Il teatro Ariston a Saremo (foto LaPresse)

Quello di Sanremo sì che è un popolo sovrano

Lanfranco Pace

Il Festival è stato sempre visto come lo specchio del paese. Perciò, dannati tele votanti e felloni membri della giuria demoscopica, perché tagliate la testa di questi poveri vecchi cantanti per fare largo ai “ggiovani” e restituite la chiave della città degli uomini ai D’Alema, ai Bersani, ai Brunetta, ai Salvini? - Il pagellone politico di Lanfranco Pace

Il popolo sovrano, si sa, fa spesso cazzate: a Sanremo ha decapitato l’ancien régime. Ron, Gigi D’Alessio, Al Bano sono stati estromessi dalla finale del Festival e con loro Giusy Ferreri, grande voce affondata da una brutta canzone. Le vittime sono dei mostri sacri, cantano da trenta-quaranta anni, per lo più melodie, zucchero filato e do di petto, hanno volti vagamente incartapecoriti, è comunque una svolta radicale a vantaggio di ragazzotti assai mediocri a cui è stata risparmiata la fatica della gavetta, dell’applicazione, dello studio e regalata la scorciatoia dei talent televisivi.

Si dirà in fondo sono solo canzonette, ma le canzoni sono grandemente importanti, come ebbero a dire Mario Soldati e Federico Fellini (voto 10 e lode in memoria). Il Festival è stato sempre visto come lo specchio del paese. Perciò, dannati tele votanti e felloni membri della giuria demoscopica, (che nessuno sa cosa sia, si chiede argutamente sul sito del Foglio, Simona Voglino Levy, voto 9) perché tagliate la testa di questi poveri vecchi cantanti per fare largo ai “ggiovani” e restituite la chiave della città degli uomini ai D’Alema, ai Bersani, ai Brunetta, ai Salvini?

L’unica spiegazione razionale è che la guida suprema di Carlo e Maria, di Maria e Carlo, è così quadrata, affidabile e ricca di meravigliosa aggettivazione che incoraggia qualsiasi colpo di mano. Mentre Renzi, che pure all’inizio aveva raccolto primaverili consensi, non ha rassicurato, anzi ha creato inquietudine e si è dimostrato politico avventato.


L’EX PREMIER FERITO

Ha preso la botta, ma non l’ha ancora smaltita, dà l’impressione di ballare su un piede solo. Domani parlerà alla direzione del Pd ma non si sa se dirà cose definitive, sulla data delle elezioni e sulla tenuta del congresso. Ha molti nemici e soprattutto molti amici da cui guardarsi. E’ fisicamente cambiato, ha perso sicurezza, cammina in modo diverso, non ha più il petto in fuori e il piglio di prima, si guarda in giro, cerca  interlocutori da cui potere ricevere consolazioni e incoraggiamenti.

Eppure è ancora un numero uno, anzi il solo numero uno del centro sinistra italiano, il baluardo che può fare rifluire Grillo e i suoi scagnozzi violenti: non è da escludere che con il supporto del movimento di Giuliano Pisapia (voto 9) riesca ad arrivare al 40 per cento dei voti.

Deve però modificare quella che lui chiama  narrazione. Basta il domani dei figli, la scuola digitale, la fabbrica 4.0: deve riuscire a inglobare la rabbia, la frustrazione, il dubbio dell’ora presente. Come Paola Turci ferita  fino allo strazio che invita le donne a farsi belle per sé. Come Fiorella Mannoia che dice che la vita è perfetta e benedetta perché quando cadi ti aspetta. Saranno pure di estrema sinistra, magari avranno pure votato Cinque Stelle: ma sono voci forti e hanno la grande presenza scenica di chi ha vissuto la cognizione del dolore (voto 10, a entrambe).


