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L'inventario di Lydia Davis

Brevi racconti per capire chi siamo, che cosa pensiamo e quanto poco ci perdoniamo 

30 Giugno 2018 alle 06:08

L'inventario di Lydia Davis

Insonnia

Sono tutta dolorante…

Dev’essere questo gran letto che mi preme contro da sotto.

Lydia Davis, “Creature nel giardino” (Bur Rizzoli)

  

Gli americani hanno definito Lydia Davis una miniaturist, o anche una delle esponenti più importanti della flash fiction. Perché le sue storie sono brevi, a volte di poche righe, a volte di quattro pagine, ma non sempre, ci sono anche racconti più lunghi, e ci sono parole che sembrano versi. Lydia Davis fa uso di grande libertà letteraria e scrive tutto ciò che vuole, con il ritmo interiore del pensiero e della distrazione, quello che si dice di una persona con la testa tra le nuvole. Le nuvole diventano racconti. Ci sono anche brevi storie divise in capitoletti, come in “Quello che impari riguardo al bambino”. Uno di questi capitoletti è “Paradosso”.

  

“Cominci a capire il paradosso: stesa sul letto accanto a lui, sei profondamente assorbita a guardargli il viso e a tenergli le mani, eppure al tempo stesso sei profondamente annoiata e vorresti essere altrove a fare altro”. Ad esempio a una festa. Lydia Davis ha pubblicato molte raccolte di racconti, ha tradotto Proust, Foucault, è stata sposata con Paul Auster e insieme hanno un figlio. E’ stata molto influenzata da Kafka e da Proust, è osannata da Dave Eggers e Jonathan Franzen e adesso che ha settant’anni si può dire che ha raccontato, spiegato, consolato, divertito e straziato l’identità femminile. Ha reso lieve il dolore, ha mostrato l’altro volto della gioia, ha raccontato la sopportazione altissima, l’ironia che salva, l’eleganza, il limite, la sofferenza, e quella specie di distacco che anche in una valle di lacrime fa decidere che quel piatto va lavato immediatamente, e che lui ha delle scarpe veramente orribili. Lydia Davis è indispensabile, perché ci fa sentire su un piano più alto, aereo ma concreto, pieno di accondiscendenza verso quel basso che fa soffrire. “In questi giorni cerco di dirmi che quello che sento non ha tutta questa importanza. L’ho letto in tanti libri ormai: quello che sento è importante ma non è il centro di tutto. Posso anche capirlo, ma non ci credo abbastanza da comportarmi di conseguenza. Vorrei crederci con più convinzione. Che sollievo sarebbe. Non dovrei stare sempre lì a cercare di sentirmi meglio”. C’è divertimento e profondità, assoluzione e spietatezza, ma sempre con dolcezza, con la possibilità di un respiro. La donna che telefona trentasette volte all’uomo che non le risponde è così vera, comica e straziante insieme (nel racconto “Storia”) perché non ci sono accuse e processi e indignazioni, ma la letteratura che ci mostra la vita da dentro. Bur ha pubblicato due raccolte di racconti, “Inventario dei desideri” e “Creature nel giardino”. Minimum Fax ha pubblicato “Pezzo a pezzo”. Bisogna leggerli tutti, come un breviario, come un inventario dell’esistenza, come una voce di ragazza che dice: vorrei pensare di meno, e intanto fa crescere il volume mentale, con grazia, con acutezza, ma sempre fingendo di scusarsene. A volte sembra origliare se stessa, e trovarsi antipatica. “Se io non fossi me e mi ascoltassi per caso dal piano di sotto, da vicina di casa, mentre parlo con lui, mi direi quanto sono felice di non essere lei, di non suonare come suona lei”. Perché l’accondiscendenza è sempre verso gli altri, mai verso se stessa. E’ una donna, del resto. Ma anche così, anzi soprattutto così, Lydia Davis è necessaria per raccontare chi siamo.

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