Il guappo di cartone con l'appello alla piazza entra nella categoria dell'eversione

Adriano Sofri

Uno scenario a mo’ di ginnastica politica, in attesa di oggi

Scrivo lunedì, quindi superfluamente, perché tutto o quasi tutto succederà martedì, quando, quei quattordici voi, mi leggerete. Dunque posso fare un esercizio gratuito, una ginnastica morbida, per far passare la nottata. Tema: le piazze. Tutti i giornali di lunedì infatti riferiscono marginalmente le numerose evocazioni della piazza da parte di Salvini. Il Giornale, il cui direttore era in Versilia con Salvini, intitola senz’altro a piena pagina “Salvini chiama le piazze”. Qua e là la convocazione delle piazze viene accompagnata dall’avverbio pacificamente, qualche volta no. A volte il complemento oggetto delle piazze chiamate a difendere è la democrazia, altre volte, più spesso, è lui Salvini: “Mi difenderete voi”. Voi, “60 milioni di italiani”. Ridicolo, naturalmente. Tant’è vero che, salvi i miei difetti di lettore, l’affare delle piazze non ha ricevuto una particolare attenzione. Eppure ha un suo interesse, almeno teorico, no? Uno che fra le sue incombenze ha quella di ministro dell’Interno e, mentre proclama di non volerla lasciare, fa un preappello alla piazza, entra di diritto nella categoria dell’eversione. Salvini ha mostrato ad abbondanza di spingere la propria cialtroneria fino alla disperazione: le sue mosse successive all’8 agosto sono state quelle di una mosca nel bicchiere. Facciamo il caso che la disperazione, che un discorso puntiglioso di Conte al Senato saprà esasperare, spinga davvero Salvini a “chiamare le piazze”: che scenario si può immaginare? La risposta ultima è certa: Salvini stesso ne sarebbe spazzato via senza rimedio. A quale costo, con quale itinerario intermedio?

 

Salvini può contare sui fascisti organizzati, i quali del resto contano su lui. Migliori di lui, o meno peggiori, del resto, perché il loro fascismo è fanatico e dichiarato, mentre quello di Salvini è strumentale, ignorante e demagogico. I fascisti organizzati – non importa qui elencarne le sigle e le differenze – hanno sperimentato di non avere un futuro parlamentare nemmeno decentemente minoritario, perché quell’erba gliela tolgono sotto i piedi Salvini e gli emuli fratelli d’Italia, e l’hanno annunciato ufficialmente. Che cosa resta loro? L’azione “sociale”, “nel territorio”, certo: questo fascismo coltiva il connotato “sociale” insieme a quello liturgico, gagliardetti motti reparti (squadre, squadre) offerto soprattutto ai giovanissimi. In tempi d’ordine. Ma resta loro un ruolo diverso quando i tempi diventino di disordine: allora possono sperare, e contare, di far da servizio d’ordine, passi il gioco di parole, della piazza convocata a far fallire cose come una nuova maggioranza parlamentare o una misura giudiziaria a carico di Salvini, le due minacce che ha esplicitamente evocato. I fascisti organizzati devono sentirsi appunto come una permanente riserva paramilitare rispetto a una eventuale emergenza civile, la loro occasione. Sarebbe far torto al loro fanatismo immaginarli diversamente di così.

 

Ma Salvini e la sua buffa dichiarazione di voler restare al Viminale – dove non va mai, certo, ma non sarebbe più tempo di battute – fa un certo affidamento anche sulle forze dell’ordine, che ha mostrato di considerare ai suoi ordini. Lui è, oltre che cialtrone, ottuso, e gli scorsi giorni saranno ricordati come un campionario di ottusità senza precedenti. Ed è molto difficile immaginare militari, soprattutto marinai, e guardia costiera tentati da avventure di piazza: devono averne avuto abbastanza di quelle d’acqua. Ma interdetto e divisioni che attraverserebbero le polizie di fronte al loro ministro che convoca le piazze sono piuttosto verosimili.

 

Poi c’è il popolo: e se non il popolo italiano, altra cosa, il popolo dei selfie. Qui è difficilissimo figurarsi quanta parte di quel popolo andrebbe davvero nelle piazze, o, come ho immaginato dall’inizio di questa farsa, quanta parte si sbrigherebbe a lastricare piazza Venezia di selfie buttati via come le cimici dal bavero in un altro 26 luglio. Il mio amico Gregorio ha asciuttamente definito la buffonesca crisi suscitata da Salvini, pentimento compreso, “l’eterogenesi dei selfie”. E’ comunque molto probabile che Salvini, come ogni pallone gonfiato, e tanto più come ogni pallone sgonfiato, creda davvero che il popolo, i 60 milioni di “suoi figli” – Dio lo perdoni – coincida con il suo Facebook e coi suoi selfisti. E li mandi, i più fanatici e i più ingenui di loro, allo sbaraglio. Un nuovo episodio della leggendaria creatività italiana: i gilet gialli che abbattono il portone del palazzo con la ruspa del ministro dell’Interno.

 

L’ho detto: un tale scenario finirebbe con la cancellazione di Salvini da ogni pubblica dignità. Renderebbe probabile la galera che Roberto Saviano ha intravisto nel suo futuro. Non dubiterei di questo. L’Italia antifascista del luglio ’60 è lontanissima, lontani i portuali di Genova e le magliette a strisce. Ma Tambroni era il presidente del Consiglio che sfidava con la sua spregiudicata, disperata maggioranza parlamentare, il popolo e le sue piazze. Salvini è un ministro dell’Interno sfiduciato, prima di tutto da se stesso, che pretende di muovere le piazze contro il popolo, la sua gran parte, e contro il governo e lo Stato. Troppo, per un buffone che si è rivelato tale senza riserve, un guappo di cartone nudo. Una cosa potrebbe ottenere, se in lui sulla meschinità, il mio telefono è sempre acceso, prevalesse l’imbecillità, alle piazze! – di fare molto male, di farsi molto male.

Ma tutto questo è pura ginnastica retorica della vigilia di un pacato esito parlamentare della crisi. Nessuno, quando scrivo, lunedì, ha perso tempo a immaginare cose così spinte. Non c’è problema, non dev’esserci problema. Fa anche caldo.

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