Lino Capolicchio e Dominique Sanda nel "Giardino dei Finzi Contini" (1970) diretto da Vittorio De Sica e trattato dall'omonimo romanzo di Bassani

Micòl vive per sempre qui

Annalena Benini

Se non sono condizionato dalle mie radici, da che cosa dovrei esserlo? Giorgio Bassani e i conti con il passato, con la poesia, e con la fotografia ingiallita di tutte le illusioni perdute

Chi ero io, in fondo?

Un poeta, va bene, ma poi?

(Giorgio Bassani, “Laggiù in fondo al corridioio” ne “L’odore del fieno”)

 

Se non sono condizionato dalle mie radici, da che cosa dovrei esserlo? Ogni artista vero, ogni poeta, non può non fare sempre i conti con le proprie origini, con le proprie budella. La città del Castello di Kafka non è Praga, d’accordo, ma d’altronde cosa potrebbe essere mai se non Praga?, ha risposto Giorgio Bassani a chi gli chiedeva di Ferrara e del legame tra la sua vita e i suoi libri, a chi per sempre immaginerà Micòl dentro il giardino dei Finzi Contini, che non è mai esistito e che è più vero del vero, eterno come tutte le cose sognate, amate e sofferte.

 

Ogni volta che io torno a Ferrara e cammino lungo corso Ercole I d’Este, dal Castello Estense verso le Mura, e supero il Palazzo dei Diamanti e poi il grande palazzo dove ho fatto l’università, dopo un poco comincio a cercare con lo sguardo, sulla sinistra, gli alberi del giardino dei Finzi Contini, e il muro di cinta: sempre rivedo Micòl, che da quel muro si affacciava come da un davanzale, sempre rivedo con la mente un personaggio letterario che non sa di essere un personaggio, perché è vivo e ha a che fare con la vita nella sua realtà e quindi, direbbe Bassani, con la poesia.

  

In corso Ercole I d’Este, verso le Mura, io alzo sempre gli occhi per cercare Micòl affacciata al muro di cinta come da un davanzale

Ferrara, Clelia Trotti, il racconto della notte del ’43, il dottor Fadigati, Pino Barillari, il professor Ermanno Finzi Contini che non sorride davanti alla marca Littoria della macchina da scrivere, gli alberi che Micòl ama perché sono “grandi, quieti, forti e pensierosi”, le strade della città percorse in bicicletta, di giorno e di notte, Lida Mantovani e tutti i cognomi ferraresi che richiamano ossessivamente quel mondo chiuso, il treno Ferrara-Bologna, hanno a che fare con la realtà e quindi sono poesia. Più sono minuscoli particolari, più si avvicinano alla grandezza. Sono le radici di Giorgio Bassani, la Praga di Kafka, sono l’esistenza di ciò che è piccolo accanto all’enormità della storia, del dolore e del passato.

 

Adesso che è stata pubblicata una biografia visiva di Giorgio Bassani, il legame strettissimo tra la vita e la scrittura è davanti agli occhi, nelle meravigliose fotografie raccolte in “Vivere è scrivere” (Ferrara, EdiSai), a cura di Gianni Venturi e Portia Prebys, che ha in copertina il ritratto di Giorgio Bassani fatto da Carlo Levi. Gianni Venturi studia da sempre l’opera di Bassani e cura il centro studi bassaniani di Ferrara, a cui Portia Prebys, la compagna di Bassani, ha donato tutto ciò che aveva. In questo libro scrive: “Stavamo sempre insieme”.

 

Bassani in un ritratto di Carlo Levi 

  

A Bassani non interessavano le cose, gli oggetti, tranne qualche fotografia e un paio di pipe, due cravatte, ma tutta la sua volontà era concentrata a raccogliere in un unico volume, anche tascabile, la sua opera: voleva fare il Romanzo di Ferrara, solo di questo gli importava davvero. “L’arte è il contrario della vita, ma ha nostalgia della vita, ed è precisamente perché sente questa nostalgia che è arte vera. L’artista è separato dalla vita nel presente in quanto preferisce spiegarsi per rifletterci sopra, ed è separato da essa per il tempo vissuto, per il passato”. Così tutto in Bassani richiama un tempo passato che dura per sempre. Bisogna solo andare a recuperarlo, come si recuperano, a un certo punto della vita, le foto di famiglia nei cassetti, le cartoline ingiallite, i ricordi di chi siamo stati e quindi laggiù, in fondo a quel corridoio, saremo per sempre.

