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“La vera separazione delle carriere è quella tra magistrati e giornalisti”

La divulgazione delle intercettazioni, che genera "sentenze inappellabili sui giornali", è un "problema di civiltà". Parla Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia del governo Renzi.

20 Aprile 2016 alle 15:43

“La vera separazione delle carriere è quella tra magistrati e giornalisti”

Gennaro Migliore (foto LaPresse)

Roma. “La vera separazione delle carriere è quella tra magistrati e giornalisti”, dice Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia del governo Renzi, una vita in Rifondazione comunista e nei movimenti della sinistra. “Voglio dire che nel nostro paese troppo spesso i processi si fanno in televisione e sui giornali, nel contesto di un dibattito pubblico esasperato, e di un racconto supersemplificato della cronaca, che strumentalizza i casi giudiziari, spesso prescindendo persino dai fatti, per fare lotta politica nel fango ed emette sentenze sulle colonne dei quotidiani o attraverso la schiuma dell’etere nei talk show. Persino tutta questa storia della contrapposizione tra governo e magistratura è falsa, è frutto di una distorsione esasperata dei fatti, degli eventi, persino delle parole pronunciate dal presidente del Consiglio o dal presidente dell’Anm Piercamillo Davigo”.

 

Scusi, però Renzi, ieri sera, in Senato, qualche critica ai magistrati l’ha fatta. Altrochè. Ha parlato di “tribuni”, tra le toghe. “Guardi, non è la prima volta che sento Renzi usare quell’espressione e le assicuro che non era riferita ai magistrati, ma ai politici e all’uso politico delle inchieste giudiziarie. La critica di Renzi, la sua preoccupazione, è rivolta ai giustizialisti, alla violenza che caratterizza la lotta politica. Noi tutti siamo preoccupati per l’uso che viene fatto di elementi provenienti dalle indagini giudiziarie, come le intercettazioni, ma non solo, per emettere violentissime sentenze mediatiche. Dovrebbero essere preoccupati tutti gli italiani, perché ne va della nostra civiltà politica e giuridica. Dello stato di salute della nostra convivenza sociale. E in questo senso anche il racconto di una contrapposizione, di uno scontro con il coltello fra i denti, tra il governo e i magistrati è l’effetto dello stesso cortocircuito: provano ad applicare a Renzi le categorie berlusconiane. Ma non funziona. Renzi non è Berlusconi. Noi abbiamo introdotto il falso in bilancio, l’autoriciclaggio, abbiamo rafforzato l’autorità anti-corruzione, abbiamo persino introdotto il reato di disastro ambientale, quello da cui è partita l’inchiesta di Potenza. Dunque il gioco di prestigio dei giustizialisti, che ci vogliono mettere contro la magistratura, o che descrivono il governo come se fosse impegnato a difendersi con l’uso privatistico delle leggi, con noi non funziona. Non attacca”.

 

Non ci sono leggi ad personam, né “giudici matti”, nella grammatica di Renzi. Eppure qualcosa sta succedendo. “Noi vogliamo che i reati siano perseguiti, e con efficienza solerte. Vogliamo che la nostra magistratura sia dotata di tutti gli strumenti necessari per poter indagare a fondo, e liberamente. Il problema che poniamo, in termini politici e culturali, è un altro. E riguarda gli elementi di certezza della pena, e un certo imbarbarimento nel rapporto tra informazione e questioni giudiziarie. Guardi, si tratta di un argomento estremamente serio. Mi spiego meglio: basta un avviso di garanzia, basta essere iscritti nel registro degli indagati, basta una mezza intercettazione  perché vengano scritte e protocollate delle sentenze inappellabili sui giornali?”.

 

Allora le intercettazioni non vanno pubblicate? Le notizie di reato non vanno diffuse? “Certo che sì, certo che la libertà d’informazione va tutelata. Ma c’è una differenza tra l’informazione e il racconto caotico, strumentalizzato, che a intervalli regolari viene fatto delle vicende giudiziarie in questo paese. Prendiamo i fatti di Potenza. Federica Guidi è parte lesa, e si è dimessa dal suo incarico nel governo. Eppure c’è un confuso spurgo mediatico che utilizza tutta questa faccenda per sostenere un’equazione fuori dalla realtà e dalla logica, e cioè che il nostro è un governo di affaristi. Ma da dove diamine verrebbe fuori? E’ tutta un’implicazione pseudo giornalistica, di strombazzamenti passionali e umorali che esplodono in televisione e nelle parole dei ‘tribuni’ (per citare Renzi), che sono poi quei politici come Salvini o Di Battista, ma non solo loro, che vivono coltivando i semi velenosi del rancore e del malumore popolare”.

 

L’Italia salta regolarmente nei cerchi di fuoco. E il dibattito pubblico è violento. “E’ violento perché la politica si è fatta divorare dal suo interno. Ma la soluzione è nella politica stessa. Noi vogliamo riportare la politica al posto che le spetta. Il che significa rispetto e separazione dagli altri poteri, ma anche riaffermazione di un principio di non soggezione. In un paese dove il rapporto tra i poteri dello stato è bilanciato non succede quello che accade da noi. Ovvero in una condizione normale, di fisiologia, la magistratura indaga, la politica governa, e le due sfere non finiscono continuamente e drammaticamente per incrociarsi sui giornali. In uno dei suoi libri più belli, che s’intitola “Il mistero del processo", Salvatore Satta diceva che il processo di per sé è già una pena. E lui ancora non conosceva la violenza di quello mediatico. Chi sostiene l’opportunità di recuperare distanza, separazione, rispetto ed equilibrio tra le vicende giudiziarie e quelle politiche, non vuole attentare all’indipendenza della magistratura ma sottolineare un problema di civiltà. Un problema che in gran parte si realizza nel cortocircuito tra giustizia, politica e sistema dell’informazione. Per questo dico che la vera separazione delle carriere, quella che andrebbe fatta, è tra magistrati e giornalisti. Una battuta che semplifica, come credo di avere spiegato, un pensiero più complesso. Mi è capitato, in queste ultime settimane, di pensare molto al caso di Doina Matei, che fu condannata per omicidio preterintenzionale. Questa persona è stata condannata dal tribunale, secondo la legge, al massimo della pena. Dopo nove anni è andata in semi-libertà, ed è stata massacrata, aggredita, dal sistema dell’informazione, dallo stesso opportunistico pasticcio tra giustizia e politica, perché sorrideva in alcune foto pubblicate su Facebook. Anche questo è un esempio di cortocircuito, su cui sono saltati i soliti noti, i soliti ‘tribuni’ del populismo trinariciuto. Ed è una barbarie, un gesto contrario alla civiltà del nostro paese”.

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