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Camminare non stanca, anzi ci porta più in fretta al centro delle cose

Quante volte nella nostra vita abbiamo chiesto: “Quanto manca?”

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

7 Luglio 2018 alle 06:04

Camminare non stanca, anzi ci porta più in fretta al centro delle cose

Foto Pixabay

A volte durante un viaggio lungo a piedi, quando ho freddo e sono stanco, mi capita di pensare di essere a casa nel mio salotto, magari a innaffiare i fiori; è un pensiero bello e dolce, ma non per questo mi viene mai in mente di tornare indietro.

Erling Kagge, “Camminare, un gesto sovversivo”

(Einaudi Stile Libero)

  


 

Quante volte nella nostra vita abbiamo chiesto: “Quanto manca?”. Forse è una delle prime frasi che abbiamo imparato da bambini. Quanto manca per arrivare a casa, per arrivare al mare, quanto manca per mangiare, per i regali di compleanno, quanto manca a Natale? Siamo ansiosi di arrivare là dove sarà bello, e non possiamo sopportare il tedio dell’attesa, la fatica del cammino. Erling Kagge, cinquantenne nato a Oslo, è stato il primo uomo a raggiungere il Polo Sud da solo e il primo uomo a raggiungere i tre poli: Polo Nord, Polo Sud e una cima dell’Everest. Ha cominciato a camminare da piccolo, insieme ai suoi genitori, e chiedeva anche lui: quanto manca? E le sue figlie adesso chiedono: quanto manca? “E’ difficile che si ottenga qualcosa di buono focalizzandosi troppo sulla meta. Durante le passeggiate con i miei io ero felice: mi piaceva che mio padre mi incoraggiasse o che mia madre dividesse con me un’arancia. Ero felice fino a quando non cominciavo a chiedere”. Quando pensi troppo alla meta ti sembra di non arrivare mai, e allora il consiglio semplice, ma molto filosofico e molto strutturato è: goditi il viaggio, quel momento in cui il passato è alle nostre spalle e non esiste più e il futuro non è ancora arrivato e non esiste ancora, il presente è solo il confine fra i primi due, non ha alcuna durata e pertanto non esiste. Ma esiste tutto ciò che si incontra durante il cammino. E il cammino in senso metaforico, il cammino che significa proprio camminare, un passo dopo l’altro, un piede davanti all’altro. Per Erling Kagge bisognerebbe perfino camminare scalzi (a Oslo un paio di scarpe da ginnastica bianca rimangono bianchissime anche dopo il molto quotidiano camminare), ma il punto è: mettere un piede davanti all’altro è tra le azioni più importanti che compiamo, e il risparmio di tempo del muoversi in auto, in taxi, in motorino, non è un vero risparmio di tempo. “Quando mi sbrigo, non riesco a cogliere quasi niente”. Ed ecco il segreto, o almeno uno dei segreti svelati da Erlinge Kagge in questo piccolo saggio convincente e semplice, per cui sembra quasi di poterlo fare, da domani, da lunedì. Smettere di chiedere: quanto manca, e iniziare a camminare. Il segreto intanto è questo: “La vita dura di più quando cammini. Camminare dilata ogni attimo”. E vivere non significa solo stare al mondo, come fanno le pietre, ma porsi la questione di come si sta al mondo. Ed ecco Heidegger, a perorare la causa no auto no comodità: gli uomini, per essere liberi, devono desiderare caricarsi di fardelli. Perché scegliendo la via con meno ostacoli si dà invece sempre priorità all’opzione che comporta meno preoccupazioni. In questo modo tutto è deciso a priori e viviamo una vita non solo non libera, ma anche noiosa. Poi, certo, c’è anche la libertà di prendere l’auto una mattina prestissimo e partire, e arrivare al mare prima che sorga il sole. Ma camminare, secondo Erling Kagge, è molto di più. E’ vedere il movimento che fa la vita, e intanto chiamare a sé tutte le sensazioni. Oltre a quelle fisiche, ai benefici, al cuore che pompa, ci sono le sensazioni interiori, i ricordi, le idee che nascono, la concentrazione sul piede davanti all’altro, il cambiamento delle stagioni di cui in auto, nello stesso tragitto, non ci accorgeremmo mai. Camminare lentamente per vivere di più e meglio. Camminare e muoversi sono il presupposto dell’esplorazione, e l’esplorazione è il presupposto del nostro intelletto. Da seduti, non vale.

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