cerca

Quanto vale l’obbligazione Leopolda

L’investimento su Renzi potrà fruttare davvero soltanto se il premier metterà a fuoco ciò che ancora non funziona nel suo governo. Spesa, concorrenza, Pd, populismo penale, esteri. Quali sono i cinque fattori di rischio del renzismo – di Claudio Cerasa

12 Dicembre 2015 alle 06:18

Quanto vale l’obbligazione Leopolda

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

L’investimento politico ed emotivo che la sinistra italiana ha fatto affidando la guida del Pd a Matteo Renzi ha diverse caratteristiche che lo rendono simile a una tipologia di investimento di cui si parla molto in questi giorni: l’obbligazione subordinata. L’obbligazione subordinata, come oramai tutti sappiamo essendo diventati improvvisamente un paese composto da sessanta milioni di esperti di mercati finanziari, è un titolo a rendimento molto elevato, e per questo ad alto rischio (il rimborso, nel caso di liquidazione o fallimento di chi emette l’obbligazione, avviene successivamente a quello dei creditori ordinari). Questo genere di obbligazione si differenzia dalle altre per la tipologia di rischio. Più alto è il rischio e più alto è il rendimento. Ma più alto è il rischio e più ci sono probabilità che in caso di problemi o di fallimenti le cose si mettano molto male per l’investitore. Il paragone con il governo Renzi ci sembra evidente: l’investimento sul dinamismo del premier è un investimento ad alto rischio, e dunque può fruttare alla grande. Ma in caso di fallimento dell’obbligazione Leopolda i rischi sarebbero molto alti – e forse non solo per chi ha investito in quell’azione.

 

A due anni dall’arrivo di Renzi alla segreteria del Pd – e a un anno e mezzo, o poco più, dall’arrivo di Renzi alla guida del governo – è dunque necessaria una valutazione complessiva sul rendimento dell’obbligazione Leopolda. E questa valutazione cade bene in queste ore durante le quali il presidente del Consiglio si confronterà con i suoi sostenitori nella prima convention leopoldina in cui l’ex sindaco di Firenze avrà il dovere non solo di raccontare quello che vorrà fare da grande ma in cui avrà l’obbligo di raccontare, per la prima volta, cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato in questi anni in cui la Leopolda da movimento di lotta è diventato un movimento di governo. Ciò che finora ha funzionato bene e che ha permesso all’obbligazione renziana di avere una buona base di investitori alle spalle (in tutti i sensi: in fondo la Leopolda serve anche a questo, a fare cassa) è un mix formato principalmente da cinque fattori che costituiscono i punti di forza del renzismo. Primo: la rottamazione avvenuta, più sul piano nazionale che su quello locale, che ha portato a una mutazione genetica del Pd, ormai una creatura ben diversa dalla sinistra benecomunista (Italia Bene Comune) che si presentò alle elezioni nel 2013 e per questo tutto sommato vincente. Secondo: la riforma del lavoro, che ha permesso di superare, all’insegna di una nuova flessibilità innervata sulle tutele crescenti, un tabù storico per la sinistra e per l’Italia come l’articolo 18, consentendo al Pd di spezzare definitivamente le catene con l’ossidata e soffocante ideologia sindacale. Terzo: le riforme istituzionali, riforma elettorale e riforma del Senato, che sono state le basi sulle quali Renzi ha costruito il suo programma di governo e sulle quali il presidente del Consiglio chiederà il prossimo anno un voto complessivo e decisivo al referendum. Quarto: l’approccio positivo, seppur ancora in fase embrionale, sul tema della riduzione fiscale (col cavolo le tasse sono bellissime), che ha portato a qualcosa di concreto, come l’abolizione della componente lavoro dell’Irap, a qualcosa di più propagandistico ma comunque efficace, come gli ottanta euro, e a qualcosa ancora da decifrare, vedremo che impatto avrà, come l’abolizione della tassa sulla prima casa. Renzi, come abbiamo ricordato ieri, aveva prospettato con la legge di Stabilità un taglio dell’Ires dal 27,5 per cento al 24 per cento nel 2016, ma il provvedimento è poi stato rinviato al 2017 con la decisione di spendere 2 miliardi in più in “sicurezza ed educazione” per la lotta al terrorismo dopo la strage di Parigi. Quinto punto, sul quale torneremo: un approccio innovativo, per la sinistra, sul tema del rapporto con la magistratura, all’insegna di un necessario riequilibrio di potere tra politica e magistratura che si è manifestato più attraverso scelte simboliche (la riforma, storica, sulla responsabilità civile dei magistrati) che attraverso trasformazioni strutturali del sistema giudiziario.

