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Cara, c’è il candidato a cena

La vera novità delle elezioni a Milano? I politici da portarsi a casa, per un buffet o un aperitivo. La città fluida e curiosa ha scoperto il gioco di società post-politico.

1 Giugno 2016 alle 11:15

Cara, c’è il candidato a cena

Stefano Parisi e Beppe Sala, candidati per il centrodestra e il centrosinistra a Milano

“Presentazioni - Se occorrono presentazioni, vanno fatte prima di sedersi a tavola”

(“L’arte delle buone maniere”)

 

 

Bei quadri alle pareti, qualche poltrona non necessariamente Biedermeier, basta siano di design, anche apocrifo. Pochi commensali selezionati attorno al tavolo. Oppure in tanti, in piedi col bicchiere in mano, o spalmati tra divani e seggioline pieghevoli in base alla capienza non necessariamente king-size del salotto. L’importante è non mancare, al rito politico che ha tarantolato Milano in questi mesi di campagna elettorale: invita anche tu un candidato in salotto. Un po’ gioco di società, un po’ sistema di frattali di una città stratificata, un po’ faccenda identitaria e terribilmente seria. Comunque sia, il candidato a casa tua è stata la vera novità politica e comunicativa della politica milanese, con una intensità senza paragoni con quel che accade altrove. Città in fondo piccola, città votata al cicip e ciciàp e alla libera formazione del giudizio, Milano non sta ad aspettare la politica, anche quando è la politica che dovrebbe darsi una mossa e farsi avanti lei per prima. Il nuovo gioco dei tarocchi ambrosiano prevede che tutti – dagli arcani maggiori-candidati sindaco agli aspiranti consiglieri comunali fino ai mille sconosciuti delle circoscrizioni – partecipino al rito dell’invito con lo stesso entusiasmo. A cena, per un aperitivo, per un dialogo-buffet in piedi. Dall’altra parte dell’urna, c’è lo spendersi civico di chiunque abbia un proprio beniamino, un amico, un parente o un  collega in lista. E’ una forma di sharing economy anche questa.

 

Il calendario degli eventi pubblici (una volta si diceva comizi: spariti) e pure dei confronti all’americana è stato piuttosto avaro (abbiamo iniziato noi del Foglio, con la doppia intervista a Stefano Parisi e Beppe Sala). La sua campagna elettorale Parisi l’ha chiusa non in piazza ma con il Cav. al Byblos di via Messina; Beppe Sala, dopo aver ricevuto la benedizione di Matteo Renzi che canta “Oh mia bela Madunina”, chiuderà con una festa-concerto all’Alcatraz. Addio alle piazze. Invece sono stati gli impegni privati, il pissi-pissi e i gruppi istantanei su Whatsapp (“Cena da me per conoscere il candidato X, vieni?”), a segnare la campagna e la sua dimensione sociale. Del resto si era già cominciato prima. Prima delle primarie. Una delle dimore che subito aveva aperto le porte alla “cena per farli conoscere”, i candidati delle primarie Balzani, Maiorino e Sala, è stata quella di Francesco Micheli, finanziere e mecenate. Ma le sue non sono mai state propriamente cene elettorali, piuttosto un’accademia, un circolo di ottimati di città. Che da anni, anche in passato, servono per dare il là alla community politico-economica-culturale sulle persone da conoscere, cui prestare attenzione. Bipartizan: la scorsa settimana erano più di cento i selezionati alla cena per incontrare Stefano Parisi (serata all’americana, con domande fitte e battute che rimbalzavano tra i tavoli). La data di quella per Beppe Sala è rimasta da definire, slitterà dopo il primo turno.

 

Ci sono ovviamente le grandi cene di investitura. A muovere la gente che conta nella City, per Stefano Parisi, è stato un amico come Roberto Spada, commercialista molto in vista, nella sua casa di via Chiossetto che fu l’ufficio segreto di Cefis. Ci sono gli appuntamenti di più discreto endorsement – sempre amicale, sempre fuori dal girone infernale del circo politico-partitico – come il pranzo della scorsa domenica per Beppe Sala a cui Anna Gastel, ex vicepresidente del Fai e recente presidente di MiTo, ha invitato una bouquet di scelte signore, tra cui l’ex vicesindaco Ada Lucia-“io per il momento sono fuori dai giochi”-De Cesaris.

