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La sinistra lombarda all’ultima battaglia

Gori se la gioca. Con Sala, Calenda (e Renzi). Modello e interpreti

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

10 Gennaio 2018 alle 06:04

La sinistra lombarda all’ultima battaglia

Giorgio Gori (foto LaPresse)

Milano. Aspettano i sondaggi, a destra. Si sono accorti che sostituire Bobo Maroni con Attilio Fontana o con Mariastella Gelmini non è una passeggiata: i sondaggi servono, appunto, per capire se una non sia meglio dell’altro. Così è il momento di uscire dall’apnea, per la sinistra lombardo-milanese. “Forza Giorgio”. Matteo Renzi era stato tra i più lesti a lanciare al sindaco di Bergamo il tweet di un sostegno finora un po’ risicato, per l’uomo che ha avuto il coraggio di sfidare l’imprendibile Palazzo. Perché i dati sono quel che sono: i sondaggi parlano per la Lombardia di una vittoria facile del centrodestra, persino nei collegi di Milano città. E l’election day porta acqua là dove il fiume corre. Perdere è un conto, ma perdere male in Lombardia, per ovvi motivi, sarebbe un disastro. Allora Forza Giorgio. Per la sinistra riformista e multiforme (ma perché, il centrodestra invece com’è?) è una battaglia decisiva, se non l’ultimo treno. Domenica ci sarà un appuntamento di rilievo per dare gas alla candidatura di Giorgio Gori. Sul palco del Franco Parenti ci saranno quattro politici, o se vogliamo quattro esponenti di una classe dirigente di sinistra capace di fare buoni risultati ma che ha, ultimamente, una certa difficoltà a farlo sapere agli elettori. Due sono lombardi, e due diversamente milanesi. 

 

Il sindaco Beppe Sala, Gori, Carlo Calenda ministro dello Sviluppo economico che pour cause ha le antenne sempre dritte su Milano ed è da tempo nei radar del mondo economico del nord, il quale ne ha molta fiducia. Infine Renzi, che torna in quella che per un certo tempo è stata “la sua” Milano, prima di un divorzio abbastanza consensuale. Ma che di questa sinistra è il diversamente mentore. Ma sono quattro sinistre diversamente riformiste. Non è necessario che Calenda litighi con Renzi sul canone Rai, si sa che hanno visioni diverse. Non è necessario sapere che Beppe Sala è più in sintonia con altri spezzoni della sinistra (ma precisa: “Non sono né sarò mai nella schiera di recente costituzione di quelli seduti in riva al fiume…”). Anzi è Sala uno dei motori dell’evento “Obiettivo governo”. Perché c’è una questione da prendere per le corna: fare un fronte della sinistra riformista. Il sindaco l’ha definita l’“ultima battaglia” in un’intervista di ieri a Repubblica. Chiede unità, anche se sa che dalle parti di LeU è fiato perso (poco spiegabile, nella situazione lombarda). Soprattutto, “è un appello agli elettori, non alle sigle”.
I quattro convitati di domenica, e tutta l’intelligenza riformista lombarda, sanno due cose. Una, che Milano rischia di diventare una Fort Alamo in terra ostile. L’altra, che se Gori tornasse sconfitto malamente a Bergamo sarebbe una “gamba”, come si dice adesso, azzoppata anche per il futuro. Non è questione di destini personali, è un progetto politico in ballo. Ma quale? Sala pensa alla buona amministrazione di sinistra secondo il binomio “sviluppo più solidarietà”. Gori punta, nel suo programma, su un’idea di apertura: “Trovare soluzioni concrete che portino la Lombardia a confrontarsi alla pari con le grandi regioni d’Europa, non a farsi bella nella comparazione con quelle più arretrate. Non basta che Milano vada di corsa”. Con Calenda, il modello a più teste di un riformismo comunque pro market, pro diritti, del fare. Il modello che ha vinto a Milano e in alcuni capoluoghi negli anni scorsi e che ha fatto da ispirazione a Renzi. Milano, e in parte la Lombardia, ha tenuto botta il 4 dicembre. Ma è cambiato lo schema. Detto in poche parole: fino a un anno fa la sinistra poteva offrire un modello innovativo e vincente. Oggi il modello è frantumato, quello che si deve tornare a proporre è “la coalizione”.

 

Seppure con spaccature meno nette che altrove, e la disponibilità di Giuliano Pisapia a dare una mano (comunque) ne è un segnale. Qualcosa si capirà anche dai toni di domenica. Sala, che ci tiene a rimanere “sindaco” e senza tessera, crede soprattutto alla centralità lombarda e punterà su un tema, dice al Foglio: “Non suggerisco nomi e non faccio liste, voglio solo che chi sarà eletto qui non si dimentichi di Milano, del suo ruolo propulsivo. Milano e la Lombardia sono stati sempre tenuti ai margini, chiunque abbia governato. Un errore da non rifare”. Gori ha ammesso che con Maroni sarebbe stata “una sfida tosta, mica una passeggiata”. Ma nelle stanze del Pd lo sanno da tempo: il voto si deciderà su sicurezza e immigrazione. Non per niente va all’attacco del forzaleghismo su questi temi: “Noi sindaci siamo stati lasciati soli sull’immigrazione da Regione Lombardia che si è totalmente disinteressata al problema”, soprattutto sul fronte dell’integrazione. Come pure sulla sicurezza, sdoganata a sinistra anche dal “patto di Milano” di Minniti. Innovazione e apertura, laddove il forzaleghismo è “chiusura”. Poi, siccome non è proprio un disastro, la Lombardia, non sarà facile. E sarà decisivo giocarsela bene, la partita.

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