Erdogan come una mosca nel bicchiere

La Turchia su gioca la carta dell'islam sunnita in contrapposizione a quello di Riad

Erdogan come una mosca nel bicchiere

Se l’Iran è quello che ha vinto di più (finora) nel mattatoio siriano e nella guerra all’Isis, la Turchia è quella che (finora) ha perso di più. Ora Erdogan dà l’impressione di muoversi come una mosca nel bicchiere. Dopo essersi rassegnato a fare da ruota di scorta di un’alleanza internazionale russo-iraniana e sciita cui non appartiene né nazionalmente né religiosamente (settariamente), sta ora ritentando la carta dell’islam sunnita, in concorrenza con l’islam arabo-sunnita di Riyadh. Questo lo porta a esasperare la denuncia della perversione occidentale (e le misure interne di repressione delle “deviazioni” sessuali) e della “sporca” cospirazione dell’America e dei suoi alleati che spingono nel medio oriente i loro peggiori criminali.

 

Nella sua denuncia di “islamofobia, neonazismo e razzismo”, Erdogan mette assieme Stato Islamico, al-Qaeda, Boko Haram, curdi di Siria e di Turchia (Ypg e Pkk), e seguaci del suo ex-tutore e partner Fethullah Gulen. Pronunciando la sua arringa all’Organizzazione della Cooperazione Islamica Erdogan ha accusato in generale il piano di divisione dell’islam. Ma parlava ai sunniti, prima che di Siria, dove la disfatta del suo disegno originario è senza riserve, dell’Iraq, dove il peso della barbarie dell’Isis e la sconfitta curda hanno lasciato i sunniti senza difesa di fronte all’invadenza sciita. Ieri un personaggio iracheno messo al bando da Baghdad e interamente al servizio di Ankara, l’ex governatore di Mosul (prima dell’invasione dell’Isis) al-Nujaifi, ha detto da Istanbul che Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar sono pronti a rinunciare alle divergenze sull’Iraq per promuovere un’unione sunnita.

 

Nujaifi, quel che è più interessante, ha suggerito che le elezioni politiche irachene, previste per maggio, siano rinviate per sventare la prepotenza attuale dell’oltranzismo sciita di Maliki, Ameri e al-Muhandis (l’ex primo ministro e i due capi delle milizie sciite filoiraniane Hashd al-Shaabi). Alla scadenza di maggio sono subordinati molti giochi diplomatici e militari, compreso quello degli Stati Uniti e del rappresentante presidenziale nella coalizione, McGurk, di appoggiare il loro candidato Abadi, attuale primo ministro, fino al punto di favorire la consegna a Baghdad, e di fatto a Teheran, di Kirkuk e degli altri territori curdi disputati, e l’abbandono dell’intero Kurdistan, il loro elogiato scarpone sul terreno. Nella partita a perdere, la Turchia, altro che ottomana, ha intanto perduto la sua fornitura di petrolio, anche questa a vantaggio dell’Iran. In cambio della fotografia ricordo di Sochi: Rohani, Putin ed Erdogan.

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