Movimento 5 Russia

Nicola Biondo

I rapporti del M5s con Mosca sono più lontani nel tempo di quelli leghisti e anche meno trasparenti

Milano. Se davvero ci sia stato un passaggio di denaro tra il regime di Mosca e la Lega lo dirà la procura di Milano che da mesi indaga sull’ipotesi di una presunta corruzione tra l’esponente leghista Savoini e il regime di Mosca. Quello che appare bizzarro è che l’alleato di governo di Salvini chieda chiarezza sull’intera vicenda. Bizzarro per almeno due motivi. I rapporti del M5s con Mosca sono più lontani nel tempo di quelli leghisti e molto meno trasparenti. Fu la casa madre di Milano – il sistema Casaleggio – a imprimere la più incredibile e mai spiegata giravolta del Movimento proprio su Putin.

 

Fino al marzo 2014 il Movimento ne era fiero avversario. Dopo anni di accuse durissime, Beppe Grillo (leggi G. Casaleggio) in tv ribaltò tutto: Mosca diventava la Mecca. Da allora non si contano gli endorsement, la grancassa social e parlamentare che si abbeverava all’industria delle fake news moscovita. Esilarante la scena della deputata Marta Grande che mostra a Montecitorio le foto di soldati ucraini che banchettavano con carne umana, nel corso della guerra con la Russia. Ma erano tratte da un film, era uno dei tanti spin delle troll factory di Putin che il Movimento e la sua comunicazione, ossia Casaleggio, hanno cavalcato.

 

Poi dal 2016 iniziarono i veri strusci. Prima gli inviti all’ambasciata di Roma, per Grillo e Di Battista (che frequentava anche improbabili, per lui, simposi culturali russi grazie alla fidanzata moldava). Poi gli inviti al congresso del partito putiniano, dove il M5s interviene, unico allora nel panorama europeo. Trump ancora non era assiso nello Studio ovale a twittare quando l’ambasciata americana a Roma avvertiva lo stato maggiore a cinque stelle su quella strana liaison. Poi fu tutta discesa. Alla conferenza stampa del marzo 2017 che magnificava l’accordo tra Putin e Lega, Sergej Železnjak, l’uomo che gestisce il rapporto con i partiti “fratelli”, propose platealmente un accordo anche al Movimento: “Abbiamo familiarità con i Cinque stelle, ed è in corso un dialogo attivo con i loro rappresentanti. Ma la firma dell’accordo tra noi sarà possibile solo nel momento in cui loro saranno pronti. Noi lo siamo”. Dal partito della trasparenza nemmeno una parola, né di rifiuto né di accettazione.

 

Davide Casaleggio e Sergej Železnjak hanno non poco in comune, carriere che viaggiano in parallelo: entrambi, prima di entrare in politica, si occupano di media e web, il russo con un colosso, News Outdoor Russia. Ma anche amicizie in comune, quella con i brexiters, di casa nel sistema Casaleggio, che stravedono per la propaganda russa e con l’Ukip di Farage, grande fan di Putin e ovviamente di Bannon. Se mai c’è stato – ipotesi che al momento è priva di riscontri – l’incontro fra i due dev’essere stato interessante. L’accordo con la Lega prevedeva la “cooperazione in materie come la sicurezza, la difesa dei valori tradizionali, la futura cooperazione economica tra Italia e Russia, la fine delle sanzioni…”. Pressoché uguale a quello firmato con i lepenisti francesi.

 

Nell’estate del 2017 la storia dei rapporti tra Mosca e il Movimento finì in un lungo report degli apparati di sicurezza italiani. Sotto i riflettori i contatti con il partito di Putin, con l’ambasciata russa di Roma e quella del Venezuela di Maduro, gli incontri con Sergej Železnjak ma anche la liaison con Nigel Farage e una web society italiana che ha legami con Praga – oggi crocevia della cyberguerra tra est e ovest. In realtà la velina realizzata dagli analisti del Dis a Palazzo Chigi ha un carattere fortemente politico e risponde a una cautela assai diplomatica, in un momento in cui montava la polemica sul Russiagate americano e sulle fake news: “Non puntare il dito su nessuno, non sollevare il caso”. Ci sono due versioni che le fonti di intelligence danno dell’inchiesta sulla galassia a cinque stelle. La prima è minimal: “Abbiamo visto dentro la Casaleggio, sono quattro ragazzi con quattro computer sempre accesi”. La seconda è più complessa: “I vertici degli apparati hanno deciso di tacere, di minimizzare. Non vogliono entrare a piedi uniti nel dibattito politico, ci sono molti motivi anche economici per non farlo, non ci possiamo permettere di entrare in rotta di collisione con Mosca. Roma non è Washington e noi non siamo l’Fbi”. Nell’attesa che l’indagine milanese ci dica se quei rubli sono finiti alla Lega, il capo del M5s potrebbe dare un contributo alla trasparenza: rivelare la lista dei suoi clienti, in modo da capire, con onestà, se esiste o no qualcuno che ha la capacità di influenzare il partito che governa l’Italia.