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Amatrice non c’è più, ma c’è ancora

Elena Polidori e un libro che vuole guardare oltre, all’immortalità di un posto bellissimo

22 Settembre 2018 alle 06:00

Amatrice non c’è più, ma c’è ancora

Foto LaPresse

Rumore, sussulti e polveri. Le travi di legno entrano ed escono dalla loro postazione. Ma non bisogna guardarle, si sa, per non restare impietriti. Perciò, occhi a terra. Mio marito è zoppo, deve scendere le scale da seduto e poi rotolarsi come un supplì. Anche il bassotto Pepito riemerge da un cumulo di detriti e di cianfrusaglie.

Elena Polidori, “Amatrice non c’è più – ma c’è ancora” (Neri Pozza)

 

Si sono salvati, marito moglie, figlia, cane. La casa è crollata la volta successiva, il 30 ottobre 2016, con una scossa ancora più forte. Elena Polidori era al telefono con la signora che accudiva il giardino e la sentiva urlare di paura e piangere, ma sentiva anche il rumore delle pietre che crollavano.

 

Sono passati due anni, e Amatrice non c’è più, ma c’è ancora, con le sue casette nuove che sembrano scatole di tonno, con la tristezza negli occhi di chi è rimasto e ancora la speranza di una rigenerazione, che è già in ritardo, che inciampa ovunque, a cui molti hanno rinunciato. Come Anna, che dopo il terremoto è diventata sempre più triste e vecchia e strana, e un giorno è scomparsa e nessuno l’ha mai più ritrovata. Ma questo libro vuole guardare oltre, all’immortalità di un posto bellissimo, e allora affonda nella memoria per raccontare che cosa è stata Amatrice, che cosa è stata quella casa di famiglia, gli alberi e la vista e il fresco e la pace e la gente e la gentilezza e il cibo e la voglia di passarci sempre più tempo e di abbracciare tutti, per non perdere il ricordo.

 

Elena Polidori, giornalista, aveva immaginato di scrivere un giorno, con il marito giornalista innamorato di Amatrice, un libretto su un poeta da loro molto amato, Giuseppe Gioacchino Belli: avevano scoperto le sue composizioni “in dialetto amatriciano”. Si erano entusiasmati, avevano studiato, progettato, lei figlia del sindaco di Amatrice che sarebbe stato fierissimo, ma la vita prende il sopravvento con altre cose da fare, e avevano detto allora: un giorno, un giorno lo faremo. Ci sono perfino quattro sonetti di Gioacchino Belli sul terremoto, e uno fa così: “Sì, tterremoto, sì; nnun te cojjono / Drent’a la stanza mia che ssemo in tanti / scia svejjati d’un zarto a tutti quanti”. Era un’altra vita, quella in cui venivano gli amici da tutto il mondo per stare a Poggio Vitellino, una delle sessantanove frazioni di Amatrice, a ridere, cantare, mangiare sempre troppo, sempre benissimo e a dire: che paradiso, che bellezza. Nessuno voleva andarsene, e infatti anche dopo il terremoto gli abitanti di Amatrice non vogliono andarsene. Vorrebbero indietro la loro vecchia vita, la strada dritta del centro, il panificio, il caffè, la quiete che d’estate diventava una festa, e quella notte invece le urla dei sopravvissuti e il pianto e il terrore dei bambini. E dopo, ha scritto Elena Polidori, solo macerie e spettacoli: tantissimi spettacoli, forse troppi. Tutti addosso alle macerie ipnotiche e a quello sgomento. Ma Amatrice c’è ancora, e questo libro le restituisce tutta la storia, gli alberi, le strade, le persone che le hanno dato vita, e a cui ha dato vita. Adesso è ferita, annientata, senza una visione del domani, e sembra tutto lontanissimo. Ma quanti ricordi meravigliosi: non vanno cancellati, per non perdere anche l’anima di quello che è stato.

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