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Saremmo stati felici

Il marito parla alla moglie che si è gettata dalla finestra

21 Luglio 2018 alle 06:15

Saremmo stati felici

Foto via Pxhere

...Finché lei è qui va ancora tutto bene: mi avvicino ogni minuto e la guardo; ma domani la porteranno via – come farò a restare solo? Ora è lì, nella sala, sul tavolo, cioè due tavolini da gioco accostati, la bara arriverà domani, tutta bianca, in gros de Naples bianco, ma non è di questo che volevo parlare…Cammino su e giù, su e giù, cerco di chiarirmi quello che è successp. Sono ormai sei ore che cerco di vederci chiaro ma non riesco a concentrare i miei pensieri in un punto. Sarà perché continuo a camminare, a camminare…Ecco com’è andata. Racconterò con ordine (Ordine?!). Signori, non sono affatto un letterato, e lo vedete bene, ma non importa, racconterà la storia così come la capisco io. Sta proprio qui tutto il mio orrore: capisco tutto.

Fedor Dostoevskij, “La mite, racconto fantastico” (a cura di Serena Vitale, Adelphi)

  


  

Quest’uomo che adesso cammina avanti e indietro e geme e balbetta e parla a se stesso ma anche a un interlocutore immaginario, a un giudice, e ragiona e poi sragiona e finalmente capisce tutto l’orrore, ha amato sua moglie, la Mite. Ma l’ha torturata con le parole e con il gelo. E ora che lei è morta, gettandosi dalla finestra, lui cerca di trovare sollievo nelle spiegazioni, ma non è possibile. “Pensatela come volete, ma è stato un evidente malinteso. Era ancora possibile vivere con me. E se fosse stata l’anemia? Se si fosse uccisa semplicemente per l’anemia, per l’esaurimento delle energie vitali? Si era stancata durante l’inverno, ecco cosa…Sono arrivato tardi!!!”. Ma poco più sotto, pochi istanti dopo, ecco che l’uomo viene di nuovo assalito dalla consapevolezza delle proprie terribili responsabilità. “Delirio, delirio, questo sì che è delirio! L’ho tormentata a morte, ecco cosa è stato!”. Questo racconto di Dostoevskij uscì nel 1876 sulla rivista di cui era unico autore e redattore, aiutato soltanto dalla moglie Anna Grigor’evna e da un impaginatore. Ma quando Dostoevskij cominciò a lavorare ai Fratelli Karamazov smise di occuparsi della rivista. Nel 1880 pubblicò un nuovo numero, poi morì, e il numero successivo fu pubblicato postumo, scrive Serena Vitale che ha curato questa traduzione e ha scelto di tradurre korktaja con La mite. In inglese il racconto è stato tradotto come Gentle Spirit, in francese come La douce, ma “mite” richiama le beatitudini evangeliche e Serena Vitale ha voluto tradurre senza limare e senza ingentilire il monologo della disperazione: l’ossessività, la colpa, le ripetizioni, le esitazioni.

   

E’ un racconto modernissimo e spaventoso, lo sragionamento di un uomo che voleva vendicarsi di un’antica offesa, della dignità perduta, e ha cercato la catastrofe dell’infelicità. “Ai miei occhi lei era così sconfitta. così umiliata, così schiacciata che a volte provavo per lei una tremenda pietà, pure se di tanto in tanto l’idea della sua umiliazione mi faceva decisamente piacere. Mi piaceva l’idea di questa nostra disuguaglianza…” Gli piacevano anche altri pensieri, ad esempio che lui avesse quarantun anni e lei appena sedici. Gli piaceva guardarla di nascosto mentre cuciva, mentre lei non lanciava mai uno sguardo, ma lui aveva ancora il velo sugli occhi e pensava fosse timidezza. Attraverso il soliloquio di un uomo distrutto ci rendiamo conto dello strazio interiore di questa ragazza che si ribella all’uomo che non ama. Si ribella silenziosamente, ma con durezza, con ostinazione. Si ribella fino in fondo, fino a fargli dire, ora che è morta: “E se anche ti fossi innamorato di un altro, che importa, che importa”. Saremmo stati felici, dice lui a lei che non aprirà mai più gli occhi, così che non sarà mai più costretta a rivederlo.

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