 

Giorgio Bassani sarà per sempre anche il ragazzo ebreo e borghese che a Ferrara si sente diverso da tutti, e che vive un’adolescenza felice “in una casa bellissima, fra le mura della quale tutti si volevano bene” (è la casa di via Cisterna del Follo, con la grande magnolia nel giardino, piantata durante le leggi razziali) e che si rende conto tardi, come il protagonista del Giardino, dell’abisso di orrore crescente che lo circondava, che li circondava tutti e a poco a poco li stringeva.

  

La storia è il passato per come ha determinato il presente, per come lo ha ferito. Ecco allora “la scrittura della malinconia 

Micòl invece, più vera del vero, lo sapeva. Micòl è l’unica a essere stata investita in pieno dal soffio della verità, come ha scritto Eugenio Montale. Micòl non parlava mai del futuro, perché sapeva che non ci sarebbe stato un futuro per lei. Diceva che avrebbe voluto solo giocare a tennis, ballare, e flirtare, ma la sua non era superficialità, lei che traduceva Emily Dickinson, la più reclusa delle poetesse, lei che citava lo scrivano Bartleby e che fu portata in Germania, a morire probabilmente in una camera a gas. Le importava soltanto del presente e del passato, “il caro, il dolce, il pio passato”. Guardava indietro, come Giorgio Bassani uomo e scrittore. Andava avanti con la testa sempre voltata all’indietro.

 

Micòl è il ricordo ma anche la consapevolezza della verità, e l’amore disperato per Micòl è quel poco che il cuore ha saputo ricordare ma è anche il compito di un poeta, se la poesia può avere un compito: “Io voglio garantire la memoria, il ricordo”, ha scritto Bassani. “Veniamo tutti quanti da una delle esperienze più terribili che l’umanità abbia mai affrontato. I campi di sterminio. Niente è mai stato attuato di più atroce e di più assoluto. Ebbene, i poeti sono qui per far sì che l’oblio non succeda. Un’umanità che dimenticasse Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen, io non posso accettarla. Scrivo perché ci si ricordi”. Niente di più atroce e di più assoluto.

 

La storia non è il passato, ma è il passato per come ha determinato il presente, per come lo ha ferito, e Bassani scrive con questa ferita che ha definito “una scrittura della malinconia” (Anna Dolfi, rigorosa studiosa di Bassani, ha analizzato in un saggio importante questo aspetto fondamentale della vita e dell’arte di Bassani, e adesso, in questa biografia per immagini, tutte le fotografie di famiglia, gli scorci della città, le copertine dei libri e le testimonianze di amici e studiosi mostrano intatto il romanzo della malinconia e dell’ostinazione a non dimenticare. Addentrarsi nel mondo dei morti, come nelle strade deserte, come nella nebbia fitta di questa città di pianura, per restituire voce a chi ne è stato privato, ma anche per far uscire dalle mura di Ferrara chi ha scelto di restare lì dentro per sempre. Per vigliaccheria, o per accettazione.

 

Detestava andare al cinema, e dopo due minuti sbuffava: troppi primi piani. Dopo cinque minuti si alzava e andava via

Bassani invece se ne andò, soprattutto nel corso degli anni fatali, dal 1937 al 1943, si staccò completamente dalla famiglia e dalla città (“Per diventare un artista, non bisogna sempre morire, morire per rinascere?”), e da scrittore si stabilì a Roma, dove visse la vita da straniero, da diverso, che aveva vissuto anche a Ferrara. Non parlava male di nessuno, scrive Portia Prebys, ma se qualcuno proprio non gli piaceva, diceva: “Peccato non abbia fatto studi regolari”. Però si arrabbiò molto con Natalia Ginzburg, della quale era amico, a cui non piacquero alcune poesie di Bassani, perché lei lì dentro trovava il sentimento della soddisfazione, che riteneva sterile, e non poetico. Bassani scrisse dei versi intitolati proprio “A Natalia Ginzburg”: “Non ti piaccio eh? Figurati la tristezza, / gli sbadigli se ti / piacevo”, e ancora: “Anch’io cosa credi ho sempre nel cuore i poveri morti / con questo di diverso però ricordati che io stesso vengo / proprio di là cioè da quei luoghi/ donde – e so bene che lo sai – / per solito non si torna mai e poi mai”. Erano altri tempi, tempi in cui la verità, fra i letterati, era un dovere assoluto e feroce, ma soprattutto, ricorda Portia Prebys, in casa non si poteva nominare Vittorio De Sica, che aveva girato il Giardino dei Finzi Contini (film che vinse l’Oscar nel 1972 per miglior film straniero).

