In Kurdistan si apre anche il fronte delle proteste contro il governo

Due morti nelle manifestazioni antigovernative contro il taglio dei salari e la corruzione pubblica universalmente denunciata e perfino ammessa. La vicinanza tra chi protesta e i peshmerga mandati a reprimerli allarma i partiti

21 Dicembre 2017 alle 06:00

In Kurdistan si apre anche il fronte delle proteste contro il governo

Iraq, Kurdistan, manifestanti incendiano sede Puk a Sulaymaniyya (foto LaPresse)

Il Kurdistan iracheno è teatro da lunedì di vaste manifestazioni antigovernative culminate finora nell’uccisione di 2 dimostranti e nel ferimento di 87 persone a Raniya. Raniya è una città di montagna con una popolazione vicina ai 250 mila abitanti, una storia famosa di insurrezioni contro il regime di Saddam, un gran numero di scuole e facoltà universitarie. Manifestazioni analoghe, concluse quasi sempre con l’assalto e l’incendio o la devastazione di sedi dei partiti, si sono tenute a Koya, altra città dalla forte tradizione politica con una sua università, a soli 56 km da Erbil ma nella provincia di Sulaimanyah, a Chamchamal e a Kifri, a est e a sud di Kirkuk, nelle strade di Sulaimanyah e nella provincia di Halabja, la città martire del genocidio coi gas del 1988, dove i movimenti islamisti hanno un più forte radicamento. In alcune città è in vigore il coprifuoco notturno.

 

Le proteste sono rivolte contro il taglio dei salari – da tempo dimezzati o peggio, e sottoposti ora a un’ulteriore riduzione, anche per i peshmerga – contro i disservizi, specialmente la fornitura elettrica pubblica, ridotta a poche ore al giorno in un inverno durissimo per chi non è in grado di pagarsi i generatori, e soprattutto al tema che riassume tutti, la corruzione dei partiti e del governo. La corruzione pubblica è universalmente denunciata e perfino ammessa, e tuttavia non ci sono segni, anche simbolici, di cambiamenti radicali nell’impiego delle risorse accumulate dentro e fuori del paese come imporrebbe la situazione di assedio e soffocamento internazionale in cui la regione si trova.

 

Gli assalti in alcune città hanno investito i partiti maggiori, il PDK di Barzani e il PUK già di Talabani, e anche il Gorran e l’islamico Komal, che si sono affrettati a uscire dall’alleanza di governo in cui erano appena stentatamente rientrati. La vera differenza fra i partiti-dinastie curdi sta nel fatto che PDK e PUK dispongono di loro forze armate, a differenza dai concorrenti politici. I peshmerga, le forze antiterrorismo, le polizie, sono il loro bastione tradizionale, anch’esso però minacciato dalla disgregazione politica, rovinosa nel PUK, e dalla crisi: a Chamchamal le manifestazioni di protesta che hanno anticipato quelle in corso avevano a protagonisti anche dei peshmerga.

 

E fra i giovani, specialmente studenti, che riempiono le manifestazioni, e la polizia e i peshmerga mandati a reprimerle corrono vincoli troppo stretti per non allarmare i partiti. Le autorità di Erbil e Suleimanyah hanno accusato di incitamento alla violenza il partito Newey Nwe, “Nuova generazione”, fondato contro il referendum per l’indipendenza con lo slogan “No, per ora”, da Shashwar Abdulwahid, un giovane e controverso uomo d’affari (controversi anche gli affari), proprietario della rete televisiva Nrt, ora ceduta per agire in politica e partecipare alle elezioni, poi rinviate sine die. La Nrt è stata chiusa violentemente martedì dalla sicurezza di Suleimanyah e Shashwar, che era a Bagdad, arrestato al ritorno a Suleimanyah. Il governo regionale deplora ovviamente la violenza e la strumentalizzazione della protesta, ed evoca la situazione di estremo rischio in cui avviene: il dimezzamento degli introiti, gli aeroporti chiusi, le manovre militari irachene a Makhmour (dove i peshmerga hanno appena respinto un nuovo assalto di miliziani dell’Isis, con morti da ambedue le parti).

 

Da parte sua il primo ministro iracheno Abadi proclama il suo dovere di tutelare i cittadini (curdi) iracheni e il loro diritto di manifestazione contro la repressione delle autorità curde, e ne denuncia la corruzione: caso esemplare di bue che dice cornuto all’asino. Questo fronte interno, sociale e politico, si aggiunge, com’era inevitabile, agli innumerevoli altri fronti aperti dentro e ai bordi del Kurdistan già mutilato dall’intervento iracheno-iraniano del 16 ottobre. A Tuz-Khurmatu, sud di Kirkuk, dove quell’intervento provocò assassinii di curdi e roghi e saccheggi di centinaia di case da parte delle milizie sciite Hashd al-Shaabi, si svolge una mezza guerra con molti attori, guerriglieri fuorusciti dalle file peshmerga, avanzi jihadisti, miliziani sciiti turcmeni e arabi, infiltrati iraniani, misteriosi movimenti di truppe della coalizione “americana”…

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Commenti all'articolo

  • kurdo1959

    21 Dicembre 2017 - 22:10

    Dietro tutto quello che sta succedendo nel Kurdistan dell'Iraq (Sud Kurdistan), ce lo zampino dell'Iran. I peshmerga non erano mandati per reprimere i manifestati ma per contrastare la presenza dei Pasdaran iraniani mandati degli Ayatollah per destabilizzare la regione del Kurdistan.

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