La dissoluzione del Partito democratico e la soluzione: il partito della Nazione

Nel trambusto elettorale europeo e nel suo attuale andamento caotico c’è una certezza: non è più tempo per il bipolarismo

Pd, Renzi prenda spunto da Macron

Matteo Renzi con Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Nel domani del Pd? Il partito della Nazione. Il suggerimento di Cacciari di questi giorni – “Renzi sciolga il Pd e copi Macron fondando un suo movimento” – suona, ovviamente irrituale, irritante e inattuale: che consiglio è diretto a un leader che, tra pochi mesi, deve condurre una campagna elettorale? Ma l’ipotesi di Cacciari, impercorribile nell’immediato, contiene qualche spunto verace di riflessione. E non solo per il futuro. Al leader del Pd viene imputata, da avversari interni ed esterni, la “solitudine”: una presunta incapacità del Pd di coalizzarsi. Dovuta, si dice, a un mood divisivo, a fattori caratteriali di Renzi. Insomma, caparbietà e capriccio. E’ una spiegazione disarmante nella sua povertà esplicativa. Se il Pd non è riuscito a coalizzare le sinistre alla sua sinistra ci sono ragioni reali: la “frittata” – per dirla con Prodi, “ha ingredienti”, e non è un capriccio.

 

Si sta chiudendo un’epoca e con essa un modello politico e un progetto di Partito che avrebbe dovuto caratterizzarla. E, ad aggravare il passaggio, c’è un dettaglio: si tratta di un fenomeno non solo italiano ma europeo e, chissà, perfino occidentale.

 

L’epoca che si chiude è quella della democrazia dell’alternanza, della dialettica bipolare tra conservatori e progressisti. Il Pd nacque, generosamente, con questo progetto: realizzare la riforma maggioritaria del nostro sistema e prepararsi all’alternanza (con una destra europea) costruendo un nuovo partito, che mettesse insieme tutte le anime e le famiglie del riformismo. Questo schema è saltato: l’Italia è tornata proporzionale. Addio. Ma c’è di più: è in Europa che si assiste alle macerie dell’alternanza. Scricchiola dappertutto lo schema della dialettica destra/sinistra, il contenitore che ha, solidamente e con successo, retto l’Europa politica del secondo Novecento. Crisi economica, globalizzazione, fenomeni immigratori, demografia, frane del Welfare hanno cambiato l’Europa politica. E fatto emergere nuove tensioni e nuove minacce: populismo, sovranismo, estremismo sociale, nazionalismi, illusioni autarchiche, irritazione antipolitica. La dialettica bipolare non riesce più a contenere e schermare questo magma che trasborda. Il socialismo democratico è al twilight: è collassato. E la sinistra va implodendo in un rivolo di gruppettarismo, estremismo sociale, rinculi da ghetto. Ma neanche i conservatori liberali e moderati sorridono. Nel duello con i socialisti non c’è partita: hanno vinto e stanno vincendo. In tutte le elezioni europee dal 2015 al 2017, i popolari liberali, centristi ed europeisti catturano il grosso degli elettori spaventati dal populismo e dalla disgregazione che i populisti promettono. La diga al finis Europae e alla dissoluzione sociale del Vecchio Continente sono loro. Non i socialisti. E si farebbe bene a riconoscerlo, dismettendo residui antagonismi e velleità di alternativa.

