Salvini non va in Parlamento perché ha molto da fare

Adriano Sofri

Il ministro dell'Interno è troppo impegnato a rilanciare flat tax, sgomberi e censimenti di rom (per cui non viene pagato)

Dice Salvini che non andrà in Parlamento “a parlare di soldi che non ho preso”. Bene: ammettiamo che non abbia preso soldi. Anche Salvini può dire una cosa vera, o mezza vera, una volta ogni tanto. Ma in Parlamento dovrebbe andare per parecchie altre ragioni. Intanto, ad ascoltare le domande degli altri e provare a rispondere: si chiama così perché parlano tutti, non solo lui. Poi, che non abbia preso soldi – vedremo – non vuol dire che non li abbia chiesti, attraverso i suoi fidi. Non vuol dire nemmeno che non abbia saputo che i suoi fidi li stavano chiedendo. Ancora: se non avesse provato, lui e loro, a vendere l’Italia (che Salvini tratta come un suo appannaggio personale, popolo Colosseo e tutto) avrebbe comunque manifestato una sentita propensione a regalarla. Ce n’è più che abbastanza.

 

Salvini non va in Parlamento perché ha molto da fare. Riceve carrette di rappresentanti della società, che a loro volta non hanno di meglio da fare, va a Spoleto a prendere applausi e, ancora troppo pochi, fischi, rilancia flat tax, sgomberi di poveri cristi e censimento di rom, raccomanda il destino dei cani di Mineo, posta un video su due bambini uccisi da uno scellerato della strada e li chiama “due angeli”, Dio lo perdoni, o magari no. Scarica e ricarica quel disgraziato di Savoini, del quale abbiamo appreso, nella universale naturalezza, che nel giro lo chiamavano affettuosamente “il nazista”, come si direbbe, non so, tennista, estetista, anabattista. Il contesto paranazista e parafascista di Salvini mi fa venire in mente una storiella antica. Uno entra in un bar e ordina un caffè. Il barista glielo fa: “Ecco il suo caffè, signor pompiere”. “Come fa a indovinare che sono un pompiere?” “Mah, non so, l’espressione, lo sguardo, l’elmetto da pompiere, la divisa da pompiere, la scala, l’idrante…”.