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Gran svolta di Renzi sui candidati premier

Ciaone alla personalizzazione. Renzi ammette che prima di lui i candidati premier sono altri (“Gentiloni, Minniti, Franceschini, Delrio”), fa un passo in avanti sulla linea coach e investe forte su Sala e Calenda. Addio alla linea anti casta: good news

16 Dicembre 2017 alle 06:00

Gran svolta di Renzi sui candidati premier

Matteo Renzi (foto LaPresse)

La notizia c’è: la personalizzazione è stata rottamata. A un anno esatto dalla prima fiducia incassata alle Camere da Paolo Gentiloni – e a poche settimane ormai dalle elezioni politiche (ne mancano dieci) – Matteo Renzi ha scelto di esplicitare una svolta politica importante che non si sa se avrà un riflesso sul prossimo risultato del Pd, ma che dal punto di vista simbolico un impatto ce l’ha. La svolta suona più o meno così. Con le primarie del 30 aprile, il Partito democratico ha scelto il suo segretario, e dunque tecnicamente il candidato premier. Ma date le circostanze in cui ci troviamo oggi, e dato che una vittoria del Pd non sembra essere all’ordine del giorno, bisogna essere sinceri e dire che se mai il Pd avrà la possibilità di esprimere un candidato premier nella prossima legislatura lo dovrà fare costruendo una coalizione più ampia rispetto a quella che si presenta oggi alle elezioni: per questo, nella lista dei candidati premier che il Pd porterà eventualmente al Quirinale il nome di Renzi ovviamente c’è ma non è affatto il primo della lista.

 

Il segretario del Pd lo ha detto esplicitamente giovedì sera su La7 ospite di Corrado Formigli a “PiazzaPulita”, ripetendo negli ultimi giorni lo stesso concetto ai suoi interlocutori: “Qualsiasi sia il candidato del Pd, Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Dario Franceschini, Andrea Orlando, Graziano Delrio, e ci metto en passant anche Renzi, chiunque di loro sarà più credibile di un Salvini qualunque”. La frase di Renzi è significativa perché certifica quello che forse andava certificato prima, ovverosia che in un contesto proporzionale il candidato premier non esiste, e semmai dovesse esistere saranno gli equilibri post elettorali a determinare chi avrà chance di esserlo, se mai il Pd dovesse andare al governo. Ma è importante anche perché è il segno di una svolta che potrebbe imboccare la campagna elettorale del centrosinistra: archiviare la linea anti casta e populista, che in vari passaggi ha portato a mettere in contrapposizione Renzi con uno dei migliori prodotti del renzismo (Gentiloni), e scommettere definitivamente su un’arma sulla quale non possono fare affidamento né il centrodestra né il Movimento 5 stelle: una nuova, competente e trasversale classe dirigente che può presentarsi alle elezioni rivendicando anche un qualche successo.

 

A un anno dalla sconfitta al referendum costituzionale, il messaggio sembra essere chiaro: la personalizzazione dello scontro politico ha trasformato l’anti renzismo nell’unico vero collante del paese (vedi il caso Boschi, linciata dallo stesso fronte che si è ritrovato a combattere unito lo scorso anno per dire no alla riforma Boschi) e per questo l’unico ruolo che il segretario del Pd può ritagliarsi in campagna elettorale è quello del coach prima che del front runner. Vale per la premiership di domani ma vale anche per per le sfide nei vari collegi uninominali: Gentiloni sarà candidato a Roma uno, Minniti sarà candidato a Reggio Calabria, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio Emilia, Orlando a La Spezia. Scommettere più sulla squadra di governo che sulla squadra del partito significa fare un salto di comunicazione importante rispetto allo stile adottato negli ultimi mesi (i giorni da rivendicare in campagna elettorale non saranno più soltanto i mille del governo Renzi ma anche i 440 del governo Gentiloni), e significa anche provare a valorizzare dei volti non appartenenti al Pd che rappresentano comunque il simbolo di una nuova e possibile classe dirigente. E in quest’ottica una scommessa delle prossime settimane, per Renzi, sarà quella di far scendere in campo due pezzi da novanta del centrosinistra: Beppe Sala e Carlo Calenda. Sia Sala sia Calenda hanno scelto di imboccare un percorso che potrebbe permettere loro un domani di essere valide alternative al renzismo, ma sia il sindaco di Milano sia il ministro dello Sviluppo stanno provando (faticosamente) a ricostruire un rapporto con Renzi, e per questo il segretario del Pd ha chiesto a entrambi di organizzare un grande evento pubblico entro la fine dell’anno. L’incontro è in programma a Milano, una città che a ben pensarci oggi è l’emblema di quello che il Pd potrebbe essere ma che ancora non è: il simbolo di una nuova classe dirigente che prova a guidare l’Italia verso una strada alternativa a quella rappresentata dai campioni dell’incompetenza, in un’altra e nota Capitale d’Italia. La svolta c’è ed è buona. Presto vedremo se produrrà risultati.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    18 Dicembre 2017 - 08:08

    Renzi aveva detto che se non lo avessero voluto premier se ne sarebbe tornato a casa. Mi sono sempre chiesto a fare che, ma ora prendo atto che piuttosto di tornarsene a casa sta pensando di restare a Roma a fare, presumo, il neo deputato. Scusate se considero grottesca la vostra celebrazione della fine del renzismo, ovvero dalla penosa e anticipata abdicazione del vostro Royal Baby. Insomma la grande rivoluzionaria novità non era l’afffermarsi del renziano riformismo rottamatore, ma comunque una decente sopravvivenza elettorale del Pd già Ds in tutte le sue variegate anime, contraddittorie quanto politicamente ispirate all’antico ed amato cattocomunismo. Nuovi e vecchi rappresentanti riciclati a riportarci a mangiar la vecchia minestra speziata da Ulivo e Margherita. Davvero desta meraviglia l’approdo del Foglio a questa sponda, almeno credo per qualche fogliante laico e liberalsocialista della prima ora.

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  • carlo.trinchi

    16 Dicembre 2017 - 09:09

    Questa non è una novità in crescita ma una valutazione di necessità. Un atto con mossa finale. Intendendo che se va bene eccomi pronto, se va male resto dietro il sipario. Per fare un governo Renzi- Berlusconi bisogna arrivare, il PD, ampiamente secondo, altrimenti si è perso come si perderebbe se fosse Berlusconi ad arrivare secondo. Il PD è nel guado e la sua sopravvivenza non è, sarà nella scialuppa Berlusconi ma nell’esito delle urne che mai contano come invece contano nelle ventiquatr’ore che vanno dalla croce allo spoglio. Se il PD vince, cioè arriva secondo ha vinto Renzi se invece arriva terzo ha perso sempre lo stesso, cioè Renzi e la resa dei conti sarà la perdita di un ennesimo rampollo che, volitivi come da sempre siamo, abbiamo abbattuto per ritrovarci in una confusione tale che la metà basta e avanza.

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