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Ambrosoli spiega perché Milano non è affatto un referendum su Renzi

Ambrosoli non ha dubbi. La questione morale esiste e il sovrappiù di attenzione dei pm sulla politica è sacrosanto: “I politici, poi, hanno una responsabilità maggiore rispetto ai cittadini normali, dunque è un bene che vi sia un controllo maggiore. Che Renzi parli di questione morale è segno di responsabilità”.

12 Maggio 2016 alle 09:55

Ambrosoli spiega perché Milano non è affatto un referendum su Renzi

Matteo Renzi a Palazzo Chigi (foto LaPresse)

Milano. “E’ sacrosanto che la magistratura, che persegue tutti i reati collegati alla Pubblica amministrazione, abbia un’attenzione più che puntigliosa per ciò che è collegato all’esercizio del ‘potere’ politico. Non è una prevaricazione”. Umberto Ambrosoli è avvocato penalista, ha una storia personale e di impegno civile sul fronte della “legalità” che non necessita ricordare, è il capogruppo d’opposizione in regione Lombardia. Beppe Sala lo considera un “grande amico” e a lui aveva affidato il suo comitato per le primarie. Milano è una città in cui sinistra e “partito dei giudici” hanno lungamente flirtato, e la sinistra ha fatto spesso autogol confinandosi in una prospettiva giustizialista, a tratti al limite dell’antipolitica. Ambrosoli non è antipolitico, non si considera giustizialista, ma incarna quella parte della sinistra che ritiene necessario che il controllo di legalità sulla politica lo esercitino i giudici. E’ la persona giusta cui chiedere se non c’è qualcosa che non funziona, in tutto questo, considerando anche i fatti recenti.

 


Umberto Ambrosoli (foto LaPresse)


 

La prima domanda che il Foglio gli rivolge è se abbia ragione il Matteo Renzi che dice “nel Pd la questione morale esiste”, o se abbia ragione il Renzi che ha risposto a muso duro alle intemerate di Piercamillo Davigo contro i “politici che hanno smesso di vergognarsi”. Non è una faccenda indolore, la “questione morale” evocata a proposito del partito che fu di Berlinguer. Ma Ambrosoli non ha dubbi. La questione morale esiste e il sovrappiù di attenzione dei pm sulla politica è sacrosanto: “Non mi stupisce che, crescendo la presenza della sinistra nei luoghi di potere crescano anche le indagini a suo carico. Il malaffare alligna dove c’è da guadagnare. I politici, poi, hanno una responsabilità maggiore rispetto ai cittadini normali, dunque è un bene che vi sia un controllo maggiore. Che Renzi parli di questione morale è segno di responsabilità”. Dunque ha ragione Davigo, se non nei toni, di certo nel merito? “Non nelle generalizzazioni. Però Renzi ha anche detto che la magistratura deve avere maggiore consapevolezza del suo ruolo, che il suo lavoro deve procedere meglio, ad esempio sulla lentezza dei procedimenti. Personalmente non sono d’accordo sull’allungamento dei tempi di prescrizione: processare un uomo dopo quindici anni è processare un’altra persona. Occorre invece un pacchetto di misure complessive per migliorare le procedure, dall’iscrizione nel registro degli indagati, alle proroghe d’indagine, agli atti interruttivi della prescrizione”.

 


Il presidente dell'Anm Piercamillo Davigo (foto LaPresse)


 

C’è da dire però che anche sulle iniziative di indagine si dovrebbe riflettere, e sul fatto che un certo sbilanciamento “a prescindere” della sinistra a favore dei giudici spesso causa degli autogol. Prendiamo Milano, il caso Penati: travolto da un’inchiesta, scaricato dal Pd, assolto da ogni accusa. Ambrosoli non ci sta: “Non è stato un autogol del Pd, e ho dei dubbi che il caso Penati, che è stato assolto, sia l’esempio migliore per questo argomento: ricordo bene quell’annuncio tradito di rinuncia alla prescrizione”. Prendiamo allora il caso De Luca in Campania: secondo Rosy Bindi non avrebbe neppure dovuto candidarsi, poi l’hanno assolto. “Ma c’era un procedimento in corso. Non vedo nulla di scandaloso in una verifica puntigliosa e preventiva dell’adeguatezza di chi si candida”. Però magari si rovinano carriere politiche, o persone, o si spostano equilibri elettorali in base a iniziative fallaci dei giudici. “Su questo è ovvio che serve una messa a punto. I tempi con cui la giustizia risponde ai cittadini devono essere veloci: se un politico risulta innocente o no occorre saperlo in un tempo che non bruci la reputazione. E serve una critica del modo in cui la politica fa uso strumentale del lavoro della magistratura. Guardi, io non sono mai stato d’accordo quando molti a sinistra puntavano sui pm per battere il centrodestra”. Però accade che un provvedimento cautelare diventi nell’opinione pubblica già un giudizio di condanna, prendiamo il caso Lodi, che sempre il Pd riguarda. Va tutto bene? “Questo è sbagliato. Ma torno a ripetere che su chi ricopre responsabilità maggiori è interesse della collettività che ci sia un controllo scrupoloso. Non c’è un’invasione della magistratura: è l’equilibrio dei poteri voluto dalla Costituzione”. Dunque lei ritiene che non ci siano rischi di sconfinamento dei pm che producono indebiti effetti politici? Nemmeno contro il Pd di Renzi? “Non penso. Saranno gli esiti delle indagini a stabilire la verità, caso per caso”.

 

Torniamo al caso Milano: non le pare che nella stessa sinistra un po’ ossessionata dalla legalità preventiva ci sia addirittura un remare contro il suo stesso candidato, Beppe Sala? I conti di Expo, il 730 smemorato… “La trasparenza è un concetto irrinunciabile. Lo è per i nostri stessi elettori. Non a caso Sala ha aderito alla Carta di avviso pubblico, autentica piattaforma di trasparenza. E tutta la classe politica di sinistra, in questi anni a Milano, ha fatto molto in tal senso”. A costo di rischiare la sconfitta del proprio candidato per un tic giustizialista? “Della vittoria di Sala sono molto convinto perché è in sintonia con la città. Poi possiamo dire che parte della sinistra a Milano negli anni passati è stata giustizialista, in qualche caso ha ecceduto, ma del resto si confrontava con un estremo opposto. La sinistra è ancora certamente per la legalità, ma senza più eccedere nel giustizialismo, che è cattiva abitudine da abolire. Sala non perderà, tanto meno per colpa della trasparenza”. Ma se capitasse, e capiterebbe per un disamore dell’elettorato di sinistra, sarebbe l’inizio di uno scivolone pericoloso per Renzi? “No. Non è questo il referendum su Renzi. Ci sarà un altro referendum, e quello sì sarà una bella prova di democrazia”.

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