 

Se qualcuno nel parlava alla televisione, Bassani spegneva e lasciava la stanza. Il Giardino era uscito nel 1962, e già nel 1963 Bassani aveva venduto i diritti per il film, per la più grossa cifra mai pagata in Italia a uno scrittore per un’opera letteraria. Doveva assistere alla sceneggiatura, ma alla fine chiese che togliessero il suo nome dal film. Con De Sica si incontravano nella villa di Carlo Ponti e Sofia Loren, Bassani ci andava con Mario Soldati, soprattutto perché poteva guardare i quadri di Bacon, che amava molto. Ma quando vide il film per intero, nel 1970, con De Sica non si parlarono mai più. Il film fu proiettato per la prima volta a Gerusalemme, con Golda Meier seduta accanto a De Sica, e poi in Italia, a Parigi e a New York. Bassani era sdegnato e scrisse sull’Espresso un articolo intitolato “Il giardino tradito”. Era indignato che nel film si parlasse di lui in prima persona, indignato che avessero fatto morire suo padre a Buchenwald, indignato che la sua prima persona proustiana e lirica fosse diventata, per tutto il mondo, la sua autobiografia. “Le obiezioni che ho fatto non erano di genere estetico, ma molare”. Ma da allora per tutti Micòl ha il volto di Dominique Sanda in abito da tennis, e Bassani non ha più scritto sceneggiature e non è più andato al cinema.

 

In casa di Bassani non si poteva nominare Vittorio De Sica, e se parlavano di lui alla tivù, Bassani spegneva e cambiava stanza

“Farmi accompagnare da Giorgio al cinema era un’impresa pressoché impossibile – ha scritto Portia Prebys – Se insistevo moltissimo per vedere un film di cui tutti parlavano magari mi accontentava, alla fine. Si entrava al cinema, di tardo pomeriggio, ci si sedeva sempre nelle prime tre file, e dopo circa due minuti, ma esattamente, due minuti dopo l’inizio del film, tirava fuori l’orologio da tasca per vedere l’ora; se era molto buio dentro il cinema, si aiutava a vedere meglio l’ora con l’accendino per i sigari. Sbuffava: troppi primi piani. Guardava ancora l’orologio e poi, entro cinque minuti, si andava via, senza alcun commento”. Gli piaceva esplorare Roma, ogni mattina guardava una grande mappa e sceglieva un angolino della città di cui impossessarsi, a piedi o in auto, e in cui andare a leggere il Corriere della Sera e interrogare la gente attorno. Sul letto, da leggere durante la notte, teneva sempre la Divina Commedia, l’Eneide e Un coeur simple di Flaubert.

 

Ogni settimana, d’inverno e d’estate, voleva andare fuori Roma, pranzare all’aperto, e come ha scritto nel prologo del Giardino dei Finzi Contini, “fu durante una delle solite gite di fine settimana”, una domenica d’aprile del 1957, sulla spiaggia di Santa Severa e davanti alle tombe etrusche di Cerveteri, che gli venne l’impulso di scrivere di Micòl, di Alberto Finzi Contini e di tutto il passato più vero del vero che si trova laggiù in fondo e palpita, in attesa di essere rimesso al mondo. “Il passato non è morto, non muore mai. Si allontana, bensì: ad ogni istante. Recuperare il passato dunque è possibile. Bisogna, tuttavia, percorrere un corridoio ad ogni istante più lungo, Laggiù, in fondo al corridoio, sta la vita, vivida e palpitante come una volta, quando primamente si produsse. Eterna, allora? Eterna. E nondimeno sempre più lontana, sempre più sfuggente, sempre più restia a farsi di nuovo possedere”.