 


Beppe Sala (foto LaPresse)


 

Il concetto “bipartisan” è però da tenere presente. Un po’ per tradizione, un po’ per incertezza. Una signora del teatro e dal cuore di sinistra riformista come André Ruth Shammah aveva organizzato ai tempi non sospetti delle primarie una gran cena per Sala, però un paio di settimane fa la sua casa di Brera si è aperta pure per Parisi. Ma esistono anche i salotti e i circoli informali di cittadini semplicemente interessati alla politica, a conoscere per deliberare. Angela e Luca Picone sono due avvocati che la loro casa la aprono da anni, ad amici e colleghi, per incontri-dibattiti su temi d’attualità o per conoscere persone. Hanno deciso di ascoltarli tutti, i candidati di loro interesse. Parisi e Nicolò Mardegan, candidato sindaco di Noi x Milano li hanno già ricevuti, Beppe Sala arriverà.

 

L’altra cosa da tenere presente, per decifrare l’intreccio delle serate, sono le regole del gioco di società che va per la maggiore, almeno nei circoli politico-professionale più addentro (o wannabe addentro) alle dinamiche della politica meneghina. E’ il gioco del voto disgiunto. Un must sociale, soprattutto nei salotti di sinistra intellettuale vista Navigli, dove si incontrano accademici di vario grado, giornalisti e giovani professionisti che muoiono dalla voglia di capire da che parte soffi davvero il vento della preferenza. Trattasi del seguente dubbio, sussurrato all’orecchio, buttato lì come un bon mot tra una polpettina (nota di servizio: in forte ribasso a Milano, al limite del bando sociale, il finger-food modello cuochi della televisione) e un dolce al cucchiaio: sì, io sono di sinistra, sempre stato e soprattutto in “questi” vent’anni (dire “questi” con “un ci siamo capiti” di disgusto negli occhi). Però, se Parisi non sbagliava sponda, era proprio il mio candidato. Con percentuali minori, in base ad alcuni sondaggi artigianali ma attendibili, il gioco funziona anche manovrato da destra verso sinistra: Parisi è un’ottima scelta, ma come si fa a votare ancora per “questi” (dirlo con “un ci siamo capiti” di delusione negli occhi), stavolta scelgo Sala, che l’Expo l’ha portata a casa, così la prossima volta imparano. Se siano dubbi che sfiorano anche l’elettore periferico, quello che alle cene coi candidati di solito non va, è difficile dirlo. Ma intanto è un vero spasso.

 

Tra gioco degli amici, passione politica, disorientamento dubbioso di fronte a due candidati uguali ma diversi, e in fin dei conti non così conosciuti, sono in molti ad avere aperto casa. O ad essersi “fatti prendere la mano”, dalla curiosità del gioco. Scettici col gusto dell’azzardo, l’economista Giorgio Arfaras e Anna Zafesofa, giornalista, hanno deciso di puntare. E hanno organizzato una cena per l’amico architetto Yoram Ortoleva, che è candidato con Parisi. Anche o soprattutto per sparigliare le idee precostituite, proprie e degli ospiti. Di sicuro, sono rimasti sorpresi dalla voglia di parlare e di ascoltare, roba da far freddare la lasagna (sempre no finger-food). C’è stato un tam-tam, al limite del bagarinaggio, per poter accedere agli eventi domestici con i candidati più in vista (“posso portare due colleghi in più?”, “sì tanto è in piedi”). Ma anche per i nomi più periferici l’interesse è stato notevole. Bisogna capirne i motivi. Il più evidente è che con queste elezioni, definitivamente e per così dire ufficialmente, non c’è più la politica partitica. Sezioni, circoli, centri culturali e sociali di fiancheggiamento hanno funzionato a pieno ritmo, certo; ma le reti informali per raggiungere un elettorato  fluido sono ormai differenti. Un commentatore economico dalla battuta pronta suggerisce, diversamente, che sia un fenomeno dettato dalla disoccupazione: la candidatura come un corso di aggiornamento, vedere persone e stringere mani, in attesa di rimettersi in pista. Ma al di là delle battute, è vero che si candidano tutti, a Milano. Anche le liste di circoscrizione sono gonfie. E tantissimi sono esordienti, esterni ai partiti, hanno la necessità di farsi conoscere e per farlo usano le reti private o professionali, o d’associazione. Ma ad esempio uno come Maurizio Lupi, che lo conoscono tutti, oltre che sui mercati popolari ha puntato molto sul privato. Fosse una dopocena con quaranta giovani, segmento post-laurea, fossero imprenditori della comunicazione raggiunti a pranzo nella loro sede.

