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PICCOLA POSTA

A decidere il dissidio interno fra Zelensky e il capo del suo esercito saranno le energie degli ucraini

Adriano Sofri

In superficie, il diverbio tra il presidente e Valerij Zaluzhny passa per la parola “stallo”. Ma il problema è più profondo e sta nella divergenza, che da sempre corre sottopelle fra i due uomini più prestigiosi di una vita pubblica ucraina che non ne ha tanti

Non era facile nei giornali di ieri scovare le notizie sull’Ucraina. Bisogna scegliere fra i disastri, e dell’Ucraina, ci diciamo al telefono, siamo stanchi. L’altro ieri però era stato un giorno pieno come pochi di notizie. In un paese dell’oblast’ di Zaporizhzhia c’era la cerimonia di consegna di medaglie al valore: un’adunanza di militari a cielo aperto, l’ideale per il tiro al bersaglio, che ha ucciso più di venti di quei valorosi. Odessa era stata a più riprese il bersaglio di droni Shahed e di missili Kalibr, uno dei quali ha mirato il Museo di belle arti, così che la volonterosa ricostruzione italiana accrescesse il suo pregio. Intanto Putin vantava un nuovo missile nucleare dal Mar Bianco alla Kamchatka, tanto per confermare l’uscita, ratificata, dall’accordo sulla sperimentazione atomica. Garry Kasparov, del quale si può dire che sia un guerrafondaio, e lui lo rivendicherebbe, chiedeva il licenziamento del capo della Cia, Burns, e del consigliere per la Sicurezza, Sullivan, il cui fallimento rispetto alla carneficina di Hamas del 7 ottobre gli sembra ancora più grave di quello israeliano, e deplorava la strategia della fornitura di armi all’Ucraina, centellinate in modo da arrivare ogni volta in ritardo sulla bisogna (di questa arringa di Kasparov conservo almeno la dichiarazione di fede: “Io credo nelle coincidenze, ma credo anche nel Kgb”). 

L’Ucraina è arrivata a un punto critico. In superficie, passa per il diverbio sullo “stallo” – lo “stalemate”, un termine degli scacchi, guarda caso. Il comandante in capo, Valerij Zaluzhny, l’ha dichiarato in un’intervista all’Economist. Zelensky – cui un rumoroso servizio su Time magazine fa dire: “Nessuno /al mondo/ crede nella nostra vittoria come ci credo io, nessuno” – l’ha smentito: “Non è uno stallo”, e i suoi hanno deplorato che Zaluzhny abbia parlato pubblicamente della situazione “al fronte”.

La divergenza avrebbe potuto avvenire a parti invertite, Zelensky che nomina lo stallo e Zaluzhny che lo contraddice. Il problema sta nella divergenza, che da sempre corre sottopelle fra i due uomini più prestigiosi di una vita pubblica ucraina che non ne ha tanti, col militare che deve al presidente la sua nomina, ma ha tenuto alla propria aura di indipendenza. L’altro ieri Zelensky aveva dimesso – “su richiesta del ministro della Difesa”, come vuole la regola, il comandante delle Operazioni speciali, incarico dei più delicati. Il sostituito è il generale Viktor Khorenko, il più fidato vice di Zaluzhny. Com’era successo con il precedente ministro della Difesa, gli alleati militari americani si sono dichiarati sorpresi per la rimozione di un comandante di cui avevano la migliore stima. Il viavai di dirigenti civili e militari è stato ininterrotto, ed è diventato una vera sarabanda nell’ultima fase: sorprendente, si direbbe, nel mezzo di una guerra, in realtà abbastanza tipico delle guerre, soprattutto quando si fanno lunghe e logoranti (l’Italia della Prima guerra è un esempio). I licenziamenti di responsabili civili di ogni rango sono soprattutto un tributo alla richiesta europea di debellare la corruzione endemica (quasi quanto in Russia).

