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Che vuol dire “tener duro” a Kyiv mentre il tempo logora l'abnegazione

Adriano Sofri

Se si vuole continuare a fondarsi sulla propria buona ragione e sul consenso delle persone alla causa comune, è auspicabile che nessuno, da Zelensky in giù, si senta prigioniero delle parole già dette e del sangue già versato

Per continuare a stare fermamente dalla parte dell’Ucraina, e contro la Russia di Putin, conviene mostrarsi ottimisti? Penso soprattutto che convenga considerare più attentamente e francamente il fattore tempo, e la sua influenza sulle forze in campo. Bastarono pochi giorni, nel febbraio del 2022, a decidere il fallimento dell’invasione russa e l’inattesa rivelazione di una resistenza ucraina strenua ed efficace. Due giorni fa, dimettendo il ministro della Difesa, Oleksyi Reznikov, il presidente Zelensky ha laconicamente dichiarato: “Ha vissuto più di 550 giorni di guerra su larga scala. Credo che il ministero abbia bisogno di nuovi approcci e di altre forme di interazione sia con i militari che con la società”. Non ha nominato di nuovo gli scandali che hanno riguardato il ministero e che sono stati costantemente denunciati dalla stampa ucraina – il prezzo di un uovo alle truppe triplicato rispetto a quello delle ordinarie botteghe, l’uniforme estiva passata per invernale… – e che non hanno riguardato il ministro se non per una specie di culpa in vigilando. Per quelle truffe, particolarmente odiose perché perpetrate sulla pelle dei combattenti, la carica di Reznikov, ministro dal 2021, aveva traballato a lungo, arrivando nel febbraio scorso all’annuncio ufficiale del congedo, poi rettificato. (Il suo successore, Rustem Umerov, è un tataro di Crimea, e l’Ucraina ha così un presidente di origine ebraica e un ministro della difesa di origine musulmana).

Reznikov era durato grazie alla sua riconosciuta abilità nei rapporti con gli alleati maggiori, e in particolare coi responsabili della Nato e della difesa americana e britannica. Ma quel paio di frasi di Zelensky possono essere riferite all’intero gruppo dirigente ucraino, e a lui stesso. Lui stesso “ha vissuto 555 giorni di guerra su larga scala”, e lui stesso “ha bisogno di nuovi approcci e altre forme di interazione sia con i militari che con la società”. Zelensky e gli uomini e le donne che con lui guidano l’Ucraina sono i primi a dover fare i conti col tempo, dal momento che la loro strenua determinazione alla resistenza, tanto largamente condivisa e pretesa dalla gran maggioranza della popolazione, non poteva prevedere una così lunga durata. Tanto meno l’avevano prevista i suoi decisivi alleati. Ma il tempo è la chiave decisiva di ogni guerra. Tener duro è una premessa morale, non una strategia. L’indignazione per la truffa sulle uniformi leggere pagate per invernali prende un colore più cupo alla vigilia di un terzo inverno.

Ieri le fonti ufficiali ucraine davano notizia di ulteriori cambiamenti nella questione cruciale delle regole del reclutamento. (Come si sa, tutti i responsabili del reclutamento nei distretti provinciali sono stati destituiti e sostituiti da veterani). Un disegno di legge intende cancellare l’esonero dal servizio per gli studenti universitari sopra i 30 anni, iscritti per ottenere nuove lauree o specializzazioni. Il presentatore, a nome del partito del presidente, calcola che gli studenti sopra i 25 anni erano tra il 2019 e il 2021 circa 40 mila. Nel 2022, cioè dopo l’inizio della guerra, erano diventati 106 mila: un incremento che sembra documentare il proposito di evitare la mobilitazione. “60 mila uomini si sono valsi di questa opportunità legale per sfuggire all’arruolamento”.

Un’altra modifica riguarda la casistica degli esoneri dal servizio militare per ragioni di salute. Nella lista modificata, “da ora in avanti gli uomini affetti da tubercolosi clinicamente curata, epatite virale, malattie del sangue a progressione lenta, malattie della tiroide con lievi disturbi funzionali, positivi all’HIV ma senza sintomi, sono considerati idonei al servizio militare”.

Le regole per l’arruolamento prevedono quattro livelli successivi, arrivati finora al secondo. Quello finale implica che tutti gli uomini, senza deroghe, vengano mobilitati. “Esso dipende da quanto sarà lunga questa guerra, e quante risorse saranno messe in campo dalla Russia”.  

Appunto: quanto durerà questa guerra. Si sottolinea la differenza quantitativa, enorme, fra la popolazione della Federazione russa e la sua capacità di reclutamento, e la popolazione ucraina, oltretutto così pesantemente ridotta dalle perdite e dai milioni di espatrii. Ma c’è una differenza che conta almeno altrettanto, e anzi in prospettiva di più, e riguarda la questione dell’autocrazia e della democrazia. La difesa ucraina si è nutrita nella prima risposta e ancora a lungo di una spinta volontaria, di un’adesione che era nel senso più largo politica ma coinvolgeva anche una dedizione personale (di uomini e anche di donne). Il tempo è destinato inevitabilmente a logorare l’abnegazione: è una facile deduzione, e una constatazione dei fatti. Non significa smettere di “tener duro”; piuttosto, chiedersi e chiedere pubblicamente che cosa voglia dire “tener duro”, e fare i conti col tempo che passa. Significa i “nuovi approcci e nuove forme di interazione con i militari e la società”. Se si vuole continuare a fondarsi sulla propria buona ragione e sul consenso delle persone alla causa comune, è auspicabile che nessuno, da Zelensky in giù, dalla vecchietta di Kherson in su, si senta prigioniero delle parole già dette e del sangue già versato. Ci sono guerre in cui il valor militare finisce per dipendere da quello civile, e la difesa ucraina è questo: finché ce la fa, finché l’aiutiamo a farcela, e finché ce ne facciamo aiutare.

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