  

 

Giorgio Bassani amava il tennis, lo considerava un’arte per cui non aveva sufficiente talento, ed era la sua passione accanto alla scrittura, e per entrambe si allenava con tenacia, cercava il colpo perfetto, come con le parole, anche da anziano trascorreva molte ore, a Ferrara, a osservare i giocatori del circolo del tennis, da cui nel 1938, ventenne, venne espulso in quanto ebreo. E allora continuò a giocare nei giardini privati, e nella memoria e nell’arte giocò a tennis con Micòl Finzi Contini nel suo giardino, e la vide accaldata mentre si passava un asciugamano sulla faccia, dopo una partita, con il golfino legato al collo per le maniche, bellissima, con i capelli biondi striati di ciocche nordiche, malinconica, misteriosa e irraggiungibile anche se vicina, come le cose perdute. 

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"I Finzi Contini non vogliono vivere, appartengono al loro giardino di morte. Micòl soltanto vuole vivere, essere diversa. Micòl sono io"


 

Nella vita reale, Giorgio Bassani nel 1938 non era uno studente lamentoso come il protagonista del Giardino, ma un improvvisato docente di ventidue anni, appena laureato a Bologna, che insegnò ai ragazzi ebrei cacciati da scuola: a Ferrara il Ginnasio fu sbarrato, e loro si ritrovarono ospitati nel vecchio asilo israelitico in via Vignatagliata, nel ghetto ferrarese. Paolo Ravenna aveva allora dodici anni e si ricorda così di Bassani: arrivava in bicicletta con il suo impermeabile bianco, parlava poco di politica ma cercava di raccontare i nuovi autori, Ungaretti e Montale. “Ci leggeva Vittorini, ci apriva ai russi, a Cechov, ci spiegava i contenuti sociali e dirompenti della nuova letteratura americana. Arrivava García Lorca. “Ho qui un numero della rivista Letteratura dell’aprile 1938. Le date sono importanti.

 

Bassani nel 1938 insegnava agli studenti espulsi perché ebrei: leggeva Vittorini, Montale, Lorca, Cechov, gli americani 

Proprio in questo fascicolo appaiono, tra l’altro, la prima traduzione di Lorca fatta da Carlo Bo; il primo capitolo di Conversazioni in Sicilia; il primo racconto importante di Bassani: ‘Un concerto’. Con Bassani scoprivamo che Pisacane non era solo quello dei ‘trecento giovani e forti’, ma anche quello del Saggio con la presentazione di Giaime Pintor, che trovavamo sulla sua scrivania vicino alle pipe consunte. Scoprivamo Croce, Salvatorelli, i libri rossi della Einaudi. Sentivamo parlare di sfuggita – faceva parte della clandestinità – di Giustizia e Libertà”. A metà del 1942 erano rimasti tre soli allievi, compresa Jenny, la sorella minore di Bassani, e si spostarono definitivamente da via Vignatagliata allo studio di Bassani, al piano terra di casa sua in via Cisterna del Follo, e nel cortile la celebre magnolia “delle leggi razziali” cominciava a crescere. Uno dei tre studenti, Roberto Ravenna, che scriveva poesie, fu ucciso diciassettenne ad Auschwitz.

 

Bassani lottava perché gli studenti ebrei superassero il loro isolamento, organizzò una recita nella scuola ebraica in cui metà degli spettatori erano “ariani”. Ma “un giorno ci telefonano che le lezioni sono sospese. Siamo ai primi di maggio del 1943. Bassani era stato arrestato. La scuola chiude. Noi ci disperdiamo nella breve illusione di libertà dei 45 giorni di Badoglio. Poi l’8 settembre e l’arrivo dei tedeschi, le deportazioni, il 25 aprile, la liberazione, la vita democratica. Eccoci giunti a quel futuro che Bassani ci aveva insegnato da tempo a vivere ma che molti dei miei compagni non hanno potuto vedere”. C’è una foto di Bassani con i suoi studenti del Ginnasio nella scuola ebraica di via Vignatagliata, lui fuma la pipa e gli altri sorridono con il sole addosso. Gli ultimi due sono morti ad Auschwitz.

