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Renzi alla Knesset dalla parte giusta della storia

Il presidente del Consiglio e la vicinanza non formale allo stato di Israele. Appunti su un discorso anti boicottaggio

22 Luglio 2015 alle 17:45

Renzi alla Knesset dalla parte giusta della storia

Matteo Renzi durante il suo discorso alla Knesset (foto LaPresse)

Non è stato un discorso d’occasione quello pronunciato da Matteo Renzi alla Knesset, dove è stato ricevuto per primo tra i leader che avevano approvato il patto di pacificazione con l’Iran, considerato dagli israeliani come un cedimento inaccettabile. Renzi, pur partendo dalla posizione di un paese che ha accettato di mollare uno schiaffo nucleare a Israele promuovendo lo “storico” accordo di Vienna, è riuscito comunque a dare la sensazione di una effettiva vicinanza a Israele, di una consapevolezza del carattere cruciale della difesa dell’esistenza dello stato degli ebrei, sotto il profilo geostrategico ma soprattutto sul piano dei princìpi di civiltà internazionale. In particolare è apparso convinto e convincente l’anatema lanciato dal premier italiano contro l’infamia dei “boicottaggi” occidentali nei confronti di Israele, che ha visto l’adesione vile di settori dell’establishment intellettuale e accademico. “Chi boicotta Israele – ha detto Renzi – non si rende conto di boicottare se stesso, di tradire il proprio futuro”.

 

Esprimendo  la vergogna nazionale per le leggi razziali insieme all’orgoglio per i cittadini italiani, a partire dal toscano Gino Bartali, che hanno agito con coraggio a difesa degli ebrei perseguitati, ha saputo definire un rapporto che può consolidarsi solo nel riconoscimento della realtà anche aspra delle vicende che ha attraversato nel corso di una lunga storia. E’ proprio questa visione che fa affermare a Renzi davanti alla Knesset come nell’incontro con la rappresentanza palestinese che “l’esistenza dello stato d’Israele non è una gentile concessione della comunità internazionale dopo la Shoah, ma precede di secoli ogni accordo internazionale”. Non si è trattato solo di un modo per sottolineare il diritto all’esistenza di Israele, ma il riconoscimento di un’eredità condivisa dalle grandi civiltà su cui ha senso costruire la comune responsabilità per la comune sicurezza. Nelle condizioni date, davvero un discorso impegnato e impegnativo.

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