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Storia di Elena e della felicità perduta

Prima piano e poi forte fino al centro esatto del dolore

23 Giugno 2018 alle 06:00

Storia di Elena e della felicità perduta

Immagine da pagina 39 di "Radiografia dentale e orale: un libro di testo per studenti e professionisti dell'odontoiatria" (1922) via Internet Archive

Escludendo le evenienze estreme, nella maggior parte dei casi la felicità è una memoria trascorsa. Una cicatrice, anzi. Una frattura mal ricomposta che quando cambia il tempo riprende a far male. Ognuno accumula nell’arco della vita un repertorio di luoghi, persone, circostanze che rievocano ciascuno una porzione di felicità. Quando scatta il ricordo, per un attimo posso quasi riassaporarne il gusto, ma il dolore subentra quasi subito. E’ il dolore che descrivono alcuni mutilati: specialmente i primi tempi, dicono faccia male la gamba che ti hanno amputato.

Roberto Alajmo, “L’estate del ’78” (Sellerio)


 

L’estate del ’78 è l’estate della maturità, del passaggio all’età adulta, ed è anche l’estate dell’addio. L’ultimo saluto, e l’ultima immagine di una madre, seduta sul marciapiede ad aspettare i suoi figli. E’ stato un saluto veloce, imbarazzato, “avevo voglia di vedervi”, e Roberto però vuole già andarsene perché un po’ si vergogna, i suoi amici lo aspettano. A quarantadue si è vecchi, a quarantadue anni non si sta seduti sul marciapiede. “Specialmente le signore, specialmente mia madre”.

 

Questo libro è un colpo al cuore e al cervello, per la scrittura e per il racconto di sé che fa l’autore, Roberto Alajmo, mettendosi a nudo a poco a poco, senza correre e senza cercare di fare male. Le pagine crescono di forza e intensità insieme a noi che leggiamo e ci lasciamo portare fino là, insieme al protagonista che si avvicina sempre più al centro del suo dolore; e del dolore di sua madre, fermata per sempre nel 1978. Si è uccisa. Ma Elena non è stata solo sua madre, è stata una ragazza, poi una donna innamorata, un’insegnante con idee precise sull’educazione, una pittrice, e una tossicodipendente a causa di un farmaco per il mal di testa, lo Spasmo Oberon, che è stato ritirato dal commercio troppo tardi.

 

Alajmo ricostruisce tutto di lei, studia le lettere, i diari e le foto, le racconta, ce le offre perfino, cerca di mettere la distanza della letteratura fra sé e sua madre, la chiama per nome, Elena. Ma questa distanza avvicina i lettori, prima piano e poi al galoppo, al nucleo dell’esistenza, della sua imperfezione e fragilità: basta un quasi niente per scartare di lato, per non vedere più luce da nessuna parte. Nonostante la bellezza, l’amore dei figli e degli uomini, nonostante le speranze che c’erano. Elena è stata molto amata, ma non è bastato. Ha imboccato la strada buia, e i ricoveri sempre più frequenti nelle cliniche non sono serviti. E c’è lo sguardo dei suoi figli non ancora uomini, ci sono le agende del fratello minore che annota: mamma ricoverata, visita alla mamma. E intanto, la vita. La famiglia, il futuro, il nipote Arturo che Elena non potrà mai conoscere, lei che si è fermata a quarantadue anni, prima di cominciare a tingersi i capelli (spesso portava la parrucca, ne aveva due: una biondastra e una coloro mogano), lei che, come aveva lasciato scritto in una lettera, voleva scegliere il momento in cui andarsene.

  

La galoppata al centro esatto del dolore comprende anche il racconto della separazione dal marito, quando Elena dà appuntamento ai suoi figli per spiegare loro che è successo. “Papà è uscito lasciandole campo libero, e vederla arrivare alla casa di Mondello è strano: bello in teoria, da principio; penoso quando capiamo di che si tratta”. E’ stata lei ad andarsene, per non mostrare ai figli la sua pena e il suo disfacimento, o per scegliere in piena libertà il disfacimento. E’ tutto così reale, così vicino e vero, che arrivati al culmine bisogna fermarsi dietro la porta chiusa di Elena. Ma dietro quella porta chiusa c’è suo figlio che la chiama: “Mamma! Sono Roberto!”.

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