 


Stefano Parisi (foto LaPresse)


 

Dicono i milanesi di memoria lunga che “le cene per farli conoscere” ebbero un primo, inusuale picco di intensità ai tempi dell’elezione di Formentini, ma allora c’era una classe politica nuova al debutto, e i partiti erano terra bruciata, anzi maledetta. Nelle tornate successive il fenomeno è calato, anche perché le divisioni erano più nette e le previsioni di voto senza storia. Ora non siamo al post Mani Pulite e molti dei candidati al Consiglio comunale sono consiglieri uscenti, ma è il sistema in quanto tale a essere svanito, gli elettori vogliono tastare di persona la mercanzia. Così è capito di trovare il santino, o il piccolo volantino in formato A5 (l’antico “quartino” è scomparso, costoso poco maneggevole e illeggibile) posato con discrezione sulla consolle in anticamera dopo una cena in piedi, o di fianco alle bottiglie sul tavolino. E’ capitato che il santino del parente candidato fosse servito, con autoironica nonchalance, sul piattino della tazzina di caffé (“ma intanto te lo hanno dato, a Milano non si risparmia nessuno”, confida il testimone). Però dall’altro lato, dal lato di chi invita, c’è una dose di sincera curiosità. In una città che ha inventato il rito dell’aperitivo (e Dio li perdoni anche l’apericena) i dehors dei locali sono stati la cosa più frequentata. Pure dal candidato cinque stelle Gianluca Corrado (al lounge bar Ama.mi di corso Sempione, starring Luigi Di Maio); c’è chi ha scelto il sapore d’antan del Jamaica; di Parisi da Belén sapete già tutto. Si va avanti a oltranza. Quasi in zona Cesarini, il salotto di un noto penalista con la passione della politica ha aperto le porte per Giulio Gallera, front man per Forza Italia, starring Mariastella Gelmini.

 

Ma c’è anche la Milano normale. Capita che E., ma tutti la chiamano M., insegnante mamma di quattro figli, che abita nella periferia di recente bonifica urbanistica, ma con bei quadri alla pareti persino in cucina, organizzi un aperitivo volante per Luigi Amicone. Il decamisado direttore di Tempi, debuttante per FI, con il suo “Rocky Amicone Picture Show” all’Overstudio in zona Scalo Farini ha vinto il premio per l’evento elettorale più divertente e destrutturato, con una band di antichi amici, la Gelmini a cantare “Gianna Gianna Gianna” e Parisi a intonare “Jesael” dei Delirium. Quando non c’è a disposizione il salotto non si rinuncia, come per la serata al Potafiori, locale di culti milanese, organizzata per la candidata pd Simona Battaglino dal Circolo della Pallacorda, il più renziano ed elegante di Milano. L’altra causa del fenomeno è ovviamente il modo frizzante di comunicare di una città invasa dall’ottimismo e dalla voglia di partecipazione. Una cosa invidiata e che non c’è in altre città. Cose che forse non modificano la percezione e i flussi elettorali, che di leggono meglio sui social. Ad esempio, l’account twitter @NoiMilano2016 di Sala ha registrato un volume di messaggi sei volte maggiore di quello di Parisi. Ma i risultati del passaparola, del mangia un boccone con me è tutto da verificare. Il gioco piace, il tempo è fresco e incerto, e la stagione dei ballottaggi ancora lunga.

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