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A Rimini la forza e le (tante) debolezze del M5s

I grillini hanno una straordinaria capacità di mobilitazione e d’inquadramento muscolare secondo rigidissime parole d’ordine, ma sono ancora un’organizzazione fragilissima e contraddittoria

24 Settembre 2017 alle 19:27

A Rimini la forza e le (tante) debolezze del M5s

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Rimini. Modico nelle parole e trattenuto nei movimenti, Davide Casaleggio chiude i tre giorni di festa alla Fiera di Rimini stendendo, con voce piana e monocorde, un bilancio di numeri, partecipazione (“cinquantamila persone” in tre giorni, dice), ed errori compiuti, come l’evidente inadeguatezza della sua piattaforma digitale Rousseau, che venerdì è arrivata faticosamente, tra crolli e blocchi, al traguardo delle votazioni on-line per l’elezione di Luigi Di Maio, ma con l’andatura di uno zoppo che corre, appunto.

 

E dunque c’è sempre qualcosa di muscolare e insieme anche di terribilmente fragile nel Movimento cinque stelle, anche stavolta, anche a Rimini: i numeri indiscutibili, la partecipazione popolare ed emotiva, la definitiva trasformazione di un gruppo di ragazzotti in divi del selfie. E poi la capacità d’aver sedimentato nelle orecchie dei militanti parole bandiera, come “reddito di cittadinanza”, termini che oggi è sufficiente sventolare sotto gli occhi del grillino medio per iniettarli di sogni.

 

Ma poi ecco che Rousseau s’inceppa, ecco la creatura di Casaleggio che rivela una tragica debolezza e anche un difetto di partecipazione democratica: appena trentasettemila votanti, che sono poi, sembra di capire, i più militanti tra i militanti, un manipolo d’incoercibili che corrisponde, all’incirca, alle persone che si sono mobilitate d’entusiasmo in questi tre giorni, pagandosi tutto loro, per raggiungere Rimini da mezza Italia. Forza e debolezza, insomma, la rabdomantica capacità d’interpretare la rabbia su di un palco, e l’estrema difficoltà a trasformarla in qualcosa che funziona nella realtà.

 

 

 

Alla fine, dei tre giorni di Rimini rimarranno forse i fescennini di Grillo, le sue volgarità, le sue sgrammaticature intellettive, e la violenza evocata contro i giornalisti, cui lui finge di distribuire banconote dal palco, trattandoli da ignobili prezzolati, evocando così un disprezzo violento che ovviamente diventa poi violenza vera, fisica, quando a furia di essere caricata a molla dal suo mandante, la teppa aggredisce sul serio Enrica Agostini, della Rai, spintona i cameramen, esplode in fischi e urla di “venduti venduti” “vergogna vergogna”. Perché il filo conduttore dei tre lunghi giorni riminesi è tutto un “gliela facciamo vedere noi”, alla casta, ai giornalisti, alle banche, all’Europa, alle Ong… “Andiamoci a prendere questo paese”, è il saluto corsaro, l’invito al saccheggio, verrebbe da dire, urlato sabato sera dal palco, da uno dei tanti, interscambiabili peones del Movimento cinque stelle.

 


 

  Beppe Grillo “paga” i giornalisti (foto LaPresse)

 


 

E poi c’è Luigi Di Maio, candidato premier, forse nuovo leader del Movimento, lui che per due giorni consecutivi, prima con il discorso d’investitura e poi con una specie d’intervista composta da domande tratte da internet, con o senza cravatta, sempre illumina soluzioni definitive per ogni cosa, risposte semplici come un prelievo al bancomat a ciascuna delle grandi sfide della modernità, dalla disoccupazione giovanile all’immigrazione, dalla burocrazia alla sanità pubblica, dalla disparità economica alle energie rinnovabili, fino alla Costituzione che, ha spiegato, va probabilmente modificata per… “eliminare il vincolo di mandato”.

 

Ed è frettoloso sostenere che il Movimento sia cambiato, che Grillo abbia imboccato la via della pensione, com’è probabilmente una sfocatura prendere per buona l’investitura di Di Maio e in generale accostare analisi classiche di tipo politico ai rapporti, più o meno tesi, tra lui e altri deputati del Movimento, come Roberto Fico. E infatti Di Maio non è stato scelto dalle zoppicanti primarie nelle quali venerdì hanno votato trentamila persone, ma è stato scelto molto tempo fa dai padroni del blog, attraverso un lungo provino televisivo, un attento esame di empatia e telegenia, e forse persino di fedeltà, secondo regole che hanno a che vedere più con il marketing che con la politica. E questo già dovrebbe essere sufficiente a lasciar cadere l’idea piuttosto pigra di una “normalizzazione” del Movimento cinque stelle. Che è ancora una forza dotata di una straordinaria capacità di mobilitazione e d’inquadramento muscolare secondo rigidissime parole d’ordine, ma è ancora un’organizzazione fragilissima e contraddittoria quando prova a misurarsi con la democrazia, le idee, la cultura, e non solo quella politica.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    25 Settembre 2017 - 13:01

    Io continuo a sentire odore di sansepolcrismo, pensiero lontano dalle smanie di Fiano ,nel senso di inquadramento obbedienza viva il dux Grillo o chi per lui.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    24 Settembre 2017 - 23:11

    Grillo, Rimini e l’Alighieri “... non ragioniam di lor, ma guarda e passa" “... e se non piangi, di che pianger suoli?”

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  • r.carletti73@gmail.com

    r.carletti73

    24 Settembre 2017 - 22:10

    Queste primarie finte telegeniche che internetizzate hanno dato un ennesima dimostrazione dell’ineguatezza di questo movimento nel panorama politico italiano

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  • carlo.trinchi

    24 Settembre 2017 - 21:09

    Perché si parla di governabilità, perché si parla di elezioni del premier predestinato, perché si parla di squadra quando non c'è corpo nel movimento che si è formato. Perché si dice che Grillo va in pensione quando tutti sappiamo che se Grillo molla quel po di solidificato tutto torna liquido più dell'acqua. Di Maio parla di squadra prima per non ripetere l'errore della Raggi della squadra poi con lo squallora prodotto. Grillo è il padre padrone del movimento e mai lo lascerà. Di Maio è un novello Alfano senza storia ne quid e Grillo lo sa come lo sapeva Berlusconi di Alfano. A Rimini abbiamo assistito ad una saga di paese e ad una lotteria elettronica tra quattro camerati, compagni e amici dalle diverse sfumature, che nella fase nascente non avremmo voluto vedere. Insomma un nuovo che ancora ci fa preferire il vecchio consolidato. Dallo Streeming del povero Bersani poco è cambiato siamo ancora alle colpe e agli slogan che non servono a nulla quando lasci il porto ed affronti il mare.

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