  

“Le visioni sono spaventose, ma anche la vita è spaventosa. Io, mio caro, non capisco la vita e ne ho paura” (Anton Cechov)

“Che devo dirvi, le visioni sono spaventose, ma anche la vita è spaventosa. Io, mio caro, non capisco la vita e ne ho paura”, è l’esergo di Cechov a “Una notte del ’43”, ed è stata sempre questa l’ossessione di Bassani: non capire, non avere capito abbastanza presto, essersi illuso che quella felicità dell’infanzia e dell’adolescenza potesse durare per sempre, che tutto potesse restare identico. E’ per questo che, nel Giardino dei Finzi Contini, affida la propria consapevolezza a Micòl. Non certo soltanto per raccontare una storia d’amore infelice, e per guardare al caro, al dolce, al pio passato. Ma per mostrare che cosa significhi essere diversi, sentirsi diversi. Come diversa da tutti era Micòl. Che traduceva Emily Dickinson, scappava a Venezia, non si illudeva, sapeva che il giardino era uno scrigno di morte, fin da bambina scavalcava il muro di cinta e scappava. “I Finzi Contini non vogliono vivere, appartengono alla morte, amano la loro casa, il loro giardino, e basta. Micòl soltanto vuole essere diversa, vuole vivere, è portatrice in qualche modo del mio messaggio”. Giorgio Bassani aggiunge: “Ho scritto il libro per identificarmi con Micòl. I poeti si confessano sempre attraverso uno dei loro personaggi. Anzi: tutti i loro personaggi, se sono tanti, sono forme del loro sentimento. Micòl è come me”.

  

 

“Ferrara era devota al Regime. Gli ebrei ferraresi erano dei borghesi, finiti nei campi di sterminio senza sapere perché”

Micòl è come lui, va avanti con la testa continuamente rivolta all’indietro. Non può dimenticare il passato, come Bassani non si libera del passato, ma cerca con tutte le forze di allontanarsi dal torpore ferrarese per andare verso il confronto terribile con la verità. Quello che il protagonista di “Dietro la porta” non riesce ad affrontare: romanzo magnifico e crudele su una disperazione infantile che, appunto, è lontana dalla maturità di Micòl Finzi Contini, storia di una ferita segreta, sanguinante in segreto, da cui non sarà mai possibile guarire. E non servono a niente gli anni che passano: “Duro a capire, inchiodato per nascita a un destino di separazione e di livore, la porta dietro la quale ancora una volta mi nascondevo inutile che pensassi di spalancarla. Non ci sarei riuscito, niente da fare. Né adesso, né mai”. E’ questo il tormento della vita di Bassani: spalancare la porta, sul passato e sul presente, sugli errori, su quello che siamo stati.

  

Secondo Bassani tutto è connesso, logico, tutto si spiega, e la violenza di oggi ha sicuramente a che fare con quella di una volta 

“La Ferrara di cui mi sono occupato scrivendo è soltanto la Ferrara dell’epoca del fascismo. Per quello che ricordo io, si trattava di una città intensamente devota al Regime: al punto che le poche persone che fasciste non erano vivevano ai margini, non avevano alcun rapporto con gli altri, coi più. Quegli stessi ebrei ferraresi che poi sarebbero finiti in così gran numero nelle camere a gas naziste, erano stati in gran parte fascisti. Intimo amico di Italo Balbo, il podestà di Ferrara, fino alla metà circa degli anni Trenta, era stato un ebreo. La tragedia vera degli ebrei ferraresi, e di grandissima parte degli ebrei italiani, può dirsi quella di essere stati dei borghesi, coinvolti dapprima nel fascismo, e poi, in fondo senza sapere perché, finiti nel nulla nei campi di sterminio nazisti. Quanto a me, io appartenevo a una famiglia privilegiata, fascista come tante altre, come quasi tutte le famiglie ebraiche e cattoliche della borghesia cittadina”.

  

 

Secondo Bassani tutto è connesso, tutto si spiega, e la violenza ha sicuramente a che fare con la violenza che è già avvenuta. E anche la felicità, la vicinanza al sublime, riguarda sempre la felicità che si è sfiorata un giorno, molto tempo prima, davanti a una ragazza affacciata al muro di cinta come da un davanzale. E quella ragazza è lì per sempre, con i capelli biondi striati di ciocche nordiche, con la voce allegra e ti chiama, ma quella voce è sempre più impercettibile. Allora a questo serve la poesia, la letteratura, la creazione di un personaggio che non sa di esserlo: a ricordare per sempre. Quando cammino per corso Ercole I d’Este, io adesso so che Micòl Finzi Contini, che non è mai esistita, non smetterà mai di esistere.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.