Luigi De Magistris (foto LaPresse)

“Napoli capitale avanti!”. I paradossi del De Magistris in formato “Bossi neoborbonico”

Roberto Procaccini

La bandiera delle Due Sicilie, una volta appannaggio della destra missina, ora sventola nelle mani della sinistra radicale, simbolo di una tensione antimoderna in una città chiusa su sé stessa durante una campagna elettorale mediocre.

Nel comizio celebre per il “Renzi, cacati sotto”, Luigi de Magistris, per rimarcare la superiorità della sua città su quella del premier, esclama: “Napoli capitale avanti, Granducato di Toscana dietro!”. L’allusione terminologica a stati preunitari non è casuale. Tanto meno lo è il fatto che il governatore pd della Campania Vincenzo De Luca, per alimentare il dibattito a giorni di distanza, abbia cinguettato: sia il sindaco uscente “ad essere all’altezza di una grande capitale”, perché tanto lo status di Napoli non è in discussione. Prima ancora, lo scorso 6 aprile, quando Renzi si è presentato nel capoluogo campano per parlare di Bagnoli, sventolava tra i militanti dei centri sociali partenopei (ostili al premier quanto in sintonia con il primo cittadino) una bandiera che rappresenta il Sud Italia entro i confini del Regno delle Due Sicilie. Certo, una stella rossa indica la preferenza per il format politico della repubblica popolare, ma il riferimento geografico è alla monarchia disciolta nel 1861. “Napoli ha sempre avuto una certa autoreferenzialità – commenta Paolo Macry, ordinario di Storia Contemporanea presso la Federico II – e certi elementi di borbonismo”.

 

La novità è che il revanscismo, esploso dopo il successo editoriale di “Terroni” di Pino Aprile, in questa tornata elettorale è centrale come mai in passato. Ma, chiosa Macry, c’è “un solo leader che se lo sa intestare: Luigi de Magistris”. Prima di essere depennata per ragioni formali, in coalizione con il candidato Pd Valente avrebbe dovuto correre la Lega Sud – Ausonia. A sostegno di Gianni Lettieri (civico sostenuto dal centro-destra) c’è Napoli Capitale. Marcello Taglialatela (Fratelli d’Italia) è  appoggiato da Napoli Terra Nostra. Ma è l’ex pm ad aver fatto incetta nell’universo meridionalista. Tra le liste (approvate o rigettate) a supporto della sua candidatura compaiono Mo – Unione Mediterranea Napoli autonoma, Partito del Sud, Napoli Capitale Meridionalisti e Solo Napoli. “De Magistris ha un’arma in più rispetto agli avversari – osserva Macry –: salda la retorica della nazione napoletana alla sua lotta contro il governo Renzi a Roma in un modo che né Lettieri, né tantomeno Valente, possono fare”. Il professore della Federico II fa una premessa: “È da vedere poi nelle urne questo argomento localistico che peso abbia davvero”. In attesa del riscontro elettorale, riconosce che lo slancio neoborbonico vive una condizione duale: non ha vera valenza politica (perché nessuno studia una via alla secessione di Napoli), se non un’utilità tattica per chi ne sta facendo miglior uso. “De Magistris si costruisce sulle sponde del golfo una base arancione che può proiettare a livello nazionale – spiega Macry – così da riprendere il discorso lasciato nel 2013 con la lista Ingroia”.

 

I paradossi di un de Magistris in formato Bossi napoletano sono più di uno. Il primo proprio che sia un leader del sud a raccogliere il ruolo di propalatore di identità locali quando ormai la Lega Nord (per decenni innesco della suscettibilità partenopea) è un partito nazionale e nazionalista. Il secondo che lo faccia il capo di una galassia politica di sinistra radicale, quando il neoborbonismo (nostalgico di un regime feudale e illiberale) fino a poco fa era appannaggio della destra missina. “Il fenomeno testimonia una tensione antimoderna della città – considera Macry, che nell’autunno del 2014 fu contestato da collettivi studenteschi per averli definiti sul Corriere del Mezzogiorno i “reazionari del Terzo Millennio” –, che si mobilita contro chi propone di risolvere problemi sospesi da decenni, mentre il sindaco si rifiuta di sedere al tavolo col governo”. In tanto sciovinismo rimane l’immagine plastica di una città che fino a non molto tempo fa ha espresso leader e pensatori di respiro nazionale, ma che ora è chiusa su sé stessa. “A Milano, piaccia o no, si candidano due manager – conclude Macry –. A Napoli, dove manca progettualità, i gruppi imprenditoriali hanno fatto cilecca e l’emigrazione giovanile è forte, il livello della contesa è mediocre”.