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Le elezioni comunali ci consegnano già oggi un primo sconfitto: la parola sinistra

Osservando i nomi schierati in campo, viene facile dire che da Roma a Milano passando per Torino e Bologna la novità di questo turno elettorale è che per la prima volta nella storia recente del nostro paese non esiste un solo candidato di sinistra tradizionale in nessuna grande città italiana.

30 Maggio 2016 alle 08:13

Le elezioni comunali ci consegnano già oggi un primo sconfitto: la parola sinistra

Il premier Matteo Renzi e il sindaco uscente di Torino, Piero Fassino, in una foto d'archivio (LaPresse)

A pochi giorni dal primo turno delle elezioni comunali fare previsioni e soprattutto fidarsi dei sondaggi è attività quantomai rischiosa, così come è rischioso e riteniamo sbagliato credere che il voto in alcune città certamente importanti (Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari, Trieste) sia un voto che possa essere letto in un contesto diverso da quello locale. Sulle prossime amministrative si possono dire molte cose e molte se ne diranno ma tra i tanti spunti preventivi di riflessione ce n’è uno che merita di essere approfondito e che ha sollevato qualche settimana fa su questo giornale il professor Michele Salvati. Il tema riguarda l’identità dei candidati sindaco e, osservando i nomi schierati in campo, viene facile dire che da Roma a Milano passando per Torino e Bologna la novità di questo turno elettorale è che per la prima volta nella storia recente del nostro paese non esiste un solo candidato di sinistra tradizionale in nessuna grande città italiana. Esistono candidati, come Fassino a Torino e Merola a Bologna, che provengono da una tradizione post comunista e che, nonostante questo, sono profondamente osteggiati da liste di sinistra (Airaudo a Torino, coalizione civica a Bologna). Ma sia a Roma, sia a Milano, sia a Napoli (e anche a Torino e Bologna) il centrosinistra si ritrova con candidati che, come Renzi, superano i famosi steccati della sinistra tradizionale. Un po’ perché il possibile ballottaggio impone ai partiti che sognano di governare di avere un profilo il più possibile bipartisan – e le stesse candidature dei Cinque stelle, a Roma e Torino, sono state concepite con l’idea di generare trasversalità e di superare lo steccato sterile e inconcludente del dibattismo-dimaioismo. Un po’ per questo ma un po’ anche perché le candidature di Roma e Milano e Napoli, con Giachetti, Sala e Valente, sono lo specchio e il riflesso di un fenomeno più importante che sfiora tutte le socialdemocrazie del mondo.
 
Il tema è evidente: mentre il pensiero conservatore, nelle sue mille declinazioni, da Trump a Salvini passando per Rajoy e Cameron, esiste ancora, dall’altra parte si scopre che il pensiero progressista è stato brutalmente spazzato via dalla crisi economica. In Grecia, il compagno Tsipras si è dovuto iscrivere al partito della Troika. In Francia, il compagno Hollande in poco tempo è passato dall’essere un grande nemico della finanza a scegliere come premier un riformista pro mercato e pro finanza come Manuel Valls. In Germania, l’Spd brancola nel buio e non riesce a trovare un candidato che abbia da dire qualcosa di diverso dalla Merkel. In Portogallo, le sinistre governano insieme ma lo fanno sulla base precaria di un accordo destinato a non durare nel tempo. In Spagna, le lunghe e infruttuose trattative per la formazione del governo hanno spaccato Podemos e indebolito Iglesias – e alle prossime elezioni il conservatore Rajoy parte da favorito contro il socialista Sanchez. In Inghilterra, Corbyn conquista sì alcune città importanti (Londra) ma non riesce a sfruttare il momento di debolezza di Cameron per far crescere il Labour. Negli Stati Uniti, salvo sorprese, il paladino della sinistra che piace alla gente che piace, Bernie Sanders, vede ridursi ogni giorno di più le sue possibilità di successo.
 
Il risultato di questo patatrac non è solo la scomparsa della parola “sinistra” ma è qualcosa di più e riguarda un ragionamento centrale in questa fase della vita politica. La domanda è semplice: in un’epoca storica in cui i Nazareni proliferano, le grandi coalizioni si affermano, le distanze tra i partiti di governo si annullano, il pensiero di sinistra tradizionale ha speranze o no di tornare ad affermarsi in un futuro prossimo venturo? Rispondere a questa domanda è complicato ma alcuni fatti ci possono aiutare a capire la ragione per cui, anche in Italia, i candidati di centrodestra e centrosinistra tendono a somigliarsi sempre di più. Dal punto di vista economico, osservando i programmi dei candidati sindaco di Napoli, Roma e Milano, e proiettando il discorso anche all’interno del contesto europeo, si può dire che le idee di politica economica dei candidati di centrosinistra sono perfettamente sovrapponibili, tranne in alcuni dettagli, a quelli del centrodestra. In una fase in cui i soldi non ci sono e in cui la vacca grassa dello stato non ha più nulla da offrire, non si può non essere pro mercato, non si può non essere pro concorrenza, non si può non essere pro capitalismo, non si può non essere a favore del taglio delle tasse, non si può non essere a favore della flessibilità, non si può non essere a favore dello scambio tra salario e produttività. Se dobbiamo andare a ricercare delle vere differenze tra centrodestra e centrosinistra, quelle differenze oggi si registrano su due questioni: diritti civili e immigrazione. Due bandiere, più che due programmi politici.
 
Non significa, sciocchini, dire che non esiste più differenza tra sinistra e destra. Significa dire che rincorrere, come chiede qualcuno anche nel Pd, il vecchio bacino della sinistra non è un modo per tornare a un’indefinita età dell’oro ma è solo un modo per provare a conquistare dei voti che semplicemente non ci sono più. Significa soprattutto non arrendersi all’evidenza: non è la sinistra che copia la destra, è la sinistra che finalmente ha scoperto che ciò che chiamava destra non era destra ma era solo e squisitamente buon senso.

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