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Chissenefrega delle comunali

Non c’è nulla di nazionale nel voto di domenica tranne un dettaglio: la salute degli avversari di Renzi – di Claudio Cerasa

4 Giugno 2016 alle 06:00

Chissenefrega delle comunali

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Quando Matteo Renzi si spende personalmente per una campagna elettorale, mettendoci il volto e spendendo il brand del renzismo per tentare di portare ossigeno ai propri candidati, alla fine risulta sempre difficile non personalizzare o non leggere come se fosse un test nazionale anche un passaggio elettorale, come quello delle comunali, che di nazionale in realtà ha poco o nulla.

 

Domenica, come si sa, si vota in 1.346 comuni, appena un settimo dei comuni totali italiani. Al voto sono chiamate circa tredici milioni di persone, circa un quarto del corpo elettorale italiano. Molti degli elettori, come sempre capita alle amministrative, tenderanno a votare seguendo ragionamenti legati più a valutazioni territoriali che a questioni di carattere nazionale, aiutati in questo anche dal fatto che i simboli dei partiti sono spariti in campagna elettorale. E per capire la difficoltà per cui è davvero dura considerare le elezioni comunali come un grande test nazionale basterebbe ricordare che il più grande nemico di Renzi, il Movimento 5 stelle, non è riuscito a presentare candidature nell’85 per cento dei comuni in cui si vota domenica. A voler essere snob si potrebbe anche dire che chissenefrega delle elezioni comunali. Ma a guardar bene ci sono forse due elementi piccoli ma significativi che fanno del voto del 5 giugno e del successivo ballottaggio del 19 giugno un termometro utile per capire qualcosa di più rispetto alle dinamiche politiche nazionali.

 

Mettiamola così: e se il voto di domenica fosse più un referendum sulle opposizioni che sul governo? Il Pd non ha molto da perdere ed è quasi fisiologico che un partito che si trova al governo da due anni e che amministra molte delle grandi città in cui si andrà a votare (Milano, Torino, Roma, Bologna, Cagliari) possa registrare una battuta d’arresto. Chi ha invece da perdere, e molto, in caso di risultato negativo sono tutti quei partiti che hanno trasformato il voto di domenica in un referendum non solo sul renzismo e in un voto di fiducia sulla possibilità delle opposizioni di esprimere un’alternativa di governo.

 

Quella di domenica, per esempio, è una sfida cruciale e forse definitiva per il Movimento 5 stelle. Per il partito di Grillo non vincere in una città male amministrata come Roma, reduce da otto anni di disastri sia del centrodestra sia del centrosinistra, sarebbe un ennesimo flop senza precedenti. Mentre una sconfitta del centrodestra o del centrosinistra sarebbe spiegabile in mille modi diversi (la coalizione frantumata, Mafia Capitale, la giunta Marino), per i grillini non vincere a Roma sarebbe semplicemente inspiegabile – così come sarebbe inspiegabile non ottenere un buon risultato in una città come Torino governata da decenni dal regggime dei partiti progressisti.

 


La chiusura campagna elettorale di Virginia Raggi (foto LaPresse)


 

La sinistra a sinistra del Pd ha invece due occasioni ghiotte a Roma e a Torino, dove si presenta con delle liste autonome e alternative al Pd (chez Paolo Ferrero), ma anche qui Fassina e Airaudo hanno un solo colpo in canna: o impediscono a Giachetti di arrivare al ballottaggio e a Fassino di vincere le elezioni o la loro traiettoria è destinata ad archiviarsi con una certa e giustificata rapidità.

 


Silvio Berlusconi chiude la campagna elettorale di Alfio Marchini (foto LaPresse)


 

Lo stesso discorso vale per gli alleati di Berlusconi (Berlusconi, già, ora ci arriviamo). L’immagine del centrodestra unito che si presenta a Milano con Parisi – e che potrebbe riservare delle sorprese al centrosinistra guidato da Sala – è un’immagine che non esiste non solo perché Berlusconi e Salvini non hanno trovato il modo di farsi fotografare insieme con il loro candidato a Milano ma anche perché, in gran parte d’Italia, la Lega e Forza Italia sostengono candidati diversi. Non è così dovunque (coalizioni ci sono sia a Trieste sia a Bologna) ma è così a Torino, è così a Napoli ed è così naturalmente anche a Roma, dove Berlusconi non casualmente ha scelto di chiudere la sua campagna elettorale, in sostegno a Marchini. Roma, dal punto di vista della frammentazione politica, somiglia a quello che oggi è l’Italia molto di più di Milano. E Berlusconi sa che la Capitale, pur nel suo fantasioso marasma, è il luogo giusto per misurare la capacità del berlusconismo di essere ancora il baricentro del centrodestra. Salvini e Meloni hanno un solo risultato dalla loro parte, il raggiungimento del ballottaggio. Berlusconi a Roma ha invece due risultati a disposizione per provare a contare: l’arrivo al ballottaggio di Marchini, naturalmente, e in subordine la non affermazione di Meloni con relativa affermazione di Giachetti (ipotizzando che sia sempre Raggi l’altra sfidante). Nel primo caso la vittoria per il Cav. sarebbe scontata. Nel secondo caso, con una sfida tra Giachetti e Raggi, per Berlusconi si aprirebbe un’altra partita che avrebbe un sapore tutt’altro che locale: da che parte batte il cuore di Berlusconi di fronte a una sfida tra un renziano e un grillino? Noi un sospetto ce l’abbiamo. E non solo per i ballottaggi di domani, diciamo.

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