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Gli inizi dei romanzi: che gioco irresistibile e serissimo

Amarli, classificarli, rivalutarli. Da Manzoni a Moravia: gli incipit sono il “segnale di narratività”

24 Novembre 2018 alle 06:00

Gli inizi dei romanzi: che gioco irresistibile e serissimo

(Foto Pixabay)

Dico subito perché secondo me sono interessanti gli inizi dei romanzi. Anzitutto per ragioni estetiche. Non è detto che chi ben comincia sia a metà dell’opera, e troverete qui una sezione intitolata “Fahrenheit 451” (vi ricordate quell’infame rogo di libri raccontato da Ray Bradbury?) che raccoglie inizi che nessuno avrebbe mai dovuto scrivere. È divertente vedere come cadano in questa rete anche alcuni narratori grandissimi, con libri famosi, che poi si sono dimostrati migliori del loro inizio.

 

Umberto Eco, introduzione a “Incipit, 2001 modi per iniziare un romanzo” (Skira)

 

Il gioco degli incipit è irresistibile e molto serio. Giudicare o scegliere un libro dal suo inizio può essere un errore, e ci sono incipit magari non bellissimi a cui però ci si affeziona, e che sono inscindibili dal resto del libro. “Riandando agli anni lontani della sua giovinezza, sempre, finché visse Lida Mantovani ricordò con vivezza il momento del parto, e ancor più, i giorni che l’avevano immediatamente preceduto” è l’incipit di Dentro le mura di Giorgio Bassani, inserito negli inizi “da bruciare per questioni di principio”.

 

Io invece lo amo molto per la malinconia, per la sensazione che quella giovinezza sia sempre più lontana e sempre più rimpianta. Ma è questo il bello della classificazione degli incipit, e la preziosità di averne 2001 tutti in un solo libro: si può discutere, spostarli, rivalutarli, gettarli alle ortiche. Soprattutto: leggerli. Umberto Eco consiglia di correre nella sezione “Attacchi a sorpresa” per scoprire l’attacco di Ma cos’è questo amore? di Achille Campanile, e io ho ubbidito immediatamente. “Alle sette del mattino Carl’Alberto entrò nella stazione di Roma e gridò: ‘Facchino!’. 

 

Un facchino si voltò risentito.

 

‘Dice a me?’ fece. ‘Facchino sarà lei’”.

 

Controllate, sfogliate, saltate da un capitolo all’altro: ci sono quasi tutti gli incipit della nostra vita. In questo volume ripubblicato e aggiornato, a cura di Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, troviamo la fatica delle parole, la bellezza di quando sembrano facili, che bastava solo metterle in fila proprio in quel modo, che sono sempre state lì. “Ogni inzio è un arbitrio e una convenzione. Le storie non iniziano, sono sempre già iniziate da qualche altra parte e in qualche altro tempo. L’inizio, cioè, non è un attributo della storia, ma una precisa scelta di chi la racconta. La prima scelta di chi racconta”.

 

Stephen King ci pensa a letto, prima di addormentarsi: rigira quelle prime parole nella testa, per mesi o anni, finché non è felice di quello che ha. Philip Roth doveva scrivere a volte per sei mesi prima di avere una paragrafo, una frase, a volte anche solo un’espressione, che avesse un po’ di vita, e la ricopiava su un’unica pagina. “Se sono fortunato quello è l’inizio della pagina uno”.

 

Secondo Umberto Eco gli inizi sono il “segnale di narratività”. E a giudicare dal lavoro dei grandi scrittori su quelle pochissime righe, noi dobbiamo trattarli con grande cura. Imparare a riconoscerli, a ringraziare per il colpo di genio (“Chiamatemi Ismaele”, Herman Melville, Moby Dick, “Che fa qui, bambino?”, Elias Canetti, Auto da fé), a volte a perdonare quello che viene dopo. Questo libro di libri fa venire voglia di leggerne molti altri, che hanno inizi felici, che fanno venire, appunto, l’acquolina in bocca, come una tavola imbandita, come un antipasto carico di promesse.

 

Non solo, viene voglia di tornare da vecchi libri di cui non ci eravamo accorti che avessero incipit così irresistibili: “Entrò Carla; aveva indossato un vestito di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che facevano le calze intorno alle gambe” (Alberto Moravia, Gli indifferenti). E sempre e per sempre, lui: “Quel ramo del lago di Como”.

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