche qui la risposta è esatta e ovvia. Domanda numero tre: se l’immigrazione, piuttosto che essere semplicemente governata, venisse stoppata, bloccata, come recitano gli hashtag senza senso di Matteo Salvini, un settore come quello agricolo, che campa anche di manodopera offerta dai migranti, sarebbe più forte o sarebbe più debole? Che i dazi producano dazi lo abbiamo scoperto nel 2013, quando l’Unione europea alzò i dazi sui pannelli solari e quando la Cina rispose con la minaccia di bloccare il mercato dei vini europei – costo stimato per le cantine italiane 77 milioni di euro, ma nel 2014 poi l’allarme è rientrato. Che la chiusura produca meno occasioni per fare affari attraverso l’esportazione lo dicono non solo i dati ma anche il buon senso (nessun paese è autosufficiente e, come ha ricordato recentemente Ismea in un suo rapporto sui rischi del sovranismo, il protezionismo aumenta anche il costo delle importazioni per le imprese che trasformano prodotti importati dall’estero: siamo i primi produttori ed esportatori al mondo di pasta ma non abbiamo grano a sufficienza e dobbiamo importarlo, e il protezionismo renderebbe tutto dannatamente più caro e complicato). Che la presenza di immigrati nel settore dell’agroalimentare sia fondamentale lo dice non solo la logica ma anche l’esperienza sul campo: “Senza il lavoro degli immigrati – ha detto la scorsa settimana il presidente dalla Confederazione Italiana Agricoltori, Alessandro Mastrocinque, l’agricoltura italiana andrebbe in difficoltà, perché alcune produzioni non possono essere meccanizzate. Se non ci fossero i lavoratori stranieri probabilmente non saremmo in grado di produrre, trasformare e vendere il nostro prodotto”. Nel suo discorso alla Sorbonne di Parigi, Emmanuel Macron ha ricordato che oggi “la sola strada che assicura il nostro avvenire è l’Europa e dobbiamo avere l’audacia di intraprendere questo cammino, perché l’Europa che noi conosciamo è troppo debole, troppo lenta, troppo inefficace, ma soltanto l’Europa può darci una capacità di azione nel mondo davanti alle grandi sfide contemporanee”. I numeri dell’agricoltura ci dicono tutto questo e ci dimostrano se mai ce ne fosse ancora bisogno che oggi scommettere sull’apertura è l’unica opzione possibile per avere a disposizione non solo un paese prospero ma anche una protezione che ci permetta di vaccinare l’economia dalle pazzie estremiste.

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Commenti all'articolo

  • franco.malandra

    12 Febbraio 2018 - 19:07

    Caro Claudio articolo perfetto e se posso faccio notare ai sovranisti che se ipoteticamente chiudessimo le frontiere ai prodotti agricoli noi moriremmo di fame (alternativa mangiare solo pasta e ceci) perchè non abbiamo sufficiente superficie coltivabile (neanche se seminiamo frumento in piazza duomo di Mussoliniana memoria). L'agricoltura deve continuare a puntare su prodotti ad alto valore aggiunto (es ortaggi tipici biologici) e/o filiere agroalimentari tipiche (prosecco-uva; grana padano-latte; pasta-frumento ecc ). Per capire il valore aggiunto sufficiente confrontare produzione lorda vendibile un ettaro a cereale (1500€), a vigneto (4000€), a uva trasformata in vino (15000€). Cordiali saluti Franco

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  • Chichibio

    12 Febbraio 2018 - 16:04

    Caro Cerasa, ogni volta che mi capita d'entrare in un supermercato d'oltr'alpe trovo solo arance spagnole, fragole portoghesi, pomodori olandesi (beh,a onor del vero, pomodori olandesi ci sono anche in Italia e a basso prezzo). E questo nonostante servizi d'inchiesta tv ci mostrino qui manodopera a prezzi stracciati per le raccolte. Siamo aperti al mercato. Ma non siamo in grado di valercene bene a nostro vantaggio. O mi sbaglio?

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    • perturbabile

      12 Febbraio 2018 - 22:10

      A fronte di ciò che trova nei supermercati all'estero, vi sono i dati riportati dall'autore sulle esportazioni di prodotti agro-alimentari Italiani. Nell'articolo, cioè, avrebbe già dovuto trovare la risposta.

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  • LudiMagister

    12 Febbraio 2018 - 15:03

    Domanda numero quattro: il lavoro degli immigrati è quello in nero, sotto il controllo del caporalato e magari con la benedizione della Sacra Corona Unita, come ad esempio la raccolta di pomodori in Puglia, additata dalla Bonino (+Europa!) come cosa bella e giusta per giustificare i flussi di immigrazione senza controllo sinora registrati? Attendo cortese risposta.

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  • Selinunte

    12 Febbraio 2018 - 15:03

    Ma secondo voi la crisi economica epica che stiamo attraversando e che ha prodotto milioni di disoccupati nonché centinaia di migliaia di aziende fallite a cosa è dovuta ? A Lehman Brothers ? Alla globalizzazione economica o liberismo che dir si voglia? A leggere l'articolo pare quasi che la crisi economica sia dovuta alla burocrazia, alla corruzione e agli evasori fiscali e parrebbe quindi che se in qualche modo abbiamo di che mangiare lo si debba al liberismo e alla globalizzazione che ne consegue. Pare quasi che non vi siano state industrie che hanno chiuso i battenti a causa della concorrenza sleale dovuta allo sfruttamento della manodopera nei Paesi emergenti, parrebbe quasi che se negli scaffali di qualsiasi ipermercato troviamo quasi tutta merce made in Cina sia a causa di un'artrosi deformante che ha colpito tutti gli operai dell'industria manifatturiera italiana. Se la globalizzazione è così conveniente com'è che abbiamo le pezze al culo? Certo a qualcuno conviene, ma a chi?

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    • perturbabile

      12 Febbraio 2018 - 23:11

      (continua). Come ultimate cosa, vorrei notare come sí parli poco, infine, e ciò costituendo una disposizione non proprio filantropica, dei benefici portati dalla globalizzazione ai Paesi più poveri,che ad essa devono l'esser sempre meno poveri; si poteva sostenere fino a poco tempo fa che ciò si accompagnasse ad un aumento della disuguaglianza mondiale tra Paesi, secondo il pregiudizio che l'uguaglianza sia più importante del benessere. Ma osservazioni recenti sono venute a smentire anche quelle asserzioni. Per verificare nel dettaglio e con i dati di supporto le mie affermazioni, invito a leggere gli articoli del 'Foglio' al riguardo, cercando ('Cerca') 'globalizzazione' .

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    • perturbabile

      12 Febbraio 2018 - 22:10

      Non stiamo attraversando una crisi economica epica e tutti gli indicatori economici da mesi sono anzi in miglioramento. Questo è dovuto alla parte libera dell'economia, non certo a quella pubbli ca o regolamentata, che documentatamente non produce ricchezza (e non di radio causa distruzione di questa). La libertà di esportazione e importazione è creatrice di ricchezza: la prima ci fa ricevere denaro dagli acquirenti, la seconda ci consente di acquisire, in un mercato enorme, prodotti al miglior rapporto qualità prezzo. E se questo flusso prosegue, è grazie al favore dei consumatori, che sono gli attori intorno ai quali ruota l'leconomia. Il loro vantaggio è più importante e 'democratico' di quello delle varie categorie dei lavoratori, perchè è generale, essendo noi tutti consumatori. Scegliamo certi prodotti cinesi, in altre parti del mondo scelgono prodotti Italiani.

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