 

In questi mesi, il mix di questi cinque fattori (insieme ad altri) ha permesso all’obbligazione Leopolda, pur in presenza del rischio concreto delle elezioni anticipate e del costante potenziale tracollo della maggioranza al Senato, di avere un buon rendimento che si è trasferito poi anche sui risultati (elettorali) ottenuti dal Pd guidato da Renzi negli ultimi due anni. Accanto a questi elementi, importanti, ce ne sono però altri cinque ugualmente cruciali, che costituiscono oggi il maggior fattore di rischio per l’obbligazione Leopolda – e più questi fattori verranno trascurati più saranno alte le probabilità che il buon rendimento avuto fino a oggi dal renzismo si trasformi in un mezzo disastro. Il primo fattore di rischio riguarda il fallimento del governo su una partita cruciale, che mette a nudo uno dei lati più deboli dell’obbligazione Leopolda. Quel fattore è certamente legato al pasticcio spending review, alla scelta cioè del governo di finanziare le sue riforme provando a lavorare più per avere maggiore spazio di manovra sul deficit che per ridurre la spesa pubblica, con conseguente battaglia deficitaria sul terreno della riduzione delle inefficienze della macchina statale. Il secondo fattore di rischio è legato sempre all’economia (sulla questione banche popolari leggete il nostro primo editoriale di oggi) e a una delle partite più significative sulle quali il governo sta mostrando una sua fragilità riformatrice: le liberalizzazioni mancate e rinviate, la timidezza sul ddl Concorrenza (il caso della concorrenza sleale concessa ai piccoli albergi contro Booking, di cui abbiamo scritto la scorsa settimana, è il caso simbolo dello svuotamento del ddl Concorrenza), la difficoltà a intervenire su questo terreno con la stessa durezza con cui Renzi è intervenuto sulla riforma del lavoro (difficoltà speculare a un’altra riforma rinviata da Renzi, quella della razionalizzazione delle municipalizzate, come se il caso Marino non avesse insegnato nulla). 

 

Il terzo fattore di rischio per l’obbligazione Leopolda riguarda, invece, un tema che spesso sfugge agli occhi degli osservatori ma che giorno dopo giorno grava in modo pericoloso sulla spina dorsale del renzismo. L’espressione giusta per inquadrare il problema è quella di “populismo penale” – ovverosia, per usare le parole di Papa Francesco, “la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina” – ed è attorno a questa orbita che gravita un problema cruciale che tocca il presidente del Consiglio: la convinzione che, dall’immigrazione alla corruzione arrivando fino a fatti di cronaca eclatanti che colpiscono emotivamente le coscienze dell’opinione pubblica, le emergenze siano risolvibili semplicemente “aumentando le pene” per alcune tipologie di reato. Nasce così, per esempio, la convinzione, sbilenca, che la corruzione sia da combattere non riducendo gli sprechi e aumentando l’efficienza degli apparati dello stato ma semplicemente aumentando le pene. Ma nasce anche così il contesto all’interno del quale risulta ovviamente impossibile riformare in modo strutturale la giustizia penale. Perché se è vero che un problema cruciale del nostro sistema istituzionale è il disequilibrio tra potere esecutivo e potere giudiziario, tutto a vantaggio del secondo, il populismo penale, ovviamente, contribuisce a trasferire sempre più poteri ai magistrati, rendendo impossibile il raggiungimento di un equilibrio che invece sarebbe necessario tra i due poteri dello stato.

