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Il gioco frivolo del "partito di Gentiloni"

Gentiloni non è il simbolo di una rottura con il passato (e Renzi) ma l’immagine di una classe dirigente che ha governato bene e che pagherà malumori scollegati dalla realtà. Come difendersi da una campagna di mezze soluzioni e poca verità

13 Dicembre 2017 alle 06:00

Il gioco frivolo del "partito di Gentiloni"

Paolo Gentiloni (foto LaPresse)

Può essere che su Paolo Gentiloni abbia ragione Marcello Sorgi, editorialista politico della Stampa che spesso c’azzecca. E’ un Andreotti 2.0, nel senso che la sua personalità anticipa il clima di normalizzazione e ritorno connotato dall’esaurimento dei partiti personali, maggioritari, dai grandi o grandiloquenti progetti visionari, in favore della pratica nient’affatto spregevole della mediazione professionale in politica, con il corteggio di attenzioni, minuzie, relazioni personali, e culture istituzionali relative. Toni bassi e percezione delle cose nel segno pessimistico e operoso della vanitas vanitatum. Ecclesiaste 2.0, se vogliamo adottare una terminologia biblica.

 

Però si può affacciare un’altra ipotesi, tutto sommato più semplice, se non più lineare. Gentiloni è stato proposto premier da Renzi dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016. In senso leaderistico, era all’atto della successione un suo seguace fedele, in senso politico era un suo pari, uno che veniva dalla stessa esperienza nella breve succosa storia della Margherita, prodismo e rutellismo nella controversa ma comune matrice cattolico-democratica. Ma diciamo anche altro. Gentiloni non è isolato alla testa del governo come elemento rappresentativo di una legislatura in cui il Pd ha dominato la scena da Letta (Enrico) a Renzi a lui stesso. E’ parte di una classe dirigente sperimentata ma non nuovissima, con i Delrio, con i Minniti, con i Calenda, con i Padoan, con i Franceschini e altri che si aggiungono ai bravi e di recente non troppo fortunati scout, come i giovanissimi Lotti e Boschi e altri. Può essere che questa classe dirigente, con il suo partito, esca con le ossa rotte dalla competizione, perché la logica dell’accozzaglia, detto senza asperità polemica, potrebbe determinare una concentrazione di antipatia elettorale verso i “renziani”. Ma va riconosciuto, per fair play, che sarebbe un paradosso, una cosa contro ragione. Hanno governato piuttosto bene, benino, se volete essere minimalisti. I risultati sono lì a dimostrarlo, o a suggerirlo discretamente, se non volete esagerare con le cifre della ripresa occupazionale e di prodotto interno lordo e altre. E’ vero che anche Francesco Rutelli e dopo di lui Walter Veltroni furono ottimi sindaci di Roma, eppure furono seguiti dal plebiscito in favore di Gianni Alemanno, sulla scia della formidabile vittoria di Berlusconi nel 2008 dopo il fallimento del governo Prodi. Ma che la storia paradossale di un risultato elettorale fatalmente condizionato da malumori e risentimenti scollegati dalla realtà debba ripetersi non è detto.

 

Sbaglierò, ma ho la sensazione, certo non entusiasmante, che complice la legge elettorale, strano ritrovato dell’ultima ora, le cose finiranno a mezzo. Un mezzo ritorno di Berlusconi, una mezza disavventura del Pd e di Renzi, una mezza affermazione o sconfitta, dipende da come si guarda il bicchiere, dei grillozzi (e una sana liquidazione del velleitarismo delle foglioline). Anche i paradossi nel loro piccolo sono sempre esposti al rischio di ridimensionamento. Gentiloni e gli altri una campagna elettorale seria, senza toni parossistici, sono evidentemente tenuti a farla. Uomini di governo, con ben altra legittimazione rispetto a presidenti delle Camere in fregola, hanno il diritto e il dovere di proporsi al giudizio popolare in ragione di quel che hanno realizzato e di quel che propongono e sono, rappresentano. La cosa non riguarda l’impeccabile Sorgi, ma il gioco frivolo del “partito di Gentiloni”, che fiorisce parallelo al delenda Carthago che affligge Renzi, suo sostegno e suo compagno di avventura, anche nei dissapori strategici e negli scarti umorali, è appunto frivolo. E alla fine da tutte queste mezze soluzioni elettorali potrebbe derivare una mezza soluzione di grande coalizione, o grandina, che per ora è l’unica testimonianza potenziale in favore di una relativa stabilità riformatrice del sistema, in mezzo ai rischi della ripresa e dei ritorni statalisti vari. Entusiasmo no, a parte il dovere militantistico di chi ci ha messo la propria faccia e ci crede, ma se la politica dovesse vivere solo di entusiasmi si spegnerebbe nella delusione ogni volta.

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