Piazzale degli eroi

Da Pietro Grasso a Nino Di Matteo: perché la politica ha sempre bisogno dei “santissimi intoccabili”

7 Dicembre 2017 alle 06:00

Piazzale degli eroi

Pietro Grasso e Nino Di Matteo (fotomontaggio Il Foglio)

Prendete Pietro Grasso, presidente del Senato e, dall’altro ieri, leader acclamato di Liberi e uguali, cioè di quell’inquieta sinistra che, senza trovare mai pace, sta a sinistra del Pd. Nel 2013, forte del suo onorevolissimo passato di giudice antimafia, fu iscritto da Pier Luigi Bersani ai vertici del Pd e da lì a pochi mesi divenne il principe di Palazzo Madama. Fino a quel momento non aveva altro merito – politicamente parlando, si intende – se non la sua storia di magistrato, impegnato come tantissimi altri magistrati, nella lotta ai boss e ai picciotti di Cosa nostra. Bene. Ora provate a definire Grasso un “professionista dell’antimafia”; oppure provate a ricordargli che ha fatto carriera grazie al suo ruolo: come minimo vi aggrediranno per strada o vi iscriveranno d’ufficio nella lista nera di coloro che “fanno oggettivamente il gioco della mafia”. Perché il teorema è sempre lo stesso: tutte le caste – da quella dei politici a quella dei burocrati – troveranno in Italia una penna appuntita che le attacca e le sputtana. Tranne la casta dei magistrati. Anche se quei magistrati hanno sgomitato non poco, nel pieno del proprio splendore, per guadagnarsi un immediato trasferimento dai tribunali ai palazzi del potere.

 

Detto questo, bisognerà anche capire per quali ragioni la politica vada periodicamente in pellegrinaggio nei palazzi di giustizia con la speranza di trovare dentro quelle stanze il leader che non si riesce mai a trovare in nessun altro angolo della società civile. La motivazione principale, stando alle esperienze che la cronaca ha offerto in questi ultimi anni, è che un partito va in cerca del magistrato quando, non avendo più grandi idee da spendere, non trova di meglio che affidarsi al moralismo, ai moralisti e ai moralizzatori: lo ha sottolineato due giorni fa, su questo giornale, Giuliano Ferrara. E infatti chi meglio di Grasso, che è stato giudice a latere al maxiprocesso di trent’anni fa contro il gotha mafioso della Sicilia, potrà mai rappresentare sul palcoscenico della politica la lotta del bene contro il male? 

 

Ne consegue, in base a un accostamento quasi automatico, che il magistrato – specie se la sua figura porta su di sé le stimmate di un’azione eroica e straordinaria – sparge una certa luce di venerabilità su tutta la formazione politica che lo ha scelto come condottiero. Uscendo fuori dalla metafora: la leadership offerta dalle sinistre a Pietro Grasso potrebbe anche significare, oltre all’effetto immediato dell’unità faticosamente ritrovata, che l’unico filo politico che accomuna Bersani a Fratoianni o D’Alema a Civati è una specie di “moralismo storico”. Che tradotto in parole povere significa, almeno da Tangentopoli in poi, delegare ai magistrati temi e problemi – come la legalità, come l’onestà – che la politica crede di non sapere più né affrontare né governare. E per rendersene conto basta ripercorrere i nomi che hanno costellato questo stranissimo firmamento, fatto per lo più di illusioni e delusioni: si comincia con Gerardo D’Ambrosio, che fu vice di Saverio Borrelli nella stagione di Mani Pulite, poi si passa da Antonio Di Pietro, che di quella stagione fu il personaggio più popolare, e si arriva a Pietro Grasso. Senza dimenticare Raffaele Cantone, il pm anticamorra che Matteo Renzi ha voluto a capo dell’Agenzia contro la corruzione.

 

Altro che separazione dei poteri, verrebbe da dire. Ma sarebbe tempo perso. Perché la giostra non ha finito i suoi giri, anzi. Dopo Grasso verrà forse Piercamillo Davigo, che dopo Tangentopoli ha fatto del moralismo una sorta di credo politico, e dopo Davigo certamente irromperà sul proscenio Antonino Di Matteo, pubblico ministero del processo sulla cosiddetta Trattativa tra lo stato e la mafia ma ormai qualificato soprattutto come “il magistrato più scortato d’Italia”: la mafia lo ha più volte minacciato e lui non può muovere un passo senza quell’eccezionale scudo di protezione che il sistema di sicurezza gli ha messo a disposizione.

 

Per Di Matteo il dado della politica può dirsi già tratto. Beppe Grillo lo ha personalmente designato come ministro in un futuro governo a guida M5s e lui non ha mai declinato l’offerta. Tutt’altro. Gira da un capo all’altro dell’Italia per ricevere le cittadinanze onorarie che i comuni grandi e piccoli gli assegnano, non rinuncia a una sola conferenza, non si perde un solo dibattito, non si sottrae a nessuna intervista e coltiva con puntiglio la rete dei propri sostenitori, in particolare quella zelante Confraternita della Trattativa sempre pronta a sparare addosso, si fa per dire, su chiunque si azzardi a mettere in dubbio le tesi sostenute dall’accusa al processo che da oltre quattro anni si celebra, nel bunker dell’Ucciardone, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto.

 

Che tutto il movimento dei Cinque stelle marci compatto al suo fianco ormai non ci sono dubbi: martedì, quando il pm della Trattativa è stato attaccato in televisione, con parole certamente eccessive e sopra le righe, da Vittorio Sgarbi, i grillini di Sicilia sono scesi pesantemente in campo chiedendo al neo governatore Nello Musumeci l’immediata defenestrazione di Sgarbi, nominato appena dieci giorni fa assessore regionale ai Beni culturali.

 

L’unica faccina triste che il piazzale degli eroi ci mostra, in questo desolato inverno palermitano, è quella di Antonio Ingroia. E dire che era stato proprio lui a tessere per anni la tela di quella boiata pazzesca che è il processo sulla Trattativa, costruito attorno alle deposizioni di un pataccaro come Massimo Ciancimino, battezzato per l’occasione “icona dell’antimafia”.
Ingroia, a quel tempo procuratore aggiunto, convinto di avere toccato con la sua inchiesta il vertice della popolarità mediatica – Michele Santoro e Marco Travaglio se lo strappavano dalle mani come drappo prezioso – fondò un partito e nella primavera del 2013 si lanciò, manco a dirlo, alla conquista di Palazzo Chigi. Il responso delle urne fu un disastro: lo zero virgola. E Ingroia, che a quel tempo giocava con i palazzi del potere con la stessa padronanza con cui si muove un tenore al Teatro alla Scala, oggi si trova a cantare nei matrimoni: accucciato nel posticino di sottogoverno messogli a disposizione dal fraternissimo amico Rosario Crocetta, aspetta con trepidazione di conoscere la sorte che gli riserverà Musumeci, nuovo presidente della regione.

 

Certo, Grasso da un lato e Di Matteo dall’altro lato sono oggi in ascesa, in fulgida ascesa, e non hanno nulla da temere. Ma guai a sottovalutare la parabola di Ingroia. Sta a dimostrare che il magistrato leader vale solo per l’aureola che porta sopra la testa e non per i voti. Perché questi “santissimi intoccabili” di voti non ne hanno e non ne portano nemmeno uno. Evviva la legalità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Dicembre 2017 - 15:03

    Arcanum non est. Quello che sarebbe necessario per imboccare la strada di un diverso, più razionale, utile comportamento e azione verso i nodi strutturali che hanno reso schiava la politica della frammentazione in fazioni, caste, interessi di categoria e feudi personali, non è nella volontà e nelle possibilità di nessuno. L’impostazione moralistica di ogni discussione, frantuma ogni occasione di accordi condivisi. Ciascuno identifica la propria sopravvivenza nell'arroccamento nei suoi principi “morali”. Surreale. La qualità delle platee, è quella che è: quella che può derivate dal perenne “l’un contro l’altro armato”. Il nodo gordiano è lì. Personalizzare, può alleviare, può servire a distinguere, ma non scioglie il nodo nativo.

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