L’avvicendamento dei militari ha soprattutto a che fare con successi e fallimenti delle operazioni – e anche in questo i russi li surclassano. Ma soprattutto la corruzione esaspera sempre più i cittadini e gli stessi soldati, e cresce la protesta contro i licenziamenti che non si traducono in vere punizioni e rischiano di lasciare intatte le cattive abitudini. La questione dei comitati responsabili del reclutamento è la più spinosa: si sono valutati “200 mila individui corrotti, e 50-60 mila nella sola Odessa”. La destituzione in blocco dei commissari non ha ridotto lo scandalo pubblico e le voci sul tariffario degli esoneri. Tanto più quando la quantità di morti e feriti (circolano incontrollate cifre spaventose) sommata all’emigrazione, incide sulla demografia, e trasforma sempre più la qualità volontaria del servizio militare in costrizione. L’eventualità che sia abbassata l’età del reclutamento – dunque al di sotto dei 18 anni, che già implica il divieto di uscire dal paese a 17 – aggrava questa preoccupazione. E’ stata appena presentata una legge che trasforma la leva obbligatoria in un servizio professionale, e contiene la frase: “Uomini e donne avranno pari opportunità nelle Forze Armate”: non so se costituisca un passo verso il superamento della distinzione che ha finora esonerato le donne dal reclutamento, salvo il volontariato. 

 

Naturalmente, crisi internazionale e interna eccitano le rivalità e le ambizioni politiche. L’attore più vistoso – letteralmente, è un attore come Zelensky, “l’attore spia”, per i servizi che lo tengono d’occhio – è Oleksiy Arestovych (1945), l’ex consigliere “per la Sicurezza!” di Zelensky congedato nello scorso gennaio dopo aver attribuito al fuoco amico ucraino la strage compiuta da un missile russo in un caseggiato di Dnipro (è l’Arestovych di cui avete notato qui l’invito di Limes). Titolare di una spettacolosa impudenza, Arestovych ha deciso prudentemente di andare all’estero, “in esilio politico”, e intanto di presentare la sua candidatura ufficiale alla presidenza dell’Ucraina. Dopo aver dichiarato che bisogna fermare la guerra lasciando alla Russia i territori occupati, salve discussioni future. Un esempio della sua campagna: “Vi domando, imbecilli! Se non votate per me, chi starà peggio? Usate quella vostra stupida testa, dannazione. Io me ne starò seduto su uno yacht quando la guerra finirà, nel Pacifico, mangiando aragoste e guidando seminari di studio. Che cosa sarà di voi se non mi votate?”.

 

La stragrande maggioranza delle persone comuni e degli osservatori è persuasa che l’elezione presidenziale non si debba né si possa tenere nella attuale condizione – territori occupati, bombardamenti, milioni di sfollati… Negli ultimi giorni Zelensky dà segno di volerla prendere in considerazione, per il marzo prossimo. Se facesse sul serio, mostrerebbe una preoccupazione circa la propria posizione, e il proposito di anticipare il confronto finché la sua autorità è ancora largamente maggioritaria. Forse la stessa assiduità e fermezza di Ursula von der Leyen, che ha appena visitato per la terza volta Kyiv e insistito sulla prossimità dell’ingresso ucraino nell’Unione – entro due anni, si dice – ha, oltre alla convinzione, un legame col suo futuro politico. 

 

Zelensky ha voluto ribadire l’impossibilità di interloquire col terrorista Putin, mentre corrono notizie su raccomandazioni alleate, specialmente nel cosiddetto formato di Ramstein, di considerare il negoziato. Zelensky dà l’impressione di non volere e forse non saper derogare alla linea del “non mollare”, e al suo straordinario ruolo al momento dell’invasione – più di venti mesi fa. Gli dà ragione il fatto che Putin ha oggi dalla sua (salvo che la Russia profonda, dei boiardi o della gente, abbia una miracolosa resurrezione) il tempo, immune com’è dalle elezioni che incombono sull’“occidente”, e più concretamente sugli Stati Uniti, e ringalluzzito com’è dalla combutta con Pyongyang, Teheran, Hamas, e il protettorato cinese. Ma Zelensky – “è trascorso molto tempo, la gente è stanca, e si capisce... Dobbiamo preservare la nostra indipendenza. La leadership ucraina è consapevole delle discussioni che attraversano la società, e i cambiamenti necessari verranno adottati”… – mostra anche di sentire la stanchezza che più conta, la stanchezza della gente ucraina. Se fosse quella a decidere, può darsi che, secondo l’apparente paradosso consolidato dai fatti, la responsabilità del negoziato, una mossa del cavallo, si adatti più ai capi militari che ai civili (oltretutto, fra gli ucraini la fiducia nei militari è molto più alta, Zelensky a parte, di quella nella leadership politica). Forse il dissenso fra Zelensky e Zaluzhny ne è un’avvisaglia. E forse il generale Zaluzhny è oggi più “all’orecchio” degli alleati che contano di quanto non sia il presidente. Il quale si chiederà se il destino di Winston Churchill non voglia arrivare prima, dolorosamente, per lui.    

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