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Il mondo antiromanzesco modellato da Pierre Michon

Il tono dell’orazione, e la tattica dell’ekphrasis, permettono allo scrittore di illustrare l’epoca del Terrore senza impantanarsi in artificiosi problemi di narratologia o di décor stilistico

15 Settembre 2019 alle 06:14

Il mondo antiromanzesco modellato da Pierre Michon

Jacques-Louis David, "Giuramento della Pallacorda" (1791)

Fino a un certo punto del ’900, il nostro mondo è sembrato malgrado tutto abbastanza stabile, e al tempo stesso trasformabile. Poi i mutamenti sempre più rapidi l’hanno condannato a un’instabilità continua, che però coincide con una sostanziale immodificabilità: possiamo solo inseguirlo, non cambiarlo. E’ quindi un mondo antiromanzesco. Ripetitivi e insensati, rocamboleschi e atroci, i fatti vi si succedono con la misteriosa fatalità dei fumetti. Chi per rappresentarlo non ha battuto la via di Bolaño, sorta di Ariosto splatter, di solito ha isolato le peripezie di un individuo riconducendole al genere della “vita”, o ha imprigionato la narrazione della Storia in una descrizione statica come un insetto nell’ambra. Entrambe le forme sono state modellate con finezza da Pierre Michon, di cui Adelphi, dopo “Vite minuscole”, ha pubblicato di recente “Gli Undici”. La riuscita di questo libello dipende da una scelta prospettica felice. Il tono dell’orazione, e la tattica dell’ekphrasis, permettono a Michon di illustrare l’epoca del Terrore senza impantanarsi in artificiosi problemi di narratologia o di décor stilistico. Intorno alla suggestione di un centro vuoto, lo scrittore può disporre scioltamente tutto ciò che gli viene sotto la penna – passato e futuro, costumi popolari e fosche congiure, sbronze gaulois e chiese invase dai sanculotti. Questo centro catalizzatore, che imprime al libro un moto rotatorio nel quale racconto e commento si correggono a vicenda, è il quadro degli Undici, commissionato nell’inverno del 1794 a Corentin dal Comitato di salute pubblica. Immortalandone i membri, il pittore offre loro la dignità che nessuna tradizione ancora garantisce, e soprattutto un alibi di fronte al precipitare degli eventi. Il capolavoro sublime nasce infatti da calcoli loschi e infami: se Robespierre trionfa servirà alla sua gloria, se cade proverà le sue manie di grandezza.

 

Siamo nella stagione in cui il ’700 delle favole lievi cede alla gravità minacciosa di Rousseau e di Sade. Corentin, educato dalla Venezia di Tiepolo, deve adattarsi alla falsa Roma di David. Ma il suo non è un dipinto celebrativo comune. La Storia, anziché essere colta obliquamente, è fissata qui direttamente in faccia con uno sguardo che rivela il suo nulla. “Gli Undici” sarebbe potuto non esistere, dice la voce beffarda del narratore-oratore: e in effetti l’opera, nel libro di Michon fatale quanto la vicenda che testimonia, e così ipnotica che tutti al Louvre vi si affollano davanti gettando appena un’occhiata alla Gioconda, nella realtà non esiste. Al nulla della politica corrisponde il nulla dell’arte – e dell’artista, perché non è mai esistito nemmeno Corentin. Attraverso l’albero genealogico di questa sua creatura, l’autore riassume l’ascesa dei miserabili sulla cui schiavitù si fondano millenni di ricchezza e potere. La madre, nobile di provincia, ha sposato il figlio di un calibano limosino che si è innalzato dal fango diventando un versificatore anacreontico. Ma per chi l’ha conquistata dal basso, la cultura mantiene un significato opposto a quello che ha per un aristocratico dell’ancien régime: “Sapere il latino quando si è monsignore il Delfino della Casa Reale di Francia e quando si è il figlio di Corentin la Marche non è una sola e medesima cosa”, perché mentre il primo legge in ogni pagina “una gloriosa ratifica di ciò che è”, il secondo vi scorge “il trionfo magistrale di ciò che è” e insieme “la negazione di sé stesso”. Corentin proietta i sogni paterni di rivalsa proprio sul dipinto che ritrae i parricidi, gli uccisori del re, “fratelli assassini” e rivali destinati a sterminarsi a vicenda perché troppo simili. Ormai soltanto la morte li distingue. Negli “Undici”, il Michelet reinventato da Michon vedrà un’ultima cena laica dove il dio Popolo è già il “tiranno globale”. Anche i tribuni sono intimiditi dai luoghi che occupano; e anche loro, come poi tanti funzionari spietati degli stati moderni, nutrono aspirazioni da poeti. Con questa schiuma della terra borghese, tracimata fino alle stanze del trono, inizia la politica recitata in costume, nella quale l’orrore e il kitsch procedono allo stesso passo di marcia. Oggi agli artisti sono subentrati i comunicatori, ai tragici i comici di altri comitati rousseauiani o sadiani, e alle solennità grottesche le farse che però pretendono grottescamente di valere come omelie. Intanto la rivoluzione marcisce nella ribellione delle masse, mentre la forza nascosta per due secoli sotto il nome di Storia torna a rivelarsi una potenza arcana e primitiva: catturandone l’essenza, Corentin ha ritrovato nelle figure asserragliate dentro agli ex conventi di Parigi i tratti animali delle grotte di Lascaux.

Matteo Marchesini

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