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Così il procuratore di Napoli lancia la sua battaglia contro il processo mediatico

Direttiva di Melillo per tutelare la “dignità delle persone sottoposte ad indagini o coinvolte in un procedimento penale”: niente foto o video di chi viene arrestato

8 Gennaio 2018 alle 20:59

Così il procuratore di Napoli lancia la sua battaglia contro il processo mediatico

L'Aula di tribunale prima dell'ultima udienza d'appello del processo Eternit (foto LaPresse)

Lo scorso dicembre, intervenendo alla presentazione del libro di Annalisa Chirico “Fino a prova contraria”, il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, aveva spiegato uno dei punti fondamentali del “nuovo corso”. Melillo, infatti, quattro mesi prima si era insediato a capo di una delle procure più “discusse” dell'ultimo anno. La stessa, per capirsi, di John Henry Woodcock e dell'indagine sul caso Consip.

 

Ma Melillo, parlando, aveva subito fatto capire che qualcosa era cambiato: “Oggigiorno il pericolo di trascinamento della vita delle persone in quella che l’autrice chiama gogna mediatica è più elevato”. E ancora: “Nella mia vita di magistrato ho sempre avuto una ridotta pratica di relazioni mediatiche. Non ho mai fatto conferenze stampa né comunicati se non per correggere informazioni distorte. Dobbiamo prendere le distanze da un’esigenza, finora avvertita da molti, di autorappresentazione celebrativa del lavoro del pm. Il mio ufficio non avverte questa esigenza, perciò non leggerete più comunicati in cui si annuncia di aver sgominato, disarticolato, neutralizzato, accertato…”

 

Insomma, basta con la giustizia che flirta e si trasforma essa stessa in “circo mediatico”. Alle parole Melillo ha fatto presto seguire i fatti. Qualche settimana dopo, il 19 dicembre, ha infatti diramato una direttiva (la quarta dall'inizio del suo mandato) sulla “diffusione e pubblicazione di immagini di persone tratte in arresto o sottoposte a fermo di polizia giudiziaria”. 

 

“La doverosa cura delle condizioni di efficace tutela della dignità delle persone sottoposte ad indagini - si legge  nel testo - ovvero comunque coinvolte in un procedimento penale, appare maggiormente meritevole di attenzione qualora la persona versi in condizioni di particolare vulnerabilità, come nel caso in cui sia privata della libertà personale”.

Tradotto: niente “mostri” da sbattere in prima pagina con manette ai polsi o scortati da agenti di polizia. Niente foto né video ritraenti il loro volto.  

 

Melillo ricorda che “le norme vigenti individuano alcuni parametri entro cui assicurare il rispetto di diritti di libertà fondamentali protetti dall'articolo 2 della Costituzione”. In particolare, aggiunge, per raggiungere “un ponderato equilibrio tra valori diversi contrapposti, tutti di rilievo costituzionale, stante l'esigenza di un necessario contemperamento tra i diritti fondamentali della persona, il diritto dei cittadini all'informazione e l'esercizio della libertà di stampa”.  

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