Gli elettorati europei, in maggioranza, temono i populismi e premiano le leadership moderate. E tuttavia nemmeno ai popolari liberali e moderati è garantita più l’autosufficienza – è scalfita persino la Merkel. Nel trambusto elettorale europeo e nel suo attuale andamento caotico non è più tempo di bipolarismo, alternanza e dialettica maggioritaria tra i due vecchi player, conservatori versus progressisti. C’è un terzo giocatore in campo: la galassia anti-sistema dei populismi, sovranismi e nazionalismi autarchici. E l’Europa deve correre ai ripari. La risposta è inevitabile: grande coalizione. I vecchi contendenti fanno fronte comune verso l’assedio dissolutore del populismo. Solo in Germania? Attenti. E’ in Francia, proprio lì dove il sistema dell’alternanza sembra più istituzionalmente solido, che si è prodotta un’innovazione radicale: il partito di Macron, che ha sconvolto la vecchia dialettica sinistra/destra. Cos’è En Marche se non una forma politica che, per battere il populismo lepenista, liquida i due vecchi poli dell’alternanza destra/sinistra, socialisti e gollisti, in nome di una fusione, di una sintesi nuova, di una coalizione repubblicana di socialisti e liberali chiamata En Marche? E se Macron fosse il futuro della dialettica politica europea? Se il “nuovo attrattore” contro la minaccia populista, sovranista, estremista fossero nuovi partiti o movimenti con le caratteristiche di En Marche: difesa dell’Europa liberale, delle promesse dell’economia aperta, del capitalismo democratico, tecnologia e innovazione come risorsa, crescita economica come unico lievito di stabilità, di governo dei conflitti e pace sociale? Come lo definireste il partito di Macron? Di destra, di sinistra o di centro? E’ una nuova cosa, un partito della Nazione, con alcuni tratti marcati: forza tranquilla e rassicurante di governo, primato dello sviluppo, europeismo. Un nuovo contenitore di massa, alternativo ai populismi, ai sovranismi e agli schemi della politica del 900. L’europeismo di Macron vivrebbe in strettezza in sistemi proporzionali. Nel futuro dell’Europa politica e dell’asse franco-tedesco c’è, scommettiamo, il modello semipresidenziale francese per eleggere il capo del futuro governo dell’Unione. Ve lo figurate, altrimenti, un governo dell’Unione eletto con i patemi dei sistemi proporzionali italiano, spagnolo e, anche, tedesco? Il maggioritario sarà la risposta a frammentazione, instabilità e insorgenza dei populismi. Sarà il framework per l’unità e la riforma del continente. E quali partiti competeranno per la guida? Macron ha indicato una strada: quella di un nuovo partito liberale e di massa come polo di una nuova dialettica di alternanza. Un partito che competa, per la guida, con il popolarismo democratico e cristiano. Che dovrà anch’esso sperimentare svecchiamenti e innovazioni.

 

L’evoluzione semipresidenziale europea dovrà necessariamente riflettersi nei sistemi elettorali nazionali. Il sistema proporzionale non è, perciò, il destino. Stabilità e governabilità, sostenuti da un voto maggioritario, si affermeranno come pilastri della futura Europa. Anche in Italia. Dopo la notte dei fragili governi che inaugureranno il 2018 post-elettorale italiano, si riaffaccerà il nodo costituente e la necessità della riforma politica stoppata dal referendum del 2016. E sarà l’Europa a richiederla. La condizione italiana poteva essere ottimale nello scenario della prossima Europa. Non è stato così. Con la sconfitta del 4 dicembre 2016 l’Italia è ridiventata proporzionalista. E nelle condizioni peggiori. Il voto proporzionale è aperto all’irruzione vincente delle forze antisistema. In questo siamo una Germania peggiorata: loro, almeno, hanno le grandi coalizioni come soluzioni di emergenza all’instabilità. Noi, stupidamente, glissiamo su di esse. Per peloso pudore. E non ci sono coalizioni prima del voto a salvarci.

 

Del resto, la coalizione è una sciocchezza agitata solo per turbare il sonno di Renzi. I 5 Stelle, possibili contendenti a primo partito, non hanno coalizione. Il centrodestra ce l’ha per necessità: presi singolarmente FI e Lega non farebbero partita con 5 Stelle e Pd. Di che parliamo? Non c’è premio di coalizione. E dunque nemmeno Berlusconi ha, per il futuro Parlamento, le chiavi della governabilità. Ci sveglieremo nel nuovo futuro parlamento del 2018 con una sorpresa: non conteranno le coalizioni fatte prima del voto ma, come in Germania, le intese che si potranno fare dopo il voto. In questo quadro la partita del Pd quale dovrebbe essere, ragionevolmente? Quella nostalgica, minoritaria, antica della sinistra unita, di un veltroniano Pd come casa di tutte le sinistre, radicali e riformiste? Una Spd con dentro la Linke: la partecipazione italiana al triste tramonto del vecchio socialismo? Oppure la strada di Macron. Che il Pd dovrebbe prefigurare, a differenza di ciò che sostiene Cacciari, senza sciogliersi. Come? Figurando già, nella prossima competizione, come un partito-coalizione, al modo di Macron. In cui, mi dispiace, il segno coalizzante è dato da persone come Calenda e non come Pisapia, con i suoi “campi” di sinistra avvizziti e incolti. Il Pd della campagna del 2018 deve prefigurare l’evoluzione dell’immediato futuro: un partito dai tratti programmatici e politici inequivoci, polo di stabilità, tranquillità, ottimismo, competenza di governo, europeista e determinato a riprendere il percorso delle riforme politiche. Il partito della Nazione, appunto.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    14 Dicembre 2017 - 19:07

    Ha perfettamente ragione. Speriamo che tutto o gran parte di quanto predice o auspica si avveri.

    Report

    Rispondi

Servizi