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Arriva Davigo alla testa dei magistrati: notizia non ordinaria

Dall’anno culmine delle inchieste milanesi contro la corruzione è passato quasi un quarto di secolo. La reviviscenza nello spazio pubblico di uno dei capi del pool di Borrelli e Di Pietro, il suo insediamento alla guida della categoria dei pm, qualcosa significa.

10 Aprile 2016 alle 06:00

Arriva Davigo alla testa dei magistrati: notizia non ordinaria

Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

Non è notizia ordinaria l’arrivo di Piercamillo Davigo alla guida dell’associazione dei magistrati. Dall’anno culmine delle inchieste milanesi contro la corruzione è passato quasi un quarto di secolo. La reviviscenza nello spazio pubblico di uno dei capi del pool di Borrelli e Di Pietro, il suo insediamento alla guida della categoria dei pm, qualcosa significa. Renzi ha ridotto il potere di sindacati e Confindustria, ha ridimensionato le vecchie nomenclature politiche della sinistra, ha colpito di striscio la piramide della burocrazia, ma la magistratura organizzata e militante è sempre lì, in forme diverse e con strategie di ruolo diverse, a presidiare il territorio della politica.
 
Davigo è la figura giusta per spiegare il fenomeno. Non è come formazione un magistrato di sinistra. Non è un ambizioso carrierista politico. Non è mai stato in ballo come portabandiera, come parlamentare, come sindaco, come ministro, come capo partito. In questi lunghi anni sono stati altri a gridare il loro “resistere resistere resistere”, altri a imbrancarsi nei gruppi parlamentari, altri a proporsi come ministri e leader più o meno telegenici, altri a correre da sindaco o a organizzare partiti. Mentre i Di Pietro, gli Ingroia, i De Magistris e numerosi apparentati giravano sulla giostra, il dottor Davigo compiva la sua carriera professionale di vincitore di concorso. Ora la sua elezione, e il suo stesso discorso di insediamento sul rapporto tra magistrati e governo, ha tutto il sapore di una chiamata in servizio. Davigo è il grande riservista di cui c’è bisogno in un momento difficile della guerra intorno alla giustizia e alla politica.
 
Il trattamento di Renzi “alla Berlusconi” non è impossibile, attraverso le intercettazioni e la grancassa mediatica puoi sputtanare chi e come vuoi, ma tutto è più complicato. I ministri investiti dalle indagini per piccoli e grandi sospetti di malaffare oggi si dimettono senza nemmeno discutere, l’impronta del potere esecutivo non è quella della resistenza a un assedio, i membri del governo si fanno convocare in quattro e quattr’otto, rispondono alle domande, non sollevano obiezioni di impedimento, l’aura della congiura e della difesa da una congiura non attecchisce. Ecco che bisogna recuperare una specie di deontologia della politica d’attacco della magistratura, affidare il conflitto a un uomo di legge che può far conto su una reputazione di neutralità tecnica.
 
Davigo non è affatto uno stupido e alla lunga si è rivelato come un togato tenace più di chiunque altro nella difesa del suo ruolo e del suo giuoco di ruolo. Può anche essere che voglia ridimensionare, ricalibrare, rimettere con i piedi per terra e la testa in aria gli astratti furori che hanno portato tanti come lui a uno scontro belluino con i politici eletti. Ma non ne sarei tanto sicuro. Lo ricordo come un ideologo aspro e intransigente non solo e non tanto della legalità, che è la materia degli uomini di legge, ma del “controllo di legalità”, che è l’ideologia della supplenza istituzionale e politica delegata alle procure nel passaggio traumatico da una Repubblica dei partiti a un’altra forma di stato restata per lo più indefinita. Staremo a vedere, ma non scommetterei un soldo bucato sulla sua disponibilità a limitare il prepotere della sua categoria e sulla sua indisponibilità a favorire il partito dei giudici come supplenti della politica. Nemmeno ora, nemmeno con una classe dirigente tanto cambiata dai fatti e dal tempo. 
 
Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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