CUPERLO INVECE

Uomo educato, colto e fine parlatore, Gianni Cuperlo è riuscito per una volta a proporre modifiche alla legge elettorale che potrebbero andare bene alla maggioranza del Pd e anche al di fuori del partito, e per questo sforzo voto 8: solo che le accompagna con un discorso intellettualmente truffaldino, e perciò voto 4. Dice che basta rinunciare alla pretesa di voler sapere la sera stessa del voto chi ha vinto e chi sarà il presidente del consiglio: in un regime parlamentare e con la legge elettorale proporzionale non sarebbe possibile. Non si capisce perché. La Germania è repubblica parlamentare, vige la legge elettorale proporzionale, eppure la sera stessa delle elezioni si conosce il nome del nuovo cancelliere che sia della Cdu-Cds oppure della Spd: c’è incertezza solo se chiaramente non c’è nessun vincitore e occorre prepararsi alla grande coalizione.


TORMENTO SENZA ESTASI

La nuova legge elettorale è un vero tormentone, prima si aspetta la sentenza della Corte costituzionale, poi le motivazioni, poi si rinviano i lavori preliminari alla discussione in aula, si traccheggia sull’inizio delle trattative interpartitiche dicendo che se c’è accordo bastano due settimane, ma nessuno comincia pubblicamente a verificare se c’è accordo e quale sintesi è possibile fra le trenta proposte di modifica dell’Italicum . Ognuno sta nel suo angolo a far di conto sui vantaggi supplementari che potrebbe dargli la legge.

Cominciano intanto i movimenti al margine dei gruppi più piccoli, in attesa che la proporzionale suoni  il liberi tutti. Ultima formazione a nascere dopo la ventina già esistente (ma magari sono di più, ormai s’è  perso il conto) sono i Centristi per l’Europa: il padrone di casa Pier Ferdinando Casini  sta provando per l’ennesima volta a riunire i moderati sotto le insegne del Partito popolare europeo (voto 7 alla perseveranza).

Si dà comunque alla legge elettorale un’importanza che non ha,  nessun tecnicismo o trucco può annullare la volontà della maggioranza degli elettori o cambiare radicalmente il segno del voto.


ASSESSORE ALLA PORTA

I politici sono imprudenti al limite del suicidio. Continuano a parlare al cellulare, vanno con quattro amici in un locale pubblico e dicono la qualunque, non si curano di essere ascoltati e meno ancora registrati. Paolo Berdini (voto 5), assessore all’urbanistica del comune di Roma, è colto da un giornalista della Stampa mentre sparla della sindaca Raggi e della corte dei miracoli che la circonda: smentisce ma poi deve arrendersi alla registrazione.

Quale che sia la carica pubblica ricoperta, la riservatezza è un dovere. Se poi proprio uno vuole spettegolare, sparlare o lamentarsi lo faccia a casa sua,  tra  pochi e fidatissimi amici. Anche questo è segno di pressapochismo, di dilettantismo. Un professionista della politica che ha nella felpata discrezione l’arma migliore, il premier Gentiloni (voto 8), le cose davvero importanti pare che le scriva a penna e le affidi a una lettera. E’ la rivincita postuma dei tanto derisi pizzini di Provenzano. 


 

MAO DI MAIO


Feltri è un maestro insuperato nella ricerca del titolo che colpisce e fa vendere più copie possibile, per questo gli editori lo hanno sempre pagato a peso d’oro. E poi il suo doppio senso è meno doppio di quello che sembra, per dare alla Raggi della patata bollente ci vuole molta immaginazione o una pletora di amanti di cui ancora non c’è traccia.

Bene fa dunque a non chiedere scusa a un membro benché donna di una setta babbea che ha prosperato sull’insulto, sull’invettiva, sull’anatema, sul vaffanculo. E sull’ignoranza degli elettori. 

E’ vergognoso invece che Vincenzo Iacopino, (voto 1), presidente dell’Ordine dei giornalisti, si rechi da Di Maio per raccogliere  le sue rimostranze contro i giornalisti accusati di essere faziosi, sleali e ingiuriosi nei confronti dei 5 Stelle.

Questo proprio non s’aveva da fare: che Di Maio abbia in generale qualcosa da dire, è già in sé altamente improbabile. Vogliamo sperare che almeno il presidente dell’Ordine gliele abbia cantate. Vogliamo sperare...

  • Lanfranco Pace
  • Giornalista da tempo e per caso, crede che gli animali abbiano un'anima. Per proteggere i suoi, potrebbe anche chiedere un'ordinanza restrittiva contro Camillo Langone.