Il terzogenito, invece di distruggermi la vita, ne ha incollato i pezzi.(Foto Pixabay)

Il terzo figlio ha incollato i pezzi della vita

Arianna Giorgia Bonazzi*

I miei bambini mi hanno cresciuta, hanno ridefinito il peso delle cose. Non mi sono persa niente

C’è chi archivia i vestiti smessi dei figli in scatole con la scritta 6, 12 mesi. Io ho buttato via tutto in concitati traslochi, e la prova più tangibile che sono stata neomadre tanto tempo fa è una micro-maglietta datata che dice: they’re not my parents, I met them on Myspace. Dieci anni dopo, se consulto la mia ram personale alla ricerca dei primi dentini, ripesco più che altro la scoppiatissima ragazza alla pari di Portland che insegnò al piccolo a dire Obama, mentre io chattavo su Skype con uno studio grafico americano. Perciò, mentre le altre madri veterane organizzano scampagnate presso allevamenti di gatti, che poi adottano per risvegliare antiche emozioni, io ho deciso di fare un altro figlio per provare emozioni totalmente inedite.

 

Ai tempi dei primi figli, infatti, avevo un grosso problema: ero giovane e volevo spaccare il mondo. Negli ultimi dieci anni, intanto, le cose accadevano. Per dire, adesso c’è Trump, e la gente su Facebook non parla più in terza persona. Sono finiti Lost, Breaking Bad, e tra poco anche il Trono di Spade. Però, dalla puntata 1x1 alla 14x7 di Madman, se sono diventata un’adulta, non è grazie a Don Draper, o a Wikileaks. Sono passata per la paura di invecchiare, di fallire, di morire, che i figli morissero, che crescessero, dei Bataclan, di tornare alla lira. Ci sono stati gli attacchi di panico in aereo, le pubblicazioni, i lavori mal pagati, i parquet scintillanti, i virus intestinali, gli status, le feste di compleanno, ma se oggi posso godermi la terzogenitura senza paranoie, è solo grazie al fatto che negli ultimi dieci anni sono stata un genitore.

 

Quando i miei primi figli sono nati, avevo l’impressione, falsa, di avere così tanto da dimostrare al mondo, che non riuscivo a guardarli dormire un minuto senza fare un corso di portoghese online, non li allattavo mai senza un grande romanzo sotto il naso, né programmavo una vacanza che non includesse un passaggio a un festival. Eppure, alla fine, quei bambini mi hanno cresciuta. Hanno ridefinito il peso delle cose. E, oggi, il terzogenito, invece di distruggermi la vita, come fanno i figli con molti genitori trenta-quarantenni, ne ha incollato i pezzi.

 

Ho letto di questa cosa che si chiama generativity, un concetto che può essere usato come scusa per chi preferisce ritirarsi dalle scene, e che però secondo me parla davvero di un traguardo della vita: consiste nell’occuparsi degli altri senza aspettarsi niente in cambio, nel tramandare conoscenze alle nuove generazioni, e nel non vedere tutto questo come un’immensa fregatura. Per la prima volta, ho pensato che la faticaccia ingrata che stavo facendo da anni fosse parte della persona che volevo essere, e non d’ostacolo al mio posizionamento nel mondo. Dopotutto, ciascuno, prima o poi, raggiunge quell’età dal fegato delicato in cui ci si deve curare dei genitori anziani, oppure s’inizia a comprare solo prodotti avvolti in sottilissime carte biodegradabili.

 

Quando guardo le mie coetanee senza figli, che indugiano in amori appassionati, programmano liberamente tutte le ore della giornata, sorbiscono aperitivi da fotografare, e usano i soldi per comprare vestiti per sé, provo ovviamente un sacco di invidia, altro che generativity! Però penso anche che, adesso, senza l’esperienza pregressa, avrei vissuto una maternità come l’addio al mondo fluttuante.

 

Ho ancora tanta voglia di uscire la sera, soprattutto quando il tepore invita la gente ad attardarsi sui marciapiedi per salutarsi a lungo. Però, io non sono più, con gran sollievo, il centro delle mie preoccupazioni: anche se cambio lavoro ogni anno, non sto più lì a chiedermi cosa farò da grande, e se ho un dolorino alla schiena non penso di avere un tumore. Quel che ho potuto l’ho dimostrato, e per il resto non posso certo incolpare i miei figli, perché Alice Munro è diventata Alice Munro scansando la figlia che provava a frapporsi tra lei e la macchina da scrivere. Dice Natalia Ginzburg, nelle Piccole Virtù, che al principio non riusciva a capire come si facesse a scrivere avendo dei figli, una cosa troppo importante rispetto a delle stupide storie. Invece, poi, si svegliava e piangeva di nostalgia per il suo mestiere, e dopo poco, era di nuovo lì a preparare il sugo col semolino, ma pensava intanto a delle cose da scrivere.

 

Dieci anni da genitore mi hanno insegnato non a svalutare le aspettative, ma che quel che si vuol fare lo si fa lo stesso, spesso con più fatica, gusto e senso. E che là fuori, checché ne dica ViviMilano, non mi sto perdendo un concerto così importante. Qui dentro, c’è il mio primogenito che mi fa leggere Sio e ascoltare Rap God. Se non ci fosse lui, forse sarei una persona egocentrica e ghermita dalle piccole paure. Oggi, meno centrata su me stessa, corro perfino il rischio di togliermi più soddisfazioni, magari scrivendo una cosa bella che ho voglia di scrivere, una mattina come oggi che il terzogenito dormicchia.

*Scrittrice, è in libreria con “Le rime di Mariù” (Mondadori Junior). Dai sette anni in su

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