 

Tracce del populismo penale si intravedono anche all’interno di quello che ci sembra il quarto grande problema renziano che è quello legato all’approccio del presidente del Consiglio sulla politica estera e in particolare la lotta al terrorismo – che ovviamente si deve risolvere aumentando le pene e dando più poteri ai magistrati. Come spesso accade a Renzi, i fondamentali ci sono e sono quelli giusti – vicinanza sostanziale all’America, legame privilegiato con Israele, realpolitik non ideologica nei confronti della Russia di Putin, volontà di sfilare alla Francia il posto da guida in seconda dell’Europa merkeliana, identificazione dell’Egitto di Sisi come perno possibile su cui immaginare una nuova stabilità in medio oriente – e tutti i fondamentali in tempi ordinari funzionano bene e in qualche modo prescindono anche dal rapporto (negativo) che il presidente del Consiglio ha con quella che doveva essere il suo braccio armato in Europa per la politica estera (Federica Mogherini, lady Pesc). Il problema, per Renzi, a nostro avviso nasce però quando la fase ordinaria diventa straordinaria e quando la lotta al terrorismo diventa cioè non un’azione di routine ma un’azione straordinaria (di fronte a una minaccia straordinaria). E per questo, in questa fase politica, l’approccio renziano del “non siamo in guerra” stride in un mondo in cui tutti, da Putin a Cameron passando per Hollande e persino Obama, riconoscono che purtroppo bisogna mettersi in testa che quella che viviamo è una fase straordinaria che non possiamo non chiamare “guerra” e di fronte alla quale non possiamo più comportarci in modo ordinario. Il giudizio su questo punto è sospeso almeno fino a quando non si capirà che ruolo giocherà l’Italia in Libia, ma non c’è dubbio che la politica estera è un terreno sul quale Renzi ha bisogno di costruire una sua più radicata identità – e in questo senso il 2016 sarà un anno chiave per capire se il presidente del Consiglio ha o no la stoffa per vestire i panni del commander in chief.

 

[**Video_box_2**]Il quinto punto, il quinto fattore di rischio, riguarda infine più il Renzi segretario del Pd che il Renzi presidente del Consiglio e il leader del Partito democratico sa bene che la cinghia di trasmissione tra Palazzo Chigi e Largo del Nazareno non funziona come dovrebbe e che alla lunga un partito che dà spesso l’impressione di supportare Renzi senza però sopportarlo del tutto è un partito che prima o poi presenterà un conto salato al suo segretario (la segreteria non si riunisce da giugno, i vicesegretari non hanno di fatto deleghe, il partito della nazione è lontano anni luce dal partito della fazione e il fatto che Renzi si senta più a suo agio nella stazione senza bandiere della Leopolda che in una sezione con molte bandiere del Pd è a suo modo sintomatico di una distanza forte che esiste tra il Renzi di governo e il Renzi di partito).

 

A conti fatti, andando oltre la divisione schematica dei punti di forza e dei punti di debolezza, l’obbligazione Leopolda costituisce ancora un buon investimento e il saldo tra ciò che è stato fatto e ciò che si dovrebbe fare è positivo. Ma come tutte le obbligazioni subordinate esiste ancora un fattore di rischio alto  legato ai punti di debolezza che abbiamo descritto. E quel fattore di rischio non può che aumentare nel tempo se Renzi non capirà che l’obbligazione Leopolda sarà un ottimo investimento per il paese solo e soltanto a una condizione: che al titolare numero uno di quell’obbligazione sia chiaro non solo ciò che in questi mesi ha funzionato bene ma soprattutto quello che ancora semplicemente non va, nell’oscillante e pericoloso mercato della politica italiana.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi