Una spy-story accende una miccia corta fra i piedi di Europa e Turchia

Tra Parigi e il Kurdistan iracheno c'è un filo, che passa dall'uccisione di tre donne curde nel 2013 

Una spy-story accende una miccia corta fra i piedi di Europa e Turchia

La manifestazione di sabato scorso a Parigi in memoria delle tre donne curde assassinate nel 2013. Foto LaPresse/AFP

Ecco una spy-story formidabile, che per giunta è vera e ha acceso da ieri una miccia corta fra i piedi della Francia, dell’Europa e della giustizia penale internazionale nei loro rapporti con la Turchia di Erdogan. C’è un antefatto tragico: nel gennaio del 2013 vengono assassinate a Parigi tre donne militanti curde, Sakine Cansiz, 55 anni, Fidan Dogan, 32, Leyla Soylemez, 24. Sakine era stata fra i fondatori, nel 1978, del PKK, il Partito curdo dei lavoratori che ha Abdullah “Apo” Öcalan come leader, era stata in prigione per anni e torturata. Viene arrestato solo un cittadino turco, Omer Guney, che muore misteriosamente in galera nel dicembre 2016, alla vigilia del processo. All’epoca, Erdogan aveva parlato di un regolamento di conti nel PKK. Altri sospettarono i Lupi grigi, interessati a sabotare il dialogo fra governo e Öcalan allora avviato.

   

3 agosto 2017. Il vicecapo del Mit, il servizio segreto turco, Erhan Pekcetin, e il responsabile dello stesso Mit per la lotta al PKK, Aydin Gunel, partono in incognito, muniti di documenti diplomatici, alla volta di Suleimanyah, nel Kurdistan iracheno. Dopo vent’anni di anzianità nello spionaggio sono trepidanti per l’imminenza di quello che sarà ricordato come il colpo più grosso della agenzia dopo la cattura di Öcalan in Kenya nel 1999. Ora è la volta del leader del PKK nella sua ridotta sui monti di Qandil, in territorio curdo-iracheno al confine con la Turchia, il sessantenne Cemil Bayik. Prima dei due è arrivata una squadra speciale incaricata dell’esecuzione, è pronto un elicottero: dovranno catturare Bayik o, se la cosa si mostrasse complicata, ucciderlo. Poi torneranno a Ankara pieni di gloria. L’operazione è stata ordinata dal capo del Mit, Hakan Fidan, in nome del presidente Erdogan. Il merito dell’operazione, preparata da mesi, è di uno dei più preziosi loro agenti, il cui doppio gioco presso il PKK ha già procurato al Mit un bottino di successi. L’agente ha saputo che Bayik va a curarsi in segreto a Suleimanyah dei suoi gravi malanni alla schiena, accompagnato da una scorta minima. Il PKK ha rapporti tesissimi col PDK, il partito curdo egemone a Erbil e Duhok, e ha invece rapporti migliori col PUK, il partito che controlla Suleimanyah. La grande città espone agli imprevisti, meglio intervenire, suggerisce l’agente, a mezza strada fra la montagna e Suleimanyah, all’ingresso di Dukan. Dukan è una cittadina rinomata per le vacanze e i finesettimana dei curdi: ha un lago, il più grande del Kurdistan, e sparpaglia lungo le rive del fiume ritrovi per le famiglie. Ha anche un resort ricercato. Il 15 ottobre scorso si ritrovarono là i capi curdi, i Barzani di Erbil e i Talabani di Suleimanyah, per concordare la resistenza all’invasione di Bagdad: si lasciarono abbracciandosi, molti avevano già in tasca la moneta del tradimento che avrebbero consumato fra una notte. Il 3 agosto tutto è tranquillo per i capi dello spionaggio turco che godono il fresco di Dukan mentre attorno si toccano i 50 gradi. Un po’ prima dell’ora fissata la porta della stanza in cui i due aspettano con l’organizzatore del colpo si spalanca, e compaiono uomini armati che li prelevano con calma; al loro seguito un cameraman riprende la scena. Un’ora dopo sono al sicuro, per così dire, in qualche grotta dei monti Qandil: i topi del PKK hanno mangiato i gatti, senza colpo ferire, e decapitato l’intelligence turca. L’agente cui si doveva il piano smette di fare il doppio gioco per tornare ai suoi veri compagni. Preparare l’impresa è costato al PKK il sacrificio di persone e risorse quanto occorreva per cattivargli la fiducia dei capi del Mit. Non sapremo mai quanto alto sia stato il costo. Ma ora ha in mano un tesoro. Non lo sbandiera: non vuole imbarazzare il PUK, dirà.

    

Ankara trema. Il suo ministro degli esteri, Cavusoglu, va a Erbil, incontra i capi del Pdk e del Puk, chiede che intervengano a negoziare. Ci proveranno, dicono. Ci abbiamo provato, diranno poi, ma non c’è niente da fare. Il PKK non vuol sentir parlare né di denaro né di scambi di prigionieri. Il governo turco chiede anche all’Iran, che ha un’influenza su Suleimanyah e, si crede, sullo stesso PKK: anche gli iraniani trovano le porte chiuse. Il governo turco espelle per ritorsione il rappresentante del PUK in Turchia, un signore che si godeva quell’incarico da una ventina d’anni e si dimostra piuttosto irritato. Il fatto è che il PKK ha preparato da lontano e attuato il suo capolavoro con un fine preciso e non trattabile. Nemmeno con la liberazione di Öcalan? Quella non si può neanche nominare, non lo fanno né gli uni né gli altri. Ma soldi sì, tantissimi, e armi, e scarcerazioni. Il PKK vuole solo portare il regime turco davanti alla giustizia internazionale con le prove di una serie di crimini, e di uno soprattutto: l’assassinio delle tre donne a Parigi.

    

La vicenda si è protratta per cinque mesi, nei quali era il PKK a giocare come il gatto col topo. E’ facile immaginare che il Mit non abbia più segreti. Pochi giorni fa il PKK ha rotto gli indugi e reso pubblico il filmato della cattura dei due. Sabato a Parigi, all’indomani della visita di Erdogan, c’è stata una manifestazione curda nel nome delle tre donne assassinate. Mercoledì il PKK ha pubblicato il contenuto della dichiarazione di Pekcetin: la missione assassina di Parigi doveva essere ordinata da Fidan, il capo del Mit, ma quest’ultimo non l’avrebbe fatto senza consultare Erdogan, date le conseguenze internazionali prevedibili. Pekcetin non dice di saperlo, ma di ritenerlo ovvio: “Non credo che potesse deciderlo da solo, credo che abbia chiesto al presidente”. Comunque, che valore hanno rivelazioni ottenute in quella cattività? Forse però i carcerieri pensano di farle ripetere in un tribunale europeo.

   

Intanto, pochi giorni fa, il ministro degli esteri turco aveva piuttosto inopinatamente detto in un’intervista che il governo era disposto a riprendere il dialogo col PKK se questo avesse deposto le armi. La cosa aveva fatto scalpore solo fra i più attenti. C’era stata una tregua di anni, dal 2012 al luglio 2015, fra governo turco e PKK, auspicata da Öcalan nell’ergastolo dell’isola di Imrali, e nel suo corso era emerso un partito curdo con un programma interetnico e parlamentare, l’HDP di Selahattin Demirtaş, che aveva ottenuto un vistoso successo elettorale. Poco dopo la tregua era saltata: premeva l’avanzata curda nel Rojava siriano, legata al PKK, la volontà di Erdogan di rimediare allo scacco elettorale con nuove elezioni anticipate, probabilmente anche una diffidenza di veterani del PKK di fronte al parlamentarismo del HDP. Si tornò alla guerra civile: da allora i morti sono stati alcune migliaia, dalle due parti. Non passa giorno che l’aviazione turca non bombardi i territori dell’esilio armato del PKK in Kurdistan – ha cominciato a farlo anche l’Iran contro i propri curdi fuorusciti nel Kurdistan iracheno. La sortita turca sulla possibile ripresa del dialogo ha sollevato la furia dei nazionalisti e indotto il ministro a retrocedere. Questo il quadro. Gli americani non hanno ancora deciso che cosa fare col PYD, i curdi siriani che sono stati la loro forza sul campo: abbandonati loro, gli Stati Uniti sarebbero del tutto fuori dalla Siria. Però continuano a dichiarare terrorista il PKK, come fa l’Europa. Ma l’Europa, e la Francia, e un po’ tutti, devono decidere che cosa fare di una denuncia come quella che arriva da qualche caverna dei monti Qandil e riguarda l’uccisione in una magnifica capitale europea di tre donne. In questi mesi a quanto pare il PKK ha anche arrestato più di un centinaio di personaggi turchi con un grosso peso sia nel traffico di droga fra Turchia e Iran che nella collaborazione con lo spionaggio turco. E’ un altro ambito in cui responsabilità indicibili quanto notorie possono fatte valere nella guerra delle propagande. Sarebbe bello che il grande intrigo aprisse la strada a un qualche disarmo: è probabile il contrario. Ma almeno vengano prese in conto le verità, una volta